Vittorio Bersezio.
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Aristocrazia. 
La vendetta di Zoe.
romanzo.
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1881. Editori Treves, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
            Fondazione Ezio Galiano 
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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PRESENTAZIONE.
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Questo romanzo del Bersezio del 1881, sullo sfondo storico del Ducato di Parma di met ottocento,  la storia romanzata della congiura e dellassassinio del Duca Carlo terzo di Borbone, avvenuta nel 1854. Un altro romanzo, intitolato: il segreto di Matteo Arpione, dar il fine di questa storia.
Questo governante, penultimo nella storia del piccolo stato preunitario, si era contraddistinto in negativo, sia per i suoi comportamenti irrazionali e violenti che per certe decisioni che avevano portato il ducato al collasso economico, fino a farsi odiare da gran parte della popolazione dello Stato. Era nipote del re Vittorio Emanuele primo e aveva assunto comportamenti scapestrati tali da suscitare sconcerto nella stessa austera casata sabauda. Probabilmente ci era anche dovuto alleducazione avuta dai due genitori, nonch dallambiente di corte caratterizzato dalla presenza di avventurieri e di persone di fama dubbia. Nel 1849, diventato duca regnante di Parma, dopo labdicazione del padre Carlo secondo, i suoi comportamenti strani continuarono. Pur essendo decisamente contrario alla pena di morte, reintrodusse la pena del bastone. Non pochi sudditi parmensi furono bastonati in pubblico. Egli era solito picchiare col suo bastone da passeggio chi, a suo giudizio, fosse irriverente con lui. Ci provoc diffusi malumori e provoc la congiura che mise fine alla sua vita. Egli sopport con grande forza la dolorosa agonia dopo laggressione, tale da impressionare anche i suoi detrattori.
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L'AUTORE.
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Vittorio Bersezio (Peveragno, 22 marzo 1828, Torino, 30 gennaio 1900)  stato uno scrittore, giornalista e deputato italiano.
La sua opera  percorsa da una vena umoristica e satirica. Assumendo nel 1854 la direzione del Fischietto, uno dei pi importanti periodici satirici d'Italia, riscosse un'ampia notoriet.
Il capolavoro riconosciuto di Bersezio  la commedia piccolo-borghese Le miserie 'd Mons Travet che ebbe a suo tempo gli elogi di Manzoni, mentre il nome del suo protagonista Travet o Travetti venne accolto nel Dizionario di Petrocchi come sinonimo di piccolo burocrate, impiegatuccio ed era ancora ampiamente usato fino agli anni settanta del ventesimo secolo.
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Aristocrazia.
 La vendetta di Zoe.
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AVVISO AL LETTORE.
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Un uomo intelligente disse: che lallegria ed il buon umore non ch la melanconia e la tristezza sono causati ben soventi da sofferenze fisiche pi o meno nascoste.
E per convincersi della verit di questo asserto, basta darsi cura di osservare attentamente attorno di s stesso i molti che ci circondano. Si trover quasi sempre un viso ilare ed uno spirito gaio in compagnia di un fisico sano: mentre si  certi di ritrovare limpronta della noia e della tristezza in una persona ammalata; tristezza che emanando da questi si ripercuote disgraziatamente nelle persone che lattorniano.
Quelli che soffrono di stomaco hanno la noia stereotipata sul loro viso; quelli ai quali il cuore occasiona troppe sofferenze sono dominati da idee tristi e melanconiche; al gottoso il carattere si fa acrimonioso ed impossibile, e scontento di tutto e di tutti la sua vita non  che un continuo lamento.
Se ben si considera la cosa, esso ha diritto alla pubblica commiserazione. Nel momento pi attivo degli affari, od in mezzo alla tranquillit della famiglia, una crisi gottosa sopravviene e costringe il povero ammalato a negligere quelli, ed a rimandare ogni partita di piacere, od idea di riposo cui aveva sorriso laffaticata mente. Si  un riposo forzato al quale si vede condannato, si  limmobilit assoluta accompagnata da terribili dolori.
A qual santo non si raccomanderebbe, o pi prosaicamente a qual sacrifizio pecuniario non si disporrebbe, se sapesse il modo di potere impunemente riprendere il corso delle sue occupazioni, o correre ad una partita di caccia da troppo tempo preparata e desiderata?
Esso dimentica pertanto che il rimedio  l sotto mano, un rimedio che apporta un pronto sollievo e che la celerit della guarigione  paragonabile alla prontezza della crisi. Il ben essere che se ne risente  indescrivibile e solo il gottoso pu dare ampia testimonianza di questo e della sua prontezza.
Si  al Liquore Laville che noi facciamo allusione.
Da oltre 40 anni la riconoscenza al dottor Laville, per la sua importante scoperta  continua, e si manifesta con innumerevoli lettere, nelle quali sono riferiti, ed i dolori sofferti e la tristezza dellanimo durante il periodo di malattia o lesuberante gioia di aver ritrovata la guarigione quando si credevano condannati per il restante della loro vita. Il celebre dottor Brown Squard, il professor Lecorch e molte altre illustrazioni della scienza medica, ne fecero il pi ampio elogio e si  senza esagerazione che possiamo dire: che il Liquore Laville  universalmente riconosciuto efficace contro la gotta ed i reumatismi, e che il suo valore  giustamente apprezzato dagli specialisti o dagli ammalati.
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LA VENDETTA DI ZOE.
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Capitolo 1.
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La stagione carnevalesca al ducale teatro di Parma nellinverno dallanno 1853 allanno 1854 era, come susa dire, brillantissima. Quellodioso tirannello che fu Carlo terzo di Borbone credeva che potesse conferire a dare alla sua persona di piccolo principe alcuna maggior grandezza, al suo governo degno del pazzo Eliogabalo alcuna luce di splendido fasto, lavere nel ricco teatro un sontuoso spettacolo dopera e di ballo, con artisti di primordine, con apparati scenici di costosa eleganza. A ristaurare il teatro e farlo pi sfarzoso di ornamenti che qualunque altro, il bravo duca aveva speso oltre a un mezzo milione di lire; e ogni anno una vistosa somma era profusa a procurare su quelle scene spettacoli meravigliosi.  vero che tutti i denari occorrenti a siffatte spese venivano tolti con poco o nessun garbo dalla borsa dei sudditi; ma il principe trovava ci naturalissimo, piacevole, affatto daccordo colla sua profonda convinzione che il popolo, cos felice da essere affidato al suo reggimento, fosse stato creato apposta per soddisfare in ogni modo i gusti, le passioni, i capricci, le avidit, le curiosit del principe.
La sera da cui comincia il nostro racconto era una delle ultime di carnevale. Il teatro era pienissimo: ad accrescere la folla degli spettatori concorreva la curiosit destata dal debutto di una nuova prima ballerina venuta a sostituire quella della stagione, ammalatasi; ne palchetti si vedevano le pi giovani ed eleganti signore, sulle cui troppo nude bellezze faceva scorrere un cinico sguardo di conoscitore beffeggiante locchio vitreo del principe; sulla scena contendevano lattenzione sovrana alle dee olimpiche delle loggie le procaci sguaiataggini delle ninfe del corpo di ballo, fatte venire quasi tutte da Milano, le quali ostentavano trionfalmente lopulenza delle loro forme lombarde; in platea la massa scura degli umili spettatori popolo e ceto medio vigilata sospettosamente dagli occhi grifagni e dai baffi ispidi dei gendarmi.
Il principe sedeva al parapetto della loggia a destra del proscenio, al secondo ordine. Era vestito con abiti cittadineschi, ma sulla cravatta bianca spiccava il colore giallognolo del nastro del Toson doro; la sua testa piccola, piantata sopra un collo esile e lungo, come un ragazzo fa duna mela in cima ad una bacchetta, si voltava irrequieta a guardare la densa platea, le dame, la scena, ad ascoltare le parole che si scambiavano i cortigiani che stavano con lui nella loggia. Di quando in quando prendeva parte anche lui al chiacchiericcio, e quasi sempre erano parole ciniche, invereconde, oscene che uscivano dalle sue labbra principesche, e riscuotevano lonore di risa pi sgangherate, pi sguaiate delle solite, dal coro dei suoi seguaci.
Erano quasi tutti giovani, i quali, per darsi laria di bravura militare, ostentavano il piglio prepotente; che avevano innanzi al duca, cui serano fatti servi, un sorriso da cortigiano, delle mosse da cane fidato, delle umilt da vigliacco adulatore, e se ne ricattavano colla pi oltraggiosa insolenza verso la debolezza dei comuni cittadini. Un solo vi si vedeva det matura: una faccia strana, che pareva una curiosa combinazione ben riuscita del muso della faina col grugno del porco; alle guancie magre ed asciutte, magre e lunghe fedine duna barba rossiccia brizzolata; la fronte stretta, fuggente indietro, si confondeva col cranio calvo, bernoccoluto, grandemente sviluppato nella parte posteriore del capo, dove stava ancora una corona di capelli scarmigliati rossicci e brizzolati come la barba. Era un inglese, gi cozzone di stalla, gi fantino di corse di cavalli, poi amico e confidente del duca padre, a cui aveva fatto trovare denari nelle pi pressanti strettezze, confidente ed amico del duca figlio, a cui sapeva sempre suggerire nuovi pretesti e nuove maniere per ispremere nuovi balzelli ai sudditi. Carlo terzo lo trattava come un lacch e gli aveva dato titolo e stipendio di ministro, gli dava del tu e lo copriva dingiurie, lo minacciava, comera suo uso, collo scudiscio e lo lasciava rubare tranquillamente nei redditi dello Stato. Linglese parlava poco, guardava raramente in faccia alla gente; osava dire alle volte al duca certe verit chegli non avrebbe tollerate da nessun altro. I cortigiani lodiavano, lo disprezzavano anche, ma lo adulavano pure perch lo temevano.
La moglie del duca non era in teatro. Maria Luisa di Borbone, figliuola di quel duca di Berry che fu ucciso di coltello alla porta del teatro dellOpera di Parigi, compariva raramente in pubblico insieme col marito; pareva, merc la sua riservatezza e il suo distacco dal duca, volere allontanare da s la responsabilit della condotta del principe e condannare essa stessa quella condotta veramente indegna. Erano troppo palesi a tutti e sfacciatamente resi tali i torti che le veniva facendo il duca come marito; sapevano tutti quanto pochi riguardi egli avesse per lei anche come gentiluomo; e gli addetti a Corte susurravano come quel villano coronato, in certi momenti di collera, avesse perfino posto in oblio ci che si deve alla debolezza del sesso gentile e trasceso a mali trattamenti da bifolco ubbriaco. Del resto ancorch ella fosse stata presente, Carlo di Borbone non ne avrebbe presa la menoma suggezione per frenare la sfacciataggine dei suoi sguardi e dei suoi cenni dammicco alle ballerine, alle corifee, alle pi o men facili bellezze del palco e della sala, e la laidezza de suoi discorsi degni di lupanare. A un punto osserv che un movimento dattenzione erasi prodotto nella platea e nelle loggie che aveva di faccia e che questattenzione era rivolta ad un palchetto del terzo ordine cos vicino al proscenio che egli per quanto si sporgesse in fuori non pot scorgere chi fosse ad occuparlo. Vide solo uno svolazzo di trine e di sete che rivelavano la persona duna donna e di certo elegante; e dalla insistenza con cui si fissavano a quel punto i cannocchiali dei giovani, comprese che quella doveva essere eziandio una donna pi che mediocremente bella.
Si volse al vecchio inglese che stava in un angolo del palchetto, taciturno, gli occhi socchiusi, nella mossa dun gatto in riposo, che non vede nessuna preda allarrivo degli artigli.
Tommaso, gli disse, va subito, guarda, informati e torna presto, sapendomi dire senza errore chi sia la quaglia che appuntano con tanta intensit i cannocchiali di tutti quegli sciocchi.
Linglese si alz, mand una voce sommessa che pareva un grugnito, ed usc sollecito: cinque minuti dopo compariva, in un palchetto del terzordine che trovavisi dalla parte opposta a quello dove era il duca; nel qual palchetto stava solo, con aria fin allora di svogliato e di annoiato, un bel giovane che non mostrava e non aveva in verit pi di venti anni.
Ah! ah! ghign il duca, il nostro furbo Tommaso  andato ad esaminare il nemico da una buonissima posizione, dalla loggia di quella pudibonda verginella vestita da uomo che  il Camporolle.
I cortigiani scoppiarono dalle risa, come se avessero udita la pi spiritosa facezia.
Sicuro! Una vera ragazza quel Camporolle!
Se non avesse quel po di peli sul labbro.
 timido, vergognoso... diciamo la parola, stupido.
Alto l, interruppe con un cachinno, che voleva essere malizioso, il duca le ragazze, se sono belle, non possono mai dirsi stupide; il loro cmpito lo sanno sempre bene, troppo bene!
Altra sghignazzata di calda approvazione dei cortigiani.
E il nemico par proprio degno di una accurata osservazione, continu il duca: vedete come il nostro Tommaso sta incantato ad ammirare.
Sar un nemico che promette delle facili capitolazioni.
Oh! oh! esclam il principe con un nuovo sogghigno. Gli occhi del nostro Tommaso risplendono come quelli dun levriero che ha visto la lepre. Date retta chegli vorrebbe fare come il santo apostolo omonimo, che non si contentava di guardare, ma toccava.
Uno scoppio di risa entusiastiche.
La faccia dellinglese manifestava veramente una impressione piuttosto viva, e i suoi occhietti color dellacciaio, fissi sulla loggia di facciata, dal fondo delle incavate occhiaie mandavano proprio un bagliore che pareva qualche cosa di pi che curiosit ed ammirazione.
Il bel giovanetto che abbiamo udito chiamato dal duca col nome di Camporolle, anche lui si mostrava interessato, quasi avrebbe potuto dirsi turbato dalla vista che aveva dinanzi agli occhi. Dapprima svogliato, il Camporolle sera riscosso; i suoi occhi pure avevano brillato, un lieve rossore gli era corso alle guancie a far pi fresca ancora la sua bella carnagione, e un piccolo tremito gli agitava la piccola mano inguantata con cui teneva il cannocchiale dorato fisso sulla loggia di fronte.
Quel giovanetto sar uno dei personaggi principali del nostro racconto ed  utile quindi che ne facciamo un po meglio la conoscenza.
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Capitolo 2.
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Alfredo Corina conte di Camporolle, quale si era presentato da un mese nella migliore societ di Parma, aveva vissuto una gran parte della sua giovane vita senza conoscersi bene egli stesso. Della sua infanzia serbava memorie poche, confuse, incerte; non aveva mai conosciuto n il padre n la madre: questa gli avevano detto che era morta dandolo alla luce; quello era mancato prima ancora chegli nascesse. Gli rimaneva leggero, sfumato, come unombra, il ricordo duna casa rustica, soggiorno di contadini, isolata in mezzo ai campi, in cui insieme con alcuni fanciulli vestiti ed educati alla villereccia, doveva essere passata la sua infanzia, e ogni volta che si affondasse nel pensiero del suo passato, chiudendo gli occhi, gli pareva di rivedere un basso tetto di paglia allombra di alti olmi, de polli razzolanti per laia, le fatiche, le allegrie della mietitura e della trebbiatura; gli pareva dudire il muggito de buoi nella stalla, di sentire lodore di fieno e quello appetitoso del pane che cuoce nel forno. Un uomo, chegli saccorgeva fin dallora come non parlasse il medesimo linguaggio degli abitatori di quella casa, veniva a visitarlo di quando in quando; gli portava balocchi, dolci, vesti calde linverno, leggere la state, ricche ed eleganti sempre; era trattato con molto rispetto dai contadini, a cui lasciava ad ogni volta quanto denaro chiedessero. Quelluomo era allora e fu sempre anche di poi il solo legame, la sola relazione, che stringesse lesistenza di Alfredo alla societ, al mondo, che gli tenesse luogo di parenti, di famiglia, di tutti coloro a cui tocca la protezione della puerizia dun nato nella vita civile.
Quando il bambino ebbe compito i sette anni, quelluomo venne a prenderlo dalla casa contadinesca, lo condusse sino a Milano e lo allog in uno dei principali e pi costosi collegi educativi di quella citt, nel qual collegio non entravano che figliuoli di ricchi e di nobili. Alfredo cominci allora ad apprendere che il luogo dovegli era stato fino a quel tempo era labitazione della sua nutrice; che egli apparteneva ad una ricca e distinta famiglia, e che quelluomo, il quale provvedeva ai bisogni dellorfano, era un antico servo fidato, un fattore, una specie dintendente, a cui, prima di morire, i genitori avevano affidato la tutela della persona, deglinteressi, e lavvenire del figliuolo. Rimase dieci anni in quel collegio, e siccome aveva ingegno, cuore e leggiadria di forme, il giovanetto impar meglio di qualunque altro, prese le pi squisite e gentili maniere, e divenne uno dei pi simpatici a vedersi.
Un poco se ne teneva. Aveva osservato una cosa. Luomo che vegliava su di lui, a seconda chegli cresceva negli anni, usava verso il pupillo di maggiori riguardi, duna deferenza che era rispetto, che poteva quasi dirsi riverenza. Alfredo si ricordava che da principio, quando andava a trovarlo in casa della nutrice, quelluomo se lo prendeva in braccio con un vero trasporto daffetto appassionato, e lo baciava e lo accarezzava con una tenerezza commossa che nulla pi. A poco a poco, aveva smesse tali dimostrazioni accalorate; e da quando il giovinetto era entrato in collegio, egli non erasi pi dipartito dalle maniere le pi correttamente umili dun subalterno anche affezionato, dun servitore anche devotissimo, antico e fedele. Allora Alfredo aveva pure appreso che si chiamava, di nome di famiglia, Corina; ma per allora nessun cenno gli era stato fatto che a lui spettasse un titolo nobiliare. Lintendente gli diceva sempre che era ricco, che non si riguardasse a spendere, che qualunque cosa desiderasse, glie la chiedesse pure, che per ogni caso, per ogni bisogno, per ogni capriccio ricorresse a lui. Il ricapito con cui e il giovanetto e i rettori del collegio dovevano scrivergli per quanto occorresse, era: Matteo Arpione, negoziante, Torino. Le visite al collegio di questo Matteo si vennero facendo sempre pi rade, finch poi venne il giorno in cui il giovanetto dovette uscirne, e quelluomo si rec a prenderlo e lo condusse con s, non a Torino, ma a Bologna, dove gli fece trovare un quartiere sontuosamente arredato, un aio e istitutore che era uomo di vaglia, un maestro di casa, da lui scelto e diretto con opportune istruzioni, una donna di governo abilissima, una servit bene addestrata e disciplinata, una scuderia fornita di quattro magnifici cavalli, e una libert accompagnata da larghi assegni mensili di denaro, della quale, se il giovane non abus, fu merito in parte della sua indole, in parte dellaio.
Matteo Arpione si lasci vedere dal giovane a Bologna ancora pi raramente di quel che avesse fatto a Milano. Ad ogni richiesta mandava denari, mandava istruzioni ed ordini al mastro di casa; anche da lontano si sentiva che non cessava mai dal vegliare sulla esistenza e sugli interessi economici dAlfredo; non compariva che in pochissime occasioni, e anche allora le sue visite erano corte e sopratutto nascoste, cos che fuori del giovine e di quelli che pi da vicino lo attorniavano, nessuno lo vedeva mai.
In una di queste rare sue venute, Matteo aveva portato al pupillo uno stromento di compra dun gran tenimento nelle vicinanze di Lugo, possesso feudale che aveva congiunto il titolo di conte, compra fatta a nome del nobile Alfredo Corina, e un diploma del governo pontificio che investiva della contea di Camporolle (ch tale era il nome di quel possesso) il medesimo compratore.
Quel giovanetto era dunque ricco, nobile, anzi titolato, padrone di s, bello, bene educato, favorito di mente, perspicace, buono, robusto; e aveva quindi tutte le condizioni per essere felice. E invece non si trovava contento. Egli possedeva pure unanima affettuosa, e non si vedeva nessuno intorno che lo amasse senza tornaconto, proprio per lui, dietro impulso e debito caro di natura: ned egli aveva potuto mettere in nessuno un affetto, quale si sentiva capace di nutrire. Il vecchio Matteo egli lo vedeva troppo raramente per amarlo come un congiunto; gli altri erano tutti con lui in attinenze precarie di subordinati, e laffezione vuole essere fra uguali. Di amici non ne aveva potuto avere: al collegio quel vederlo sempre senza relazioni di famiglia aveva suscitato i sospetti, dato cagione alle satire, per cui la adolescenza ha pure una feroce felicit, ed egli essendovisi ribellato, fiero e impetuoso comera, si trov sceverato quasi del tutto da suoi compagni. Nella societ, non ebbe la fortuna di incontrare ancora un amico vero e leale; e viveva per ci solo, melanconico, malvoglioso, infastidito, irritato di s stesso e delle sue condizioni.
Quante volte aveva egli interrogato Matteo intorno alla sua famiglia! Ma lArpione non aveva mai datogli risposta che lo appagasse. Ecco in breve quanto egli aveva risposto al giovane.
Il padre di Alfredo aveva ereditato da lontani parenti una ricca sostanza; la madre invece era povera, ma ammirabile per bellezza e virt. Matteo, per vicende che era inutile e non gli piaceva narrare, era legato di grandissimo affetto di riconoscenza a colui che aveva dato la vita al giovane, e per lui e pel figlio di lui avrebbe fatto ogni pi difficil cosa. Quando mor, il padre di Alfredo, che non aveva parenti, che non aveva altri amici a cui fidarsi, aveva raccomandato a Matteo il figliuolo perch lo educasse da gentiluomo, procurasse in ogni guisa il benessere di lui economico, morale, sociale; e Matteo aveva accettato lincarico.
Alfredo aveva domandato a Matteo perch lo tenesse sempre cos lontano da s, perch egli, Matteo, abitando Torino, non avesse fatto stabilire la dimora al suo pupillo in quella citt, che egli desiderava pur tanto conoscere; ma il vecchio Arpione, senza spiegarne un perch, aveva risposto che a Torino non avrebbe mai desiderato che il giovane venisse, e lo pregava anzi a non pensarci.
Cos era giunta pel nostro giovane let di ventanni, quando, comera facile a prevedersi, egli incapp in una passione amorosa. Questa pu essere un elemento di felicit se si capita bene;  una deplorevole e funesta disgrazia se la passione ci  ispirata da una indegna e malvagia femmina. E Alfredo di Camporolle era capitato il peggio che si potesse immaginare.
Era giunta di que giorni a Bologna una donna misteriosa che si faceva chiamare la baronessa di Muldorff; viaggiava con una dama di compagnia e quattro servitori, aveva preso stanza nel pi sontuoso albergo, vi aveva occupato il pi ricco appartamento, ci viveva con tutte le mostre, le petulanza, le esigenze di una milionaria, capricciosa e avvezza a ottenere, e sollecitamente, soddisfatto ogni suo capriccio. Il nome era quello duna tedesca, alcuni invece la dicevano francese, altri polacca; il vero era che parlava benissimo cinque o sei lingue, e un cameriere affermava averla udita in un momento di collera bestemmiare in italiano.
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Capitolo 3.
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Era molto facile fare il giudizio temerario che quella fosse unavventuriera; e la societ bolognese non manc al suo pi stretto obbligo di farlo. Ma dovette presto convenire che, se non altro, la era da dirsi unavventuriera di genere affatto speciale. Il Cardinale Legato erasi recato a visitarla; alcune delle principali famiglie fra le pi devote al governo papale avevano aperto il loro salone alla forestiera, ma essa, comparsavi appena una volta, aveva di poi trascurato di metterci i piedi; non cercava di far relazioni, aveva fatto chiudere luscio in faccia a tutti i pi eleganti e i pi ricchi damerini che avevano voluto esserle presentati; frequentava i teatri, le passeggiate, offuscando colla splendidezza delle sue costosissime acconciature, un po strambe, quelle delle pi eleganti signore della citt; non la si mostrava mai accompagnata da nessuno; e quando tutta la gente la guardava, lammirava, ella, non curandosi di nulla e di nessuno, come assorta in un pensiero che la dominasse, locchio scuro smarrito in una contemplazione mentale, la fronte corrugata, unespressione di fierezza e quasi direi di crudelt nella fisonomia, che non nuoceva, ma anzi dava un nuovo spicco, un mordente alla originale di lei bellezza, passava, lasciando dietro di s un ambiente profumato, quasi una traccia luminosa della luce dei suoi occhi, dello sbarbaglio del suo abbigliamento.
Visto che non si poteva trovare nessuna prova che la fosse unavventuriera galante, la gente disse che era unavventuriera politica. Si susurr che essendo davvero non solamente tedesca, ma austriaca, era una segreta agente, esploratrice e ambasciatrice del Gabinetto di Vienna, il quale, dopo lo scoppio rivoluzionario del 1848 aveva pensato bene raddoppiare ancora di cautele, di sorveglianza, di rigore contro le mire dei patrioti italiani. Codesta baronessa da Vienna sarebbe stata mandata apposta a percorrere le regioni della Penisola, dove pi sobbolliva lo spirito ribelle, fomentato, come credevasi, dal costituzionale Piemonte e notar tutto, riferire al governo austriaco intorno a uomini e cose, e sopratutto raccogliere e trasmettere le prove della complicit dellodiato Regno subalpino coi cospiratori. Per ci, dice-vasi, nel suo giro per lItalia centrale, essere ella capitata a soggiornare a Bologna, citt fatta centro importante dei segreti maneggi dei liberali.
Ma di tutto questo fosse quella donna unavventuriera o una spia non si preoccup in nessun modo il giovane Alfredo Corina di Camporolle, il quale, al vedere le sembianze, i modi, il piglio, lespressione di volto, loriginalit delle mosse della baronessa, rimase abbagliato, affascinato, rapito. Se egli avesse potuto accostarla subito e soddisfare limpetuoso desiderio nato nella giovanile sua natura appassionata, forse avrebbe potuto questo non essere altro che un passeggero capriccio; ma le difficolt dellimpresa, che a un certo punto parvero includere addirittura limpossibilit della riuscita, come sempre suole, massime nellanimo ardente de giovani, non valsero che ad aizzare vieppi quello smanioso desiderio che egli stesso scambi per un potente amore, e farlo pi tenace, pi ardito, pi tormentato nei suoi propositi. Non trov nessuno che fosse in grado di presentarlo alla baronessa: e s che egli conosceva tutti i pi eleganti e nobili signori della citt. Facendo violenza alla sua timidit, egli si decise a presentarsi da s, e gli fu mandata indietro la polizzina di visita con cui sera annunziato, dicendoglisi che non lo si conosceva e che non si ricevevano che le persone conosciute. Allora egli scrisse lettere che cominciarono per essere cortesi e briose, poi diventarono supplichevoli, poi anche impertinenti e minacciose, poi dunardenza vulcanica; non ebbe mai neppure una parola di risposta. Si sdegn, si vergogn, pianse di umiliazione e di dispetto, e gli parve alla stretta dei conti di innamorarsene sempre pi. Ed ella, sul cui passaggio il giovane si trovava ogni giorno, ogni volta, ogni momento che la uscisse; ella che dalle finestre del suo appartamento poteva vederlo, quel povero giovane innamorato, andare e venire le mille volte sulla strada, locchio fisso su quei cristalli; ella non aveva mai mostrato ancora dessersi accorta dellesistenza di lui, passava indifferente, sprezzante, gli occhi socchiusi, la fronte annuvolata, il labbro sdegnoso, avvolta nel suo scialle come una regina da scena nel manto, estranea al mondo che la circondava, quasi superiore, misteriosa, con una nuova attrattiva nella sua posa da sfinge.
In un momento di esaltazione disperata, Alfredo ebbe una temerit, di cui non si sarebbe forse mai creduto capace egli stesso. Passeggiava una mattina per tempo, solo, cupo, rodendosi fra s per la passione, alla Montagnola. La passeggiata era deserta; quandecco al basso della salita fermarsi una carrozza, scendere una signora bene avvolta nel mantello impellicciato (si era alla fine di novembre) e, seguita alla distanza di dieci passi da un domestico, venir su verso il luogo appunto in cui trovavisi il giovane. Questi si riscosse proprio come se fosse stato colpito dalla scarica duna batteria elettrica. Fin da lontano aveva riconosciuto il portamento, il garbo, la mala, quel non so che onde non sapeva darsi ragione, ma che gli rendeva seducentissima la baronessa di Muldorff. In un attimo i pi diversi e opposti partiti si presentarono alla sua mente: scappare, precipitarsi incontro a quella donna, gettarsele in ginocchio davanti, afferrarla violentemente e rapirla. Non fece nulla di tutto ci, non si mosse, ch i piedi gli parevano aver piantato le radici nella ghiaia del viale. La donna si avanz senza badargli; aveva il velo tirato sulla faccia, ma a pochi passi da lui lo sollev come per respirare pi liberamente, come per farsi percuotere il viso dallaria frizzante di quella mattinata. Lo sguardo di lei era, come di solito, vago, assorto, pareva non vedere innanzi a s gli oggetti materiali e contemplare qualche interna, segreta visione. Alfredo saccorse che essa non aveva fatto, non faceva la menoma attenzione alla presenza di lui. Era pallida come un cadavere, come uno di quei vampiri che sogna la fantasia dei poeti e del popolo di Polonia; gli occhi apparivano pi scuri, le labbra dun rosso pi vivido, come di fresco sangue spicciante dalle arterie. Il giovane continu a rimanere immobile, avvolgendola in uno sguardo pieno di ardore, che gli pareva impossibile non dovesse penetrare quella crosta di ghiaccio ondella si mostrava avvolta, giungerle sino allanima, sino allo spirito, a ferirla, se non altro, come una provocazione, come un insulto. Ella pass, sempre assorta, badando cos poco alla persona dAlfredo, che col braccio, colla spalla sfior, tocc, soffreg il petto di lui, agitato, palpitante. Egli prov in quel contatto di pelliccia una dolcezza strana, mai pi immaginata; sent unonda di profumo indefinibile avvolgerlo, carezzarlo, solleticarlo, inebbriarlo; gli parve tutto il sangue gli si raccogliesse al cuore, poi di subito con impeto gli salisse al cervello, vide tutto vacillare e girare intorno a s; i nervi gli vibrarono come corde darpa invase da unonda armonica; senza sapere quel che si facesse, tese le mani verso quella donna che gli sconvolgeva tutto lessere, che gli gettava nel sangue il fuoco e il gelo, nellanima un disperato tumulto, e con voce strozzata nella gola, che avreste detto simile allultimo grido duom che sannega, esclam:
Oh ascoltatemi!... Ascoltatemi per piet!
La donna diede un sobbalzo, non ispaventata, ma fortemente e inopinatamente sorpresa; i suoi occhi divennero pi brillanti e si rivolsero sul giovane, rivelando fatto presente a stesso e alle condizioni circostanti lo spirito di lei: da quelle pupille brune balen subita, ratta, una fiamma di splendore sinistro.
Che c? Che volete? Chi siete? domand essa collaccento il pi fiero, dispettoso e sprezzante che avrebbe potuto usare la pi superba donna della pi orgogliosa aristocrazia.
Alfredo era pallido come uomo che sta per isvenire; ma tutta la sua vitalit, concentrata nel cuore, tutto lardore della sua passione raggiavano dallintensit del suo sguardo; era straordinariamente bello in quellatto, in quella commozione, con quello scintillo degli occhi nerissimi. La espressione dello sguardo e della fisonomia nella baronessa cambi dimprovviso. La figura del giovane, sopratutto la fiamma degli occhi, ebbero la fortuna di eccitare in lei pi viva la memoria di altri occhi, di altra figura duomo che le stavano impressi profondamente nel cuore: le parve scorgere innanzi rediviva limmagine dun sempre diletto estinto, e tutta si commosse, e trem da capo a piedi, e, portandosi le mani al petto, fu lei a vacillare, mormorando fra s:
Ah! gli occhi di Gian Luigi!
Il giovane non intese quelle parole, ma vide la commozione, il tremito, il vacillar della donna; se ne accrebbe il suo coraggio e tese le braccia per sostenerla. Ma ella, gi fatta di subito padrona di s, si trasse in l dun passo, incroci le braccia al seno, e guard fissamente il giovane, attentamente, ma non pi con apparenza ostile. Il domestico si affrett a raggiungere la padrona collatto minaccioso di chi sapparecchia a respingere un insolente.
State in l, gli disse freddamente la baronessa: ho da parlare col signore.
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Capitolo 4.
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Il domestico si allontan nuovamente di dieci passi collubbidienza disciplinata dun soldato austriaco; e la donna, guardando sempre Alfredo, gli domand con accento fatto gentile:
Chi  dunque lei?... Che cosa pu volere da me?
Alfredo parl; cominci balbettando, timoroso, con parole incerte, confuse, impacciate; ma poi a poco a poco si scald; la passione gli mise il sangue in bollore: non era pi lui che cercasse le espressioni, ma fu uneloquenza strana, concitata, pazza che prese violentemente possesso di lui, che gli sgorg spontanea, impetuosa, delirante dalle labbra, che disse tutto, che rivel tutto, che pose a nudo del giovane tutta lanima, tutta la vita, tutti i pensieri, tutti i sogni, tutti gli spasimi, tutti i temerarii desideri e speranze.
La baronessa non lasciava trasparire sulla faccia nessun segno demozione: il suo fiero pallore non si mut menomamente, la rigida freddezza dei suoi lineamenti non si alter pure un istante; ma ascolt attenta. Dopo un poco senza parlare, aveva passato la mano sotto al braccio del giovane, e dandogli la spinta laveva fatto camminare, venendogli allato, posando lievemente la sinistra inguantata sullavambraccio di lui, premendogli delicatamente il fianco colla sua persona. Camminava a pari passo con lui, e teneva il capo chino; ma tratto tratto levava un poco la faccia e di sotto alle lunghe palpebre saettava sul giovane uno sguardo osservatore, curioso, stupito, sempre pi interessato.
In Alfredo la paura era passata, lemozione, anche perdurando, aveva perduto di quel tormento, di quellansia angosciosa che prima gli stringevano il cuore. Egli sentiva una deliziosa dolcezza; era come un dilettoso sogno fatto da sveglio. Trovavasi in una quasi assoluta solitudine, con quella donna che gli era apparsa tanto al di sopra di lui, della quale aveva cos ardentemente e con s poca, anzi nessuna speranza, agognato la conoscenza; ed essa gli camminava allato con una certa fiducia, quasi con amichevole famigliarit e ascoltava le effusioni dellamore di lui e di pi le incoraggiava di quando in quando con isguardi interrogatori e benigni!
Poich ebbe esaurita tutta la piena de suoi sentimenti ed affetti, il giovane si tacque palpitante, attendendo con intimo tremore dalle sottili labbra della donna cos fermamente chiuse una parola che, come sogliono dire gli amanti, gli aprisse il paradiso e lo precipitasse nellinferno. La baronessa non mut contegno, n andatura, n espressione: seguit a camminare a capo basso, come se udisse ancora suonare allorecchio quella voce giovanile, calda, concitata, fremente, come se prestasse tuttavia una profonda attenzione a qualche melodia lontana che le venisse ad accarezzar lanima.
A un tratto ella si ferm, sollev il viso e piant quei suoi occhi di fuoco in faccia al giovane.
Lei... forse...  piemontese? gli domand con una mal celata emozione.
No, rispose Alfredo alquanto stupito a questa domanda: io nacqui per caso in un piccolo villaggio presso Parma.
La donna mand dalle pupille uno di quei suoi lampi feroci.
Ah Parma! ripet con voce stridente La sua  dunque famiglia parmigiana?
Neppure: disse il giovane. Per azzardo, mia madre si trovava in viaggio da quelle parti quando io venni al mondo; e fui battezzato in una piccola pieve di campagna.
E lei, riprese la baronessa, spegnendo di nuovo negli occhi quel fiero bagliore e tornando allespressione duna simpatica curiosit: Lei  stato in Piemonte?... a Torino?
No, mai!
La donna lo guard ancora un poco, poi mand unesclamazione che pareva un sospiro, che pareva una voce di sollievo, un eco di qualche dolorosa memoria, chin nuovamente gli occhi e disse mestamente:
Le ho domandato ci, perch alcune inflessioni della sua voce, alcuna espressione del suo sguardo mi ricordano persona di cui... di cui  inutile chio le dica pure una parola...  una follia, mi scusi.
Se fosse una gradita memoria quella chio le posso rievocare, ne sarei lieto...
La baronessa corrug le sopracciglia quasi minacciosamente.
 una dolorosa memoria... dolorosissima esclam, ma che pure mi  cara... Deve ad essa se io lho lasciata accostarmi, accompagnarmi, parlarmi come ha fatto, se ho ascoltato finora tacendo e senza sdegno le pazzie che mha dette.
Alfredo fu assalito da un impeto di gelosia retrospettiva.
Ah!  doloroso quel che lei mi dice! proruppe. La fortuna di questo momento io la devo alla disgrazia di averle richiamato alla mente un altro...
Ella non lo lasci continuare.
Quella di conoscermi, quella dincontrarmi, quella damarmi... dir la parola, poich lei lha ripetuta tante volte... non  una fortuna, ma una vera disgrazia. Io non posso amare nessuno, sa!
Il giovane fece un gesto come dincredulit.
No signore: insistette ella con forza: non posso, e non voglio... ma volessi pur anche, creda a me che sono in un momento di sincerit, volessi pur anco, non sono pi capace damare... e non sono degna dessere amata.
Alfredo interruppe con un grido di protesta.
Creda quello che vuole! riprese la donna con accento e mossa che non erano pi da quella superba gran dama che era apparsa fin allora, ma che sembravano rivelare natura e abitudini pi volgari. Io faccio forse male a parlare cos: ma mi ha colta in uno strano momento di sincerit e il vero mi  sfuggito dalle labbra. Ritenga pure chio non ho parlato: se cos piace a lei, piace anche a me; ma noi non possiamo andare neppure per un po di tempo gi della medesima strada: o io farei danno a lei o lei impaccerebbe me; e pi facilmente ci faremmo del male ambedue... Dunque rientri in s, metta giudizio e se io prendo a destra, lei volga a sinistra.
No, no! grid Alfredo, a cui laccesso della passione non lasciava luogo a riflettere, non permetteva neppure di scorgere la mutazione di tono nel discorso di quella donna. Per me  impossibile far quello che lei dice. Io sento tutta la mia vita legata a quella di lei; io ho bisogno di vederla... s, almeno questo, vederla; e sella non ha che un briciolo di piet nel cuore, deve concedermi chio la possa contemplare, ammirare, adorare, non fosse che da lungi.
La baronessa sorrise.
Da lungi... ben da lungi, pazienza! disse riprendendo il braccio del giovane e tornando a passeggiare a paro con lui. Bisogna proprio che la si contenti di codesto... Lo avr gi notato, signor conte, e ora io glie laffermo solennemente: io non ricevo nessuno... nessuno assolutamente!... tanto meno un giovanotto.
E dunque proruppe Alfredo con vero dolore che non pot frenare, e dunque io non le potr pi parlare!... Mai pi!
La baronessa sorrise di nuovo: poi tosto si rifece seria; guard daccapo fiso il giovane, le labbra color di sangue pi serrate, i lineamenti pi rigidi, le guancie pi pallide che mai. Le sopracciglia si corrugarono un poco, gli occhi ebbero quel fosco bagliore che abbiamo gi pi volte accennato. Stette un poco in silenzio, quasi riflettendo. Chi sa quali pensieri passavano per la sua mente! Un acuto osservatore avrebbe ad ogni modo affermato per sicuro che non erano pensieri di commozione, n di tenerezza, n di piet per quel giovane.
Parlarci: dissella poi; per che cosa? Ella mi vorrebbe ripetere quello che or ora ho udito da lei? Gi non pu aggiungervi nulla... E io non avrei mai nessuna risposta da farle, glielo ripeto... Ma non  impossibile che possiamo incontrarci ancora in qualche luogo dove lei mi possa accostare... qui stesso per esempio.
Ah s! proruppe Alfredo che ebbe il cuore invaso di subito da una gran gioia e da vaga, quasi inconscia, ma ineffabile speranza.
Qui alla mattina... a questora... Oh! io ci sar sempre.
Piano, piano: disse la baronessa con un freddo sorriso: non mi corra per le poste. Ella pu esserci quanto vuole, ma io non le do lusinga nessuna di venire...
Come? gemette il giovane mortificato.
Pu capitare che, come stamattina, mi salti qualche giorno il ghiribizzo di respirare un po daria pura qui sopra.
Laspetter, laspetter ogni giorno, signora baronessa, e sella penser che venendo pu far tanto bene a un infelice...
Io non penser nulla: interruppe freddamente la donna. E ora mi lasci perch io torni alla mia carrozza.
Ancora una grazia! supplic Alfredo: mi dica il suo nome, perch io possa invocarla col mio pensiero sempre rivolto a lei.
La baronessa parve esitare un momento.
Zoe: dissella poscia, e sallontan seguita dal domestico.
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Capitolo 5.
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Alfredo non manc pi un giorno di fare la mattutina passeggiata alla Montagnola; ma pass una settimana e pi senza che potesse rivedervi la baronessa. Finalmente, quando gi cominciava a perdere ogni speranza e a credere con dolorosa rabbia che quella donna o avesse voluto beffarsi di lui o lavesse affatto dimenticato, egli, una mattina che la giornata era pi fredda e quindi la passeggiata era ancora pi deserta del solito, la vide venire come quella prima volta, lasciando al basso della salita la carrozza e seguitata da quel medesimo domestico. Le mosse incontro sollecito; essa non sollev il velo che le copriva la faccia, ma traverso i bucherelli della leggerissima garza gli sorrise amichevolmente e lo regal dunocchiata che poteva quasi dirsi benigna. Non tolse la mano dal manicotto per porgergliela, ma gli si accost presso presso con una espansiva fiducia e gli disse:
Ben trovato!... Passeggiamo come laltra volta... e mi dica quello che ha fatto di bello in questo frattempo.
Savvi senza dargli il braccio, ma premendolo lievemente al fianco; e parve volerlo incoraggiare nei discorsi colla graziosa gentilezza dei suoi sguardi.
Il giovane rispose quello che avrebbe risposto ogni altro a suo luogo:
Che cosa ho fatto?... Ma ho pensato a lei... ho pensato a lei... ho pensato a lei.
Essa rise: il suo riso, per dirla di passata, non era melodioso, dolce, soave, come si sarebbe aspettato dalla bellezza e dalla giovent della donna, aveva qualche cosa di secco, di aspro, di maligno; ma Alfredo non badava a ci e non se ne accorse menomamente.
Vuol dire che ci ha pensato troppo: dissella: e nessuna cosa soverchia va bene.
In amore non c mai nulla di soverchio: esclam Alfredo: n ardore, n sacrificio, n idolatria.
Gli occhi della baronessa balenarono: le labbra color di sangue sorrisero stranamente.
Parole avventate di giovane! susurr come parlando a s stessa. Tal che si vanta capace di sacrifici, non sopporterebbe un incomodo per guadagnarsi un sorriso di colei a cui si protesta devoto.
Mi comandi e vedr! grid con forza il giovane. Io non sono come tutti gli altri, io non amo come tutti gli altri uomini; io mi sento capace di tutto.
La donna lo guard ben bene per un momento, poi lev dal manicotto la sua piccola mano inguantata e la pos sul braccio del conte.
Ah! se fosse davvero!...
Quella mano che sera posta sul braccio dAlfredo, lentamente, ma fortemente cos che di tanto vigore non lavreste creduta capace, strinse e premette; parve quasi al giovane che una corrente infuocata, da quella piccola destra, passasse nelle sue vene traverso la pelle del guanto ondera coperta, traverso i panni onde il braccio di lui era vestito.
Ebbene? Se fosse!... esclam egli. Io le dico, le protesto, le giuro che  cos... Mi metta alla prova.
La baronessa ritir la mano e la nascose di nuovo nel manicotto; avvolse il giovane da capo a piedi in uno di quei suoi sguardi che erano tutta una fiamma, che investivano come un colpo di fulmine, gli fece un sorriso amoroso e serio insieme, promettente e pur quasi minaccioso, e mormor colle labbra sanguigne che fremevano:
Forse!... Chi sa!...
Alfredo avrebbe voluto spiegazioni maggiori, proposte definite, assumersi subito qualunque pi grave impegno; ma essa lo interruppe.
Basta di ci... Non parliamone altro; non  il caso di parlarne... Se avvenisse anche il caso chio dovessi chiedere a un uomo un servizio di vita o di morte, come vuole che mi venisse in pensiero di rivolgermi a lei che non conosco nemmeno?
Ma lei conosce tutto di me; ma io le ho aperta proprio lanima mia; ma domandi tutto ci che le occorre sapere...
Parliamo daltro, le ho detto: e per prima prova della devozione che mi protesta, impari ad ubbidirmi.
Alfredo ripet con qualche variazione tutto quello che aveva gi detto del suo amore nel primo colloquio, ed ella lo ascolt con pi benigno e incoraggiante contegno; quando si separarono, la donna si lasci strappare la promessa che il dopodomani sarebbe tornata a quellora medesima alla Montagnola.
Al povero innamorato pareva gi un gran trionfo, una invidiabile fortuna, laverne ottenuto un preciso ritrovo. Ma doveva essere davvero una fortuna soverchia per lui, perch il destino non glie la volle concedere, e quella mattina egli calpest invano fino a mezzogiorno con piede irritato la ghiaia della pubblica passeggiata. Rientr in citt turbatissimo, oscillante fra lo sdegno dessere stato corbellato e la paura che qualche disgrazia fosse capitata alla baronessa; and diviato alla locanda dove essa era alloggiata e chiese audacemente di lei. La signora, secondo il solito, non riceveva nessuno, ma era in casa, non era uscita di tutta la mattina e non aveva ordinato la carrozza per tutta la giornata. Una vistosa mancia fatta scivolare destramente nella mano del cameriere determin questultimo a rivelare al giovane una cosa che gli avevano comandata di tenere assolutamente segreta.
Quella stessa mattina un uomo vestito signorilmente, ma che fra il colletto impellicciato e tirato su del pastrano e una ampia fascia che gli avvolgeva il volto aveva cos bene celati i lineamenti da non poter essere riconosciuto anche da una persona a cui fosse famigliare, si era presentato chiedendo della baronessa e, come tutti, ne aveva ricevuta in risposta che quella signora non riceveva assolutamente nessuno. Il forestiero non sera per nulla scomposto, ma tirato fuori una sua polizzina ci aveva scritto su poche parole, laveva chiusa in una busta, accuratamente suggellata questultima e aveva ordinato con accento imperioso si consegnasse subito subito quel biglietto alla signora baronessa. Leffetto ne era stato meraviglioso; le porte dellappartamento della signora si erano spalancate sul momento al misterioso visitatore, il quale, tutto camuffato come si trovava, era penetrato fino nel camerino di toilette della baronessa e l stava tuttavia dopo pi di tre ore.
Fu lo sdegno, fu il sospetto che allora prevalsero nellanimo di Alfredo. Un tormento dellamor suo, che finallora non aveva ancora provato, gli morse di subito e con tutta violenza il cuore: il tormento della gelosia. Usc dallalbergo, pallido, i muscoli della faccia contratti, il cervello in tumulto, parendogli di essere il pi infelice uomo del mondo, credendosi egli medesimo in quel momento capace di qualunque eccesso per isfogare il suo contenuto furore, per vendicare lo strazio indicibile che provava. Si diede a passeggiare su e gi per la strada in cui era la locanda, senza mai perderne di vista la porta. Voleva aspettare che quel tale uscisse di l; voleva vederlo. Che cosa avrebbe fatto, non sapeva, ma qualche cosa pensava che dovesse ed era risoluto di fare. Per fortuna, il tempo assai lungo che pass, lesaurimento delle forze nel giovane stato tutto il giorno senza cibo e il freddo frizzante di quella giornataccia dinverno che si aveva, riuscirono a calmare il sangue e la mente del geloso, di modo che quando verso le quattro, in sul primo venir del crepuscolo, quelluomo usc dal portone dellalbergo, in Alfredo non nacque pi altro pensiero, non rest pi altra risoluzione che di seguirlo cautamente e tentare di sapere chi fosse, dove andasse.
Che quello fosse luomo di cui gli aveva detto il cameriere, Alfredo al primo vederlo non ebbe il menomo dubbio. Aveva il viso nascosto come gli era stato descritto: e uscendo aveva gettato intorno uno sguardo osservatore e sospettoso, proprio di chi cerca scoprire se possa esser visto da qualcuno che non vorrebbe. Sera poi avviato per una strada di buon passo, come desioso di allontanarsi al pi presto; e il conte di Camporolle, seguitandolo dalla lungi, lo vide recarsi in un albergo di terzo ordine che si trovava in una delle strade meno frequentate della citt.
Dieci minuti dopo che quelluomo era rientrato nella locanda, Alfredo, a cui la gelosia dava coraggio e idee, penetrava nellufficio della locanda medesima e usando largamente di quellargomento universale che riesce a vincere quasi tutte le coscienze umane e che si conia in monete da venti franchi, riusc a sapere che luomo tornato a casa pocanzi, era arrivato quella stessa mattina da Parma, che appena arrivato era uscito per non rientrar pi che in quel momento, che sembrava un uomo di buona et, ricco perch aveva pagato larghe mancie, che non si sarebbe fermato pi di due o tre giorni, avendo seco per bagaglio appena un piccolo sacco da viaggio.
Alfredo prese scarsamente il tempo di rifocillarsi con un boccone di pranzo, e poi saffrett a recarsi di nuovo innanzi alla locanda dove abitava la baronessa. La notte era venuta, ed era una notte fredda, nebbiosa, di quelle in cui, salvo ad esserci forzati, nessuno mette i piedi fuori di casa. Le finestre del quartiere della baronessa erano affatto scure. Il giovane stava per avventurarsi a penetrar nellalbergo e chieder della signora, quando vide arrivare e fermarsi innanzi al portone una carrozza di piazza. Un segreto istinto gli fece indovinare che quella carrozza aveva qualche cosa da fare con quella donna per cui egli si sentiva lanima alla rovescia; si accost pi che pot al portone tenendosi celato nellombra e stette ad aspettare. Intanto guardava, come se volesse imprimerseli nella memoria, il cavallo, il legno, il cocchiere. Dopo due minuti, una donna imbaccuccata in un mantello impellicciato, usc frettolosamente dalla locanda, pass come un baleno e si gett nella carrozza di cui un cameriere teneva aperto lo sportello. Il cameriere, rinchiuso lusciolo, diede un indirizzo al cocchiere: questi frust la sua rozza e la carrozza part. Tutto ci era avvenuto proprio colla rattezza dun lampo; ma Alfredo in quella donna aveva riconosciuto lei; ed egli voleva assolutamente scoprire dove andasse. Suo primo impulso fu di correre dietro alla carrozza, ma in un attimo essa era sparita allo svolto duna cantonata; il giovine cerc cogli sguardi se alcunaltra vettura di piazza potesse trovarsi col; non ve nera affatto: e allora, dominato da una subita idea, si avvi di corsa verso il meschino albergo nel quale poche ore prima egli aveva visto entrare quel misterioso personaggio.
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Capitolo 6.
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Il suo sospetto non sera ingannato. Ferma innanzi alla porta della meschina locanda, egli vide una carrozza di piazza; ne riconobbe alla prima occhiata la forma, il color della vernice, il cavallo, il cocchiere: era quella in cui aveva visto salire la baronessa. Dunque il lungo colloquio del giorno durato fino alle quattro della sera non aveva bastato a quei due, e appena chiusa la notte, essa, essa stessa era venuta a trovar lui con tanta premura, con tanta segretezza! Se quella donna adunque non riceveva nessuno, se respingeva superbamente gli omaggi di tutti, se lui medesimo, Alfredo, lasciava consumarsi damore senza piet nessuna, era perch aveva altri impegni, unaltra passione, un legame che le era caro? E chi era costui? E perch quel mistero? E perch non dirgli apertamente a lui: amo, sono di un altro? Il povero giovane soffriva orribilmente. Nessuna ragione, fuorch la violenza, sarebbe riuscita a strapparlo di l. Aspettava fremendo; gli pareva che qualche cosa di terribile avesse da succedere, e voleva esserci, voleva vederlo, voleva averci parte. I minuti passavano lenti, eterni; quando gli venne in mente di guardare lorologio, unora era trascorsa e gli sembrava che fosse stato un lungo, intero giorno.
Finalmente un cameriere venne a chiamare la carrozza che sera fatta in disparte e quella si rec innanzi al portone della locanda. Alfredo si slanci. Quando la donna pose il piede sul predellino e si diede la spinta per salire nel legno, sent una mano di ferro che le afferrava e stringeva il braccio. Si volse spaventata, gettando un piccolo grido: riconobbe la faccia sconvolta del giovane e allo spavento sottentr in lei la meraviglia.
Voi, conte? esclam. Come qui?
Egli le rispose con voce soffocata, coi denti stretti:
Io... vi ho spiata... bisogna che vi parli.
Perch?... Che cosa mi volete?... Chi, che cosa vi mosse a spiarmi?
Un lampo di fiera soddisfazione guizz nei suoi occhi.
Ah! siete geloso? soggiunse abbassando la voce e chinandosi verso il giovane cos che le sue labbra gli toccarono quasi lorecchio.
S! rugg Alfredo a cui il caldo soffio della donna che gli sfiorava la guancia metteva lincendio addosso.
Va bene, va bene, proruppe essa con una strana gioia, stringendogli a sua volta le mani, occhieggiando pi seducente che mai. Vi ringrazio!... E se fosse ci appunto chio desiderava da voi?... Oh anchio bisogna che vi parli... Ma non ora, non qui... Domattina alla Montagnola... Veniteci pur presto. Ci sar. Oh ci sar!
Gli scocc uno sguardo che era una carezza, un sorriso che era un bacio, e approfittando della scossa che Alfredo ne ebbe, per cui diede indietro dun passo, salt nella carrozza, rinchiuse lo sportello, grid al cocchiere: avanti e part.
La vettura era gi sparita al canto della strada che il giovane rimaneva ancora l intento, sbalordito, cogli occhi abbacinati, collanima commossa da quello sguardo, da quel sorriso.
Il domattina fu per tempo al luogo assegnato, e questa volta non ebbe da aspettare dimolto. La baronessa scese di carrozza al solito posto e venne su con passo pi affrettato del solito, il velo alzato dal viso, e laspetto animato, e sola affatto, non pi seguita dal domestico.
Alfredo aveva creduto fino allora che al vederla egli sarebbe scoppiato in rimproveri, in lamenti, in imprecazioni, in isfogo rabbioso dei tormenti che aveva sofferto per lei il giorno precedente e tutta la notte trascorsa. Invece non fu buono a dir nulla: si lasci pigliare le mani da lei, che gliele strinse forte; sent una grande amarezza, un grande scoraggiamento, e gli occhi pieni di lagrime, indispettito di piangere, mordendosi fino al sangue le labbra per vincere la sua commozione, impacciato, tormentato sotto lo sguardo ardente, fisso di lei, non riusc che dopo un poco a balbettare:
Voi ne amate un altro, voi siete dun altro... Tutto  finito per me... Perch non dirmelo?...
Essa gli stringeva sempre forte forte le mani, gli stava l al petto vicina da toccarlo, lo guardava fiso con quelle pupille che emanavano luce e calore. Taceva, ma sembrava fremere duna potente emozione. Il luogo era deserto; un leggero venticello faceva frusciare i rami secchi degli alberi; qualche passero in cerca di cibo gettava in mezzo a quel silenzio una nota stridente che pareva una voce di dolore: ma il sole gi alto sullorizzonte rallegrava il paesaggio con una larga ondata di luce giallastra. La donna guardava sempre Alfredo a quel modo. Un raggio di sole veniva a scherzare coi capelli di lei che parevano indorati, le metteva una fulgida striscia sulla fronte di marmo, suscitava scintille nella piccola pupilla profonda. Il cuore di lui batteva da fargli male.
Liber le sue dalle mani della donna, si trasse in l, s copr colla destra gli occhi e susurr:
Ah! voi mi fate soffrire.
Alfredo! disse ella finalmente e con voce in cui vibrava unemozione quale egli mai non aveva in essa avvertita. Alfredo! Tu hai dunque tutte le buone qualit? Sei geloso!... Ieri sera traverso lo sconvolgimento de tuoi tratti, nel lampo feroce de tuoi occhi, ti ho letto finalmente nellanima come non avevo ancor fatto mai... Tu sei geloso tanto da essere capace di piantare un pugnale nel cuore alla donna che ti tradisse, di ammazzare colle tue mani luomo che ti rapisse il cuore, il possesso della donna che tu ami!... Il giovane, a quelle parole sent ridestarsi pi vivo limpeto della gelosia.
S! grid con veemenza.
E tu sei quale appunto io ti desiderava... Supponi chio cercassi un uomo di questa tempra!... Forse  la Provvidenza che ti ha messo sul mio cammino... Forse tu sei quello che ha da aiutarmi a compire un gran fatto.
Sinterruppe: evidentemente si pent di quelle parole, a cui si era lasciata trascinare da una subita, potente emozione; si cal il velo innanzi alla faccia e soggiunse colla calma freddezza delle altre volte:
Credetelo, conte, per una donna che comprenda veramente lamore, una reale, profonda, potente gelosia  largomento pi sicuro della forza dellaffetto... Questo ho voluto dirvi e nullaltro.
No, no: proruppe Alfredo. Voi avevate gi cominciato a lasciarmi penetrare nellanima vostra, e ora me ne volete di nuovo respingere, e me ne volete richiudere da capo.. No, Zoe, non essere cos crudele con me... Mi hai fatto tanto bene parlandomi collabbandono del tu: perch ritogliermi la soavit di quella domestichezza?... Te lho gi detto altra volta. Io per te sono capace di qualsiasi cosa. Dimmi, comandami, accennami.
La baronessa prese con fare scherzoso il braccio del giovane e facendolo camminare di conserva gli disse:
Vieni qui, ragazzo, e passeggiamo discorrendo tranquillamente. Sono incredula allamore degli uomini: comincio a credere al tuo:  gi un gran fatto: non ti basta? Non amo nessuno: te lho detto e giurato; te lo ridico e te lo rigiuro... Veggo sulle tue labbra prepararsi le parole con cui vuoi interrompermi: E luomo di ieri? E le lunghe conferenze? Ebbene, Alfredo, per davvero, su tutto quello che io possa amare e sperare su questa terra, ti protesto che non si tratta menomamente di amore, n di galanteria... Non cercare di sapere di pi, e non volerti incontrare con quelluomo, n tentare di scoprire chi egli sia, e Dio voglia che tu non abbia mai da fare con lui... Per me  uno strumento, necessario, potente, ma che profondamente disprezzo. Ti fidi alle mie parole?... Se s, potremo continuare a vederci come ora...
E non di pi? non pot trattenersi dallesclamare Alfredo.
Indiscreto, disse la baronessa sorridendo. Per ora, no, non di pi... Se non mi credi, allora sar meglio che ci separiamo addirittura.
Oh questo no... Ti credo, ti credo.
In realt la sua fede non era molto robusta e radicata, perch pochi minuti dopo finito il colloquio colla baronessa, egli correva a quella locanda dove era alloggiato luomo misterioso e ne apprendeva che colui era ripartito quella stessa mattina per Parma. Nel libro dei viaggiatori aveva scritto come suo nome quello di Ambrogio Denti, negoziante.
Colla baronessa, il conte di Camporolle seguit ad avere sempre pi frequenti colloqui, ma tutti nella deserta passeggiata. Per quanto il giovane pregasse e insistesse, la donna mai non acconsent a riceverlo, mai neppure a lasciarsi accostare, accompagnare in teatro, nelle rare riunioni sociali in cui ella interveniva. Qualche cosa per Alfredo aveva guadagnato: la famigliarit fra lui e la baronessa era sempre venuta crescendo; le espansioni dellamore di lui, essa le ascoltava con pi interessamento, con pi incoraggianti sorrisi; non aveva lasciato sfuggire ancora una parola che includesse il menomo impegno da parte sua, ma ne aveva profferite molte che potevano dar ragione a remote speranze.
Quandecco a un tratto tutto questo fu troncato: e il povero giovine pot credere che al suo romanzo, prima del tempo, venisse a strozzarlo la crudele parola fine. La baronessa gli annunzi una mattina che il domani sarebbe partita da Bologna per non tornarci pi almeno chi sa fino a quando. Alfredo propose subito di partire con lei, di seguitarla. Essa lungamente rifiut di dire perfino dove fosse per recarsi: finalmente, come vinta dalle supplicazioni e dal dolore del giovane, consent a dirgli che la avrebbe ritrovata poscia a Parma.
A Parma! esclam il conte. Il tuo visitatore misterioso viene di col.
La donna lo guard fiso e tranquillamente.
S, certo, rispose, e con ci? Hai tu bisogno di nuove mie dichiarazioni e proteste?
Alfredo chin il capo e si tacque.
Vieni dunque tu pure a Parma, continu la baronessa. Chiss che col non siamo pi liberi!
Perch? domand il giovane.
Ella non rispose.
E anzi col io ti far avere certe lettere che ti introdurranno nel mondo pi brillante... anche a Corte.
Come?
Vedrai.
Quella sera Alfredo, spinto da un segreto sospetto, accorse alla locanda abitata dalla baronessa.
Ella era gi partita.
Il conte di Camporolle non pose tempo in mezzo, e il domattina, senza neppure salutare nessuno de suoi conoscenti in Bologna, lasciando che i suoi dipendenti venissero poscia a raggiungerlo, part alla volta di Parma.
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Capitolo 7.
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In Parma, Alfredo cerc invano della baronessa di Muldorff e non ne trov traccia in nessun luogo. Ebbe per a stupirsi assai nel vedersi fatto segno di gentilezze ed onoranze delle quali non sapeva darsi una spiegazione. Per causa del suo passaporto, che mancava di certe formalit cui egli aveva trascurato di eseguire nella sua repentina partenza da Bologna, fu mandato a chiamare con gentilissima lettera dal direttore generale di polizia del ducato, che pure era uomo in fama di terribile, un certo Pancrazi, il quale dicevasi essere stato il braccio destro del terribile commissario Tosi della polizia piemontese al tempo del conte Lazzari; fu ricevuto colla maggior cortesia possibile, fu non solo lasciato in libert di rimaner nello Stato quanto pi gli paresse e piacesse, ma gli si fece intendere che sarebbe ben visto il suo stabilirsi nel ducato, gli si proferse ogni aiuto, ogni protezione, ogni favore. Che pi? Pochi giorni dopo ricevette polizza di visita dellinglese Tommaso W., ministro ed agente del principe. Tutto ci non avrebbe bastato a farlo pazientare, se quando appunto stava per abbandonare la citt seccato e sdegnato, non avesse ricevuto una lettera senza sottoscrizione, ma evidentemente scritta dalla mano duna donna, la quale diceva cos:
Non vi turbate pel mio indugio: sar a Parma fra pochi giorni; intanto, per farmi piacere, per mio interesse, per amor mio, presentatevi al colonnello Anviti, grande amico e compagno del duca, e consegnategli la lettera che qui vi accludo. Spero che non mancherete. Sar un mezzo per avvicinarci di pi.
Alfredo lesse senza scrupolo la lettera allAnviti, la quale, forse appunto per questo, non era suggellata.
Diceva cos:
Preg. Signore. Il nobil giovane che le presenter questa mia, il conte Alfredo di Camporolle,  uno dei pi devoti e fedeli sudditi di S. S., ricco, ben pensante, degno della grazia di S. A. R. e della buona amicizia di V. S. Ill. Glielo raccomando specialmente e mi dico
Roma, dicembre 1853.
Suo Umil. e Dev. Servo
Gregorio Simoni
Capitano di gendarmeria pontificia.
Alfredo esit non poco prima di decidersi a presentarsi con questa lettera allAnviti; ma poi il pensiero della baronessa, la speranza di poter veramente con ci avvicinarsi di pi a lei, la curiosit medesima lo spinsero a fare come gli veniva consigliato.
Il colonnello Anviti, letto appena il biglietto del capitano di gendarmeria pontificia, fece anche lui un mondo di feste al conte di Camporolle; lo introdusse nella societ dei giovani ufficiali e cortigiani; lo present al principe; lo fece in breve famigliare di tutti i pi aristocratici salotti della citt. La timida riserbatezza dAlfredo divertiva il duca, il quale lo chiamava la ragazza, e dava occasione a pi o meno sciocchi epigrammi dei parassiti di Corte; ma linglese Tommaso era sempre pronto a difendere il giovane ed impedire che in ci si trascendesse fino ad offenderlo.
Alfredo che badava poco a tutto quello che non si attenesse alla sua passione ancora sul crescere e tanto pi incitata, quanto che non aveva tuttavia ottenuto la menoma soddisfazione; Alfredo che non pensava se non a quella donna che non veniva e a tutto ci che la riguardava, non aveva dimenticato come quel misterioso visitatore della baronessa, il quale gli aveva dato tanto martello, fosse venuto da Parma e a Parma ritornato, e si pose in capo di scoprire chi esso si fosse, poich egli ora trovavasi in questa citt, e le relazioni fatte cogli uomini pi addentro nel potere, gli davano speranza di poterci riuscire. Naturalmente egli cominci a parlarne col direttore della polizia Pancrazi, e gli domand se sarebbe stato possibile scoprire a Parma un individuo che si chiamava Ambrogio Denti negoziante.
Il Pancrazi, che aveva una faccia di cartapecora, su cui impossibile scorgere qualunque emozione, domand freddamente ad Alfredo perch facesse questa domanda, e che particolari avesse da indicare intorno allindividuo cercato.
Alfredo non abile per nulla a simulare, n inventare, raccont ingenuamente che quel cotale era andato a Bologna quindici giorni prima per averci due lunghi colloqui con una donna che a lui premeva moltissimo,
Lei lha veduto, quelluomo? domand il direttore di polizia con una certa vivacit.
S, signore; ma era cos ben camuffato...
Se lavesse dinanzi, lei lo riconoscerebbe? rispose il Pancrazi sogghignando.
Forse s, e forse no: rispose Alfredo.
Mettiamo pure di no: soggiunse il poliziotto: e sa quello che mi pare doverle dire? Che quellAmbrogio Denti ha un nome affatto diverso, e che probabilmente veniva da tuttaltra citt che questa, ed  andato in tuttaltra direzione.
Alfredo non si scoraggi ancora e pens parlarne eziandio allAnviti e poi al W. Il primo non gliene seppe dir nulla; il secondo da principio non diede risposta molto diversa, ma poi ad un tratto, come colpito da unidea e da un ricordo, esclam:
Come? Lei dice... Ambrogio Denti?
S signore.
Aspetti un poco... Mi pare e non mi pare... S, questo nome non mi riesce affatto nuovo... Fra alcuni giorni le sapr dire qualche cosa.
Il conte di Camporolle aspett cinque, sei, sette giorni; ma linglese non tornava mai su questo discorso; e allora una sera, appunto in un ricevimento di Corte, egli ard tirare in disparte il ministro gi cozzone di scuderia e ricordargli la domanda fatta e la risposta che sera riservato di dare.
Ah! quel Denti! esclam con aria sbadata linglese. La ci tiene proprio?... Che pazzia!...
E lo sguardo dei suoi occhi grigi si fermava in quel punto sopra una persona che savanzava lentamente verso di loro. Era il direttore di polizia Pancrazi.
S, ci tengo... Ne sa qualche cosa? insistette Alfredo.
Non ne so nulla, rispose laltro, mi sbagliavo, era una falsa reminiscenza... la verit  che non ho mai sentito menzionare quel nome.
E lasciato l il giovane, and a raggiungere il poliziotto, col quale aveva avuto a questo proposito un colloquio alcuni giorni prima, e il quale lo aveva in esso persuaso chegli non doveva ricordarsi affatto daver mai saputo qualche cosa che riguardasse quel Denti.
Alfredo tornava ad essere a capo della sua pazienza; il soggiorno di Parma gli diventava noioso ed era sul punto di partirsene definitivamente, quando quella tal sera a teatro, mentre se ne stava tutto solo nel suo palchetto, pieno duggia e di malavoglia, vide entrare linglese Tommaso, il quale, senza neppure salutarlo, gli disse:
Il teatro  cos zeppo che non c buco dove ficcare il naso. Ho da soddisfare una curiosit del duca e approfitto del suo palchetto.
Approfitti pure, rispose Alfredo. E che curiosit, se  lecito?
Una curiosit in gonnella... come quasi sempre, e che sta l in un palchetto dinanzi ad attirare lattenzione e lammirazione di tutti.
Cos dicendo volse lo sguardo a quella loggia e stette l a bocca aperta, strozzando nella gola un goddam!
Anche Alfredo lev gli occhi e guard; e fu scosso da un tremito, e unesclamazione soffocata mor sulle sue labbra.
Era la baronessa di Muldorff.
Vestiva di bianco, molto scollacciata, con un vezzo di perle ne suoi capelli dun biondo ardente, quasi rossigno, le labbra pi sanguigne che mai, gli occhi pi infuocati, le nari pi frementi, il sorriso pi provocatore, le forme scultorie delle spalle e del seno spudoratamente ostentate, la mano destra sguantata colle dita cariche di anelli che giocherellava con un piccolo cannocchiale di madreperla. Aveva insieme la sua solita vecchia governante. La sua pallidezza di vampiro faceva spiccare pi vivo, pi terribile il fuoco infernale degli occhi. Il sogghigno che socchiudeva quelle labbra voluttuosamente rosse, lasciava scorgere i denti color di perla, acuti, piccoli, che, senza saperne il perch, ricordavano le zanne degli animali feroci. Era bella, trionfalmente, funestamente bella.
Mostr di non iscorgere n Alfredo, n linglese; ma appena questultimo si fu partito da quel palchetto, voglioso di recare sollecitamente al duca lesito della sua esplorazione, ella saett verso il giovane rimasto solo uno sguardo lungo, carezzevole, ardente, che lo invest tutto di una fiamma, che gli parve un sufficiente compenso alle noie, alle impazienze, alle torture della soverchia attesa che aveva dovuto soffrire.
Dieci minuti dopo, un inserviente del teatro picchiava leggermente al palchetto di Alfredo: veniva a consegnargli un biglietto che aveva recato allor allora per lui un domestico di piazza.
Nel biglietto erano scritte queste semplici parole:
Stanotte alluna sulla porta del palazzo che abitate.
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Capitolo 8.
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Sir Tommaso rientr sollecito nel palchetto del duca.
Ebbene? gli grid questi appena lo scorse: selvaggina di conto?... Tu hai fatto una faccia, vedendola!...
Linglese si avvicin presso presso al principe, e chinandosi famigliarmente verso di lui, gli sussurr allorecchio:
 la Zoe.
Chi? domand il Borbone allargando tanto fatti i suoi occhi che parevano pallottole di vetro. Che Zoe?
Tommaso abbass ancora pi la voce e mise le labbra cos vicino allaugusto orecchio da quasi toccarlo.
La spia dellAustria: mormor con voce che era appena un soffio.
Il duchino fece un leggero sobbalzo, ebbe un osceno sorriso e anim un pochino il vetro de suoi occhi rotondi.
Ah ah!... Quella tal Zoe di Torino... La Leggera?
S Altezza.
To, ho giusto piacere di vederla! esclam il principe. Una bella donna!...  sempre una bella donna, Tommaso?
Linglese mand un grosso rifiato che poteva passare per un sospiro.
Sempre pi bella!
Tanto meglio!... E s che non la  pi una giovanetta...  da quando ero a Torino che non lho pi vista... cio no... lho veduta ancora a Vienna, un momento... La era allora col principe K...  lui che lha fatta un agente politico di importanza... Bel colpo! Unire la galanteria, la diplomazia e la polizia!... Che cosa  venuta a far qui?... Bisognerebbe saperlo... e intanto per prima cosa sapere dov alloggiata... Saperlo subito, questa sera medesima, hai capito Tommaso?
Linglese sinchin.
Vado immediatamente, rispose, e usc di nuovo sollecito.
Carlo terzo era veramente punto da una viva curiosit: quella di vedere la donna che gli ricordava certi anni della sua giovinezza, i quali allora gli parevano i pi belli e deliziosi della sua vita, come colei, per cui tali anni rivivevano nella sua memoria, parevagli essere stata delle pi leggiadre e seducenti fra quante femmine aveva accostato.
Si sporse quanto fuor del parapetto della loggia volgendo il muso in su; ma non riusc a veder altro che un braccio nudo, opulento, elegantemente tornito, di pelle bianca e fine come un raso, sovraccarico di maniglie, e intorno come una nebbia di mussole, di trine e di fiori. Non ci resse pi; salz bruscamente a mezzo dun gran ballabile di tutto il corpo di ballo, in cui ognuna di quelle ninfe in calzoni di maglia cercava di fare un sorriso pi affascinatore e pi provocante, e usc con passo affrettato dalla loggia, dicendo ai cortigiani:
Voi altri non vi movete; vieni tu meco, Anviti.
Il colonnello, uno dei pi benevisi del duca fra i petulanti e i prepotenti che gli stavano intorno, imitatori della prepotenza e della petulanza del principe, segu tosto questultimo. Alfredo di Camporolle, che aveva allorallora ricevuto quel certo biglietto e che da questo era stato messo in una viva agitazione, per la speranza che vi aveva attinto di poter ritrovarsi quella stessa notte insieme colla baronessa; Alfredo aveva piantato i gomiti sul cuscinetto del parapetto, teneva con tutte due le mani serrato innanzi agli occhi il cannocchiale e fissava, fissava quella donna, aspettandone, invocandone in cuore, lusingandosi di riceverne un altro sguardo amoroso come quello che gli aveva lanciato pocanzi, cercando di leggerle per le pupille nellanima, credendo quasi poterle comunicare cos quellardore che la vista di lei gli aveva suscitato e che in lui ribolliva. Egli non si accorse neppure che luscio del suo palchetto veniva aperto di nuovo, che entravano due uomini con passo affrettato, sicuro e di padronanza, e non si riscosse finch non sent una mano posarglisi bruscamente sulla spalla. Rivolse vivamente in su il capo con atto impaziente, pronto a trattare con poca cortesia chi veniva cos a disturbarlo, e rimase tutto confuso e meravigliato nel trovarsi innanzi il principe; sorse in piedi e stette l senza saper trovare parole.
Lei, conte, disse con tono scherzoso il duca,  nel posto migliore per vedere questa nuova bellezza che eccita lammirazione di tutto il teatro. Siamo venuti anche noi a profittarne. Ci perdona linvasione?
V. A.  padrone: rispose malvoglioso e pi impacciato che mai il giovane; mentre il duca, senza dargli retta altrimenti, si buttava a sedere e appuntava il cannocchiale sulla baronessa.
LAnviti, il quale guardava ancor esso con ammirazione la forestiera, domand piano ad Alfredo:
La conoscete voi quella signora?
Il conte fiss in volto chi gli aveva fatta la domanda: si ricordava che era stata appunto la baronessa la quale gli aveva mandato una lettera di raccomandazione per lAnviti, e lo aveva pregato, per farle piacere a lei, di servirsene. Ed era lAnviti che in grazia di questa lettera laveva introdotto a Corte.
E voi? chiese Alfredo a sua volta, fissando sempre il colonnello. La conoscete?
Io no: rispose lAnviti: e, corpo di bacco! vorrei benissimo avere la fortuna di conoscerla... come certo avete voi...
Io no: interruppe Alfredo, il quale pens che forse alla baronessa avrebbe dispiaciuto chegli rivelasse la loro attinenza: non la conosco molto pi di voi medesimo.
Eppure, quando lavete vista mi  sembrato notare in voi una certa emozione...
Un po di meraviglia... La vidi a Bologna, dove teneva unesistenza cos originale...
Ah s?... Galante?
No: niente affatto: non riceveva nessuno; e per quanto facessero i pi ricchi, i pi audaci, i pi fortunati, non uno riusc a essere introdotto in sua casa.
Oh oh! cospetto!... Chi lo direbbe a vederla?... Un mostro di virt.
Si curv sul principe che stava sempre intento a guardarla, ed a cui essa non faceva la menoma attenzione.
Sente V. A.? gli disse ridendo. Qui il conte ci afferma che  una Lucrezia romana... prima di Tarquinio.
Davvero? esclam beffardamente il duca con un sogghigno che spiacque molto al povero Alfredo. Oh son proprio curioso di conoscerne qualcuna di codeste eroine... Non ne ho mai incontrato nessuna finora!
E V. A. correrebbe anche il rischio desserne il Tarquinio?
Rischio? disse il principe levando le spalle: non ce n pi nessuno di rischi... La semenza dei Bruti  andata persa affatto.
E con ragione: ribatt il cortigiano ridendo: erano maniere troppo brutali per un secolo civile come il nostro.
Alfredo ascoltava quei discorsi con una malavoglia, con un disagio che non sapeva spiegarsi egli stesso; lattenzione, linteressamento che il principe mostrava per la baronessa, gli davano sospetto, dispiacere e rabbia; avrebbe voluto interloquire, rintuzzare limpertinenza di quelle parole, e non osava, e non gli veniva neppure alle labbra cosa che gli paresse acconcia da dirsi.
A toglierlo da quel suo disagio sopraggiunse un ufficiale dordinanza del principe.
Altezza, disse questufficiale, inchinandosi verso il duca: c il capitano degli ulani austriaci Imperatore Nicol, il conte von Klernick; il quale supplica di aver lonore di presentare i suoi omaggi a V. A.
Ah! von Klernick grid il duca: quella testa matta!... Ne abbiamo fatte di belle pazzie insieme a Vienna!... Quand arrivato?
Credo ieri.
Ci devessere qualche gonnella che lo tira, ne son persuaso.
Nelle quinte del palcoscenico si susurra di s.
Ah ah! Una diva della ribalta.
La nuova ballerina venuta da Milano a sostituire la Ranzi caduta ammalata.
Egli la protegge?
S  venuto apposta, ed ha per rivale un uffiziale piemontese.
Oh oh! un piemontese?... Sar un italianissimo. Come si chiama?
Il marchese di Valneve.
Sangr di Valneve... Buona famiglia... Conosco! E forse che  venuto anche lui questo marchese?
S, Altezza.
Benone! Ci divertiremo... Dica pure a von Klernick di venire.
Mentre lufficiale dordinanza usciva per chiamare laustriaco, entrava in quel palchetto linglese sir Tommaso.
E cos? gli grid di nuovo il duca stando al parapetto: trovato quel ricapito?
Trovato.
Ed ?
Sul canto di borgo San Biagio, alla strada di Santa Lucia.
Alfredo ud quellindirizzo.
Va benissimo: esclam il duca. Faremo una visita questa stessa notte... Anviti, mi accompagnerai.
Anche queste parole furono udite dal conte di Camporolle, il quale, vedendo in quella entrare ancora lufficiale dordinanza, accompagnato da un capitano di ulani austriaci, pens che il meglio che avesse da fare era di andarsene via dal suo palchetto egli stesso.
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Capitolo 9.
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Il capitano von Klernick, con cui Alfredo quasi si urt uscendo, era un belluomo sui trentanni, alto, membruto, biondo, con lunghi baffi incerati, un gran naso fatto a becco di rapina, una fronte piccola, un portamento rigido e altiero, e unaria poco simpatica di militaresca tracotanza e di aristocratica superbia.
Si avanz fin presso il duca e fece un inchino colla sua rigida persona.
Buon giorno, von Klernick, gli disse il principe parlandogli in tedesco. Vi vedo volentieri.
Grazie! mormor il capitano sotto i suoi baffi appuntati.
Voi venite da Milano, a quel che ho inteso?
S, Altezza.
Che notizie ci recate?
Si muore di noia... I milanesi sono sempre pi stupidi; fanno il broncio al Governo, si annoiano come tanti sciagurati per fare una dimostrazione politica e ci fanno seccar noi.
Vuol dire che glitalianissimi hanno sempre il sopravvento sulla pubblica opinione?... Sciocchi buffoni! O che il maresciallo non  capace di insegnare loro a smetterla una buona volta? Vedrete, capitano, come faccio qui io; guardate, imparate e andate a dirlo al maresciallo.
Mah! esclam laustriaco mandando un sospiro: Milano non  Parma. L c una nobilt pazza, ricca, influente, che ha il cervello per traverso, colla smania di voler fare della politica come si fa in Piemonte... Gi la pietra di scandalo  quel maledetto paese di rozzi e grossolani montanari...
Avete ragione: interruppe il duca con un certo bagliore negli occhi che era effetto di irritazione: grossolani, testardi quei piemontesi, pesanti e insoffribili... Ah! se si potesse dar loro una buona lezione.
Pensare che sarebbe cos facile! disse il capitano degli ulani. Se il maresciallo si mettesse alla testa di due divisioni, in una settimana noi schiacceremo quel nido di vespe.
Peggio che vespe, vipere.
Ma il nostro imperatore  troppo buono!
Bene! Lasciamo stare la politica, von Klernick. A Milano vi annoiavate, e siete venuto un poco qui a divertirvi con noi... Ah birbone;  quella grassoccia duna Carlotta, la ballerina milanese, che vi ha attirato.
Il capitano fece un antipatico sogghigno che voleva essere malizioso, colle sue labbra grosse, carnose e rispose:
La Carlotta!... Ah bella donna!... V. A. sa?
Di quello che accade ne miei dominii sono informato di tutto: disse il duca con istupida aria di superbia e di millanteria.
Laustriaco nascose con un chinar del capo il suo sogghigno, che era divenuto ironico e sarcastico. E davvero cera da ridere di quel vanto, pensando che quei dominii erano vasti come un palmo di terra.
Vi fermerete qui parecchi giorni, capitano? riprese il duca.
Cinque o sei.
E poi vi condurrete con voi la ragazza?
Ah! non so... Essa ha una scrittura per Firenze, ma forse non ci andr.
Siete voi che non la lascierete andare.  troppo lontano, non  vero?
Quella creatura  molto capricciosa... vuol fare a sua testa... Ha abbandonato Milano per farmi dispetto.
E voi le siete corso dietro.
 stato un puntiglio... sapevo che veniva qui per lei un cotale...
Ah s! Ho udito anche di ci: un ufficiale piemontese.
Von Klernick si drizz bene sulle piante con tutta limponenza della sua grande statura, impett bene il suo busto serrato nelluniforme, si appoggi alla sua durlindana e disse con disprezzo:
Un omicciattolo meno alto di questa sciabola: un cosino che si d delle arie... Begli ufficiali ha il Piemonte! Oh s che con codesti burrattini il re Vittorio Emanuele vorr far paura a mezzo mondo! Ah ah ah!
Rise grossolanamente.
Ma  ricco, non  vero? soggiunse il duca: e i napoleoni doro lo fan guardare di buon occhio dalla ragazza.
Ricco! Ricco!... Chi lo sa?... Dicono che sia pieno di debiti fin sopra i capelli.
 cosa di buon genere.
Eccolo laggi in platea, presso lentrata.
Chi? Il vostro rivale! Sangr di Valneve?... Ho piacere di vederlo. Ho conosciuto il marchese che deve essere suo padre, un uomo rigido, presidente della Corte dappello che allora si chiamava Senato: un uomo dotto, un dottorone, pieno di solennit, di legale e di morale, noioso come un discorso accademico... Non  in uniforme?
No, Altezza.
Ah! va bene. Non ha osato vestirla quelluniforme piemontese, nella mia capitale. Qual  di tutte quelle giubbe nere laggi?
Vede quel giovanotto biondo, pallido, che pare una ragazza, il quale sta appoggiato alla colonna?
S, quello  il conte Alfredo di Camporolle, un nobile romagnolo, colui che era qui stesso in questo palchetto.
 vero, che lho visto ad uscire. Ebbene quel mingherlino che si trova alla sinistra di lui, proprio fianco a fianco, con quei balletti e quel pizzo di color castagno scuro, quello  Valneve.
Benissimo. Riconosco un poco dei lineamenti del padre. Gi  un uomo in piccola edizione. Vi arriva ai gomiti, a voi.
Il capitano austriaco torn ad impettirsi superbamente.
Simili campioni, noi li facciamo correre collo scudiscio.
E frattanto von Klernick, il principe, il colonnello Anviti e sir Tommaso avevano appuntati i cannocchiali in quella direzione e guardavano con una fissit e con certo sogghigno che sarebbero stati trovati oltraggiosi anche dal pi pacifico e meno suscettivo degli uomini.
Il caso, che pare si compiaccia di legare e slegare le attinenze fra gli uomini, intrecciare e complicare gli interessi e le vicende della vita, aveva fatto che Alfredo, scendendo gi dalla sua loggia invasa in quel modo dal duca e dai suoi, venisse in platea a porsi proprio allato dellufficiale piemontese, il marchesino Ernesto Sangr di Valneve, rivale del capitano austriaco Rodolfo von Klernick nelle grazie della ballerina milanese, la Carlotta. Pensare che da questo semplice contatto, dallincontro di quella sera dovevano in massima parte provenire fatti che avrebbero cotanto interessata, cambiata la sorte di quei due giovani!
E cera mancato un attimo solamente che Alfredo si partisse addirittura dal teatro. Cos aveva deciso di fare, ma passando innanzi alla porta che metteva in platea, non pot resistere al desiderio di dare ancora unocchiata alla baronessa: era entrato, ne aveva ricevuto uno sguardo, e non sera pi mosso; appoggiatosi a una delle colonne del lato della porta stava l incantato, affascinato, oblioso di tutto il resto.
Eppure il rivolgersi di tutti quei cannocchiali dal suo palchetto, ora occupato dal principe, a guardare in quel luogo e la ostinazione con cui fissavano, riuscirono a farsi scorgere anche da lui. Alfredo non poteva indovinare che il bersaglio di tutti quegli sguardi era il giovane suo vicino, e credette di essere egli stesso; e siccome era evidente la beffa oltraggiosa di quei guardatori, egli si sent rimescolare il sangue ed arross nella faccia come una fanciulla a cui si fa linsulto di sconvenienti parole. Il primo suo impulso fu di sottrarsi a quella vergogna e fuggirsene; ma tosto poi si disse che ci sarebbe da pusillanime, e, fattosi forza, si volt di pieno verso quella loggia e sollev il cannocchiale allaltezza dei suoi occhi per rispondere colla sua a quelle sguardate. Ma in quella si sent toccare delicatamente sulla spalla e si volse indietro.
Era il giovane suo vicino, al quale egli non aveva fin allora fatto la menoma attenzione.
Scusi: gli disse con una graziosa e vera gentilezza, sorridendo garbatamente: Ella voltandosi in questo modo impedisce al duca di Panna e ai degni compagni che ha seco, l in quel palchetto al terzordine, di squadrarmi bene a tuttagio coi loro cannocchiali, e a me di contraccambiarli col mio.  un piacere innocente che, se non lincommoda, la prego di permettere che ci possiamo pigliare tornando alla positura chella aveva prima.
La persona di quel giovane fu di subito simpaticissima ad Alfredo: era di piccola statura, ma ben fatto, ben proporzionato e di agili e spigliate movenze; aveva una testa intelligente, ben posta sulle spalle, con fisonomia piena di espressione, risoluta, gentile, allegra, schietta, un po spensierata, ma nobile e buona. Laristocrazia del sangue che gli scorreva nelle vene si vedeva subito nella finezza e bianchezza della pelle che lasciava scorgere alle tempia la rete azzurrina delle vene, e nella piccolezza delle mani accuratamente inguantate.
Come! esclam Alfredo, quale pure si sent un pochino sollevato, al sapere che lostile insolenza di quegli sguardi del principe e de suoi non era rivolta contro di lui.
 lei che guardano a quel modo? Credevo dessere io.
No signore: riprese allegramente quel giovane al quale era riuscita simpatica altres la figura di Alfredo, per questa volta  a me, proprio a me, che tocca tanta fortuna: e bisogna bene che me ne dimostri grato come si merita.
E postosi il cannocchiale agli occhi colle labbra atteggiate ad un sorriso pieno di fine ironia e di altezzoso disprezzo, stette fiso a guardare anche lui il duca ed i suoi.
I quali, allespressioni dei volti, parvero furibondi per tanta temerit: furono fulminei addirittura gli sguardi del principe e del capitano austriaco; e siccome il giovane vicino dAlfredo non se ne dava per inteso e seguitava a guardare con una placidit piena di scherno, il duca parl animatamente allAnviti, questi ripet ancora pi animatamente alcune parole allufficiale dordinanza, e lufficiale, facendo atti di collerica minaccia, usc impetuosamente dal palchetto.
Evidentemente da quel Giove in miniatura del duca era partito il fulmine, portato da quellaquila dufficiale. Il giovane della platea, incrociate le braccia al petto, gli occhi sempre fissi sul palchetto dove era il principe, stette tranquillamente ad aspettare lo scroscio.
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Capitolo 10.
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Il fulmine non tard a colpire, e fu sotto forma di un brigadiere de gendarmi, pi irsuto, pi burbero, pi tracotante che il solito, il quale, aprendosi il passo a spallate fra la gente, venne dritto alla volta del giovane forestiero.
Signore: gli disse con una vociaccia burbera e sopracciglia fieramente corrugate: lei venga fuori!
Il vicino dAlfredo, che aveva visto accostarsi il brigadiere sempre colla medesima placidezza e tranquillit, rispose tranquillamente, senza scomporsi menomamente e senza smettere il suo fine sorriso ironico:
Io? Vi assicuro che non ho nessun desiderio di muovermi, che ho pagato il mio biglietto dingresso, e che perci ho diritto di godermi tutto lo spettacolo, e quindi se non mi dimostrate con e per quale autorit voi mi volete allontanare, io non faccio neanche un passo.
E si appoggi con tutte due le spalle alla parete su cui si alzava il parapetto delle loggie del primordine.
La venuta del brigadiere e lintimazione da costui fatta con voce abbastanza alta al giovane forestiero, avevano attirato lattenzione della folla circostante su quella scena, e in un attimo tutto il teatro e tutti i vicini, e per la prepotenza del fatto, e per la calma dignitosa delluomo oltraggiato in quella guisa, davano non dubbi segni di simpatia verso il forestiero e di disapprovazione alla condotta del brigadiere e di chi lo faceva agire. Pi di tutti il nostro Alfredo sentivasi tratto a simpatizzare con quel giovane, il quale si manteneva, in mezzo allo sdegno che doveva provare, cos calmo, cos dignitoso, cos superiore.
Meno parole: rispose ancora pi brusco il brigadiere che si sapeva guardato dal palchetto doverano il principe e il colonnello Anviti. Venga subito, altrimenti sar costretto ad usare la forza.
Va bene! disse il giovane, sempre tranquillo, sempre sorridente. Ecco almeno una ragione che per voi pu parer buona. Vi domando in nome di quale autorit e con qual diritto voi procedete, e voi mi rispondete che userete la forza... A questa mi sottopongo; protesto, ma mi sottopongo.
Presto! grid il gendarme. Finisca le chiacchere... Avanti, marche!
Un momento, mio gentile brigadiere; uscendo di qua, sar libero di andarmene dove voglio o avr ancora la vostra amabile compagnia?
Laccompagner dal Direttore di Polizia.
Bene! Una visita piacevolissima. Oh che belle sorprese capitano nella felicissima Parma!...
Silenzio!... Avanti, le ho gi detto...
Marche! sugger il forestiero ridendo e avviandosi. Andiamo pure a far la conoscenza del signor Direttore di Polizia; ma ripeto innanzi a tutti questi signori che protesto.
Zitto! le ripeto: grid il brigadiere e allung la mano per afferrare il braccio del giovane.
Questi si fece indietro dun balzo.
Ah fi donc! esclam, Non mi toccate!
Ebbe un aspetto di tanta fierezza, di s sdegnoso orgoglio, di imponente autorit, che il brigadiere, alto, grosso, forte, rozzo, tracotante, lasci cader la mano e chin gli occhi innanzi a quel giovane piccolo, mingherlino, dallaspetto delicato e gentile.
Siccome nello scostarsi vivamente dal gendarme il forestiero aveva dato una pestata ai piedi dun signore che gli stava di dietro, egli si volse e disse colla pi squisita cortesia dun gentiluomo elegante:
Pardon!
Colui al quale aveva pestato i piedi era il conte di Camporolle.
Nulla di male: rispose Alfredo: e se lei mi permette, io mi prender la libert di accompagnarla dal Direttore di Polizia: e potr attestare col lillegale modo con cui si  proceduto verso di lei.
Ella mi fa un insigne favore: disse il giovane piemontese: ma non vorrei che ci avesse da comprometterla e farle avere dei dispiaceri, deglincomodi o dei pericoli.
Alfredo scosse le spalle in un modo che piacque dimolto allaltro, perch gli prese la mano e gliela strinse forte, soggiungendo vivamente:
La ringrazio ed accetto.
Uscirono insieme dietro i passi del gendarme i due giovani, accompagnati da un susurro pieno di simpatia di tutti i circostanti; e molti di questi li seguirono fin nellatrio; ma l alcuni gendarmi appostati, ad un cenno del brigadiere fecero stare indietro, anzi ricacciarono dentro la platea, tutti i curiosi.
Venendo fuori dal teatro i due giovani di conserva, il piemontese disse al compagno:
Almeno che lei sappia verso chi si dimostra cos generosamente gentile, e io a chi vado debitore di s coraggiosa prova di cortesia.
Trasse di tasca un elegante portafogli e, levatane una polizzina di visita, la porse ad Alfredo, il quale fu lesto a contraccambiarlo.
Nella cartolina del piemontese, sotto una corona di conte, stava scritto: Ernesto Sangr di Valneve, luogotenente del I Reggimento Guardie.
I due giovani lessero a vicenda le rispettive polizzine e poi si scambiarono un amichevole saluto col capo.
Conte di Camporolle: disse luno: mi auguro che si presenti loccasione di renderle un pari servizio da amico.
Conte di Valneve: rispose laltro: sono lieto che loccasione mabbia recato la fortuna di fare la sua conoscenza.
Arrivarono sollecitamente al cospetto del Direttore di Polizia, il quale, dicerto gi preavvisato, li aspettava seduto alla sua scrivania, una lampada innanzi a s con una ventola disposta in modo che rifletteva tutta la luce sulla faccia delle persone che gli si presentavano e lasciava lui perfettamente nellombra. Pur tuttavia Alfredo riconobbe la poco simpatica persona del famoso Pancrazi.
Il suo nome, signore? domand egli bruscamente, appena i due giovani gli comparvero innanzi.
Lufficiale piemontese pronunzi chiaramente e spiccatamente il suo.
Alfredo disse a sua volta:
Credo che lei mi riconosce...
A lei non ho mica domandato nulla: interruppe burbero il poliziotto. S, la riconosco e mi stupisco di vederla qui, lei che non ci ha nulla da fare.
Io era vicino al conte di Valneve, soggiunse con qualche calore il Camporolle, quando egli ebbe linqualificabile intimazioni...
Sar inqualificabile per lei: interruppe di nuovo il Pancrazi: ma nessuno qui a lei domand i suoi apprezzamenti, e creda a me che Ella non ha diritto, n la convenienza di darli.
Mio caro signore, disse gentilmente il conte di Valneve, Ella ha gi fatto fin troppo per me e non voglia procacciarsi altri fastidi. Il signor Direttore della Polizia riconoscer subito il deplorevole errore commesso dai suoi subalterni a mio riguardo, si affretter a farmi delle scuse da quel gentiluomo che  ed a lasciarmi in libert.
Lei crede? disse il Pancrazi nelloscurit mandata dalla ventola. Il conte di Camporolle, se ha la curiosit di assistere al colloquio che ho lonore davere con lei,  padrone; lo conosco abbastanza per lasciargli procurarsi questa magra soddisfazione; ma fra noi due, signor conte di Valneve, la cosa non sar tanto liscia e di quella guisa come lei crede.
Mi permetta, signor Pancrazi: salt su Alfredo: ma come testimonio al fatto, posso proprio attestare che il conte non ha avuto il menomo torto, che mentre era tranquillo ad assistere allo spettacolo...
Signor conte di Camporolle interruppe il Direttore di Polizia: Io ho avuto per lei delle raccomandazioni tali che mi impongono la maggiore considerazione e il maggiore interessamento in suo vantaggio; ma mi trovo pure obbligato a ripeterle che in questo fatto Ella non centra, e il meglio per lei sotto tutti i riguardi pronunzi assai spiccatamente queste parole  di non entrarci per laffatto.
E poi voltosi al piemontese di nuovo:
Lei ha il suo passaporto in regola?
Ho gi avuto il piacere di mostrarlo cinque o sei volte a vari agenti della Autorit ducale: rispose il conte di Valneve colla sua ironica affettazione e gentilezza.
Ebbene, abbia ancora una volta questo piacere mostrandolo a me: proruppe burbero il Direttore di Polizia.
Lufficiale piemontese trasse lentamente di tasca la carta e la porse con un atto di sprezzosa noncuranza al poliziotto.
Questi vi gett appena sopra unocchiata e disse:
Non va, non va.
Come non va? esclam il conte di Valneve. Vuol dire che non sapevano quel che si facevano i vostri subalterni che lo esaminarono!
Lei ha un modo di parlare molto acconcio a compromettere la sua causa.
La mia causa?... Ma che causa? Io non ho causa di sorta n con lei, n con nessuno di qui. Sono un ufficiale del Re di Sardegna di passaggio in questa citt, al quale mi stupisco che si osi dare di queste molestie.
Le molestie, come osa dire lei, poteva risparmiarsele non venendo.
Bravo! esclam con unironia piena di scherno il giovane piemontese.
E le saranno subito finite riprese con collera il Pancrazi perch lei domani se ne partir.
Davvero?
S signore.
E perch?
Perch questo suo passaporto non  stato vidimato dallagente consolare di Parma a Milano, donde Ella viene.
E se non parto?
La faremo accompagnare alla frontiera dai gendarmi.
Bellissimo modo per ottenere quel che si vuole... Ci penser fino a domani, poich non devessere che allora la mia partenza, secondo le buone vostre intenzioni. E ora, spero, che mi lascierete andare in libert.
La lascio andare alla sua locanda a dormire.
Grazie della generosit.
Le proibisco assolutamente di rimetter piede in teatro.
Che peccato!  lunico posto dove avrei voluto andare... Pazienza! Ci rinunzio... Andremo a cena; non  vero conte di Camporolle?
E senza fare il menomo atto di saluto, prese il braccio di Alfredo ed usc. Il Direttore di Polizia mand dietro ai due giovani uno sguardo acuto e quasi soddisfatto.
La Zoe sar contenta: mormor fra s, e si mise con tutta attenzione ad esaminare un monte di carte che aveva dinanzi.
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Capitolo 11.
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Ernesto di Valneve, uscito dalluffizio di Polizia a braccetto con Alfredo di Camporolle, quando furono un poco allontanati dal portone innanzi a cui passeggiava la sentinella, disse al suo compagno:
 per lei un sacrifizio il non tornar pi a teatro?
Niente affatto, rispose Alfredo. Anzi volevo gi partirmene.
Sarei indiscreto, la torrei a qualche occupazione o ritrovo, se la pregassi di favorirmi della sua compagnia per unora o due questa sera?
Niente affatto, rispose con cordiale sollecitudine Alfredo: anzi le dir che mi rende un vero e gradito servizio. Io aveva appunto da studiare il modo di occupare il mio tempo sino alluna dopo la mezzanotte.
Ebbene, allora cominciamo per far quello che abbiamo detto a quel gufo di Direttore della Polizia: andiamo a cena; l, e forse soltanto l, potremo discorrere un po liberamente. Vede quelle ombre che rasentano il muro laggi? Sono spie che il Direttore di Polizia ci ha messo alle costole per sapere i nostri fatti e i nostri discorsi, e io ho gran bisogno di tenere celati a lui e ai pari suoi gli uni e gli altri... Non gi, soggiunse vivamente con una uscita di franco buon umore, chio voglia commettere qualche delitto... ma qualche cosa voglio fare, per cui ho bisogno anche della complicit di qualcheduno.
Eccomi a Lei, se io le posso servire: disse Alfredo.
Sicuro! Ed  proprio la mia buona sorte che mi fece incontrare cos gentile e simpatica persona.
Giunsero alla locanda dove era alloggiato il conte di Valneve, e questi ordin si portasse loro da cena nella propria camera. Non c nulla che accomuni di pi due giovani della medesima condizione, delle medesime abitudini, i quali sieno gi luno allaltro simpatici, che un pasto di questa fatta fronte a fronte, in tutta libert, con buone vivande e vini squisiti. Alle frutta i due conti erano amici e si davano del tu; e fu allora che, fatto allontanare i camerieri, con alcune bottiglie di bordeaux ancora sulla tavola, un allegro fuoco acceso nel caminetto, un eccellente sigaro ambedue i commensali fra le labbra, il piemontese cominci il discorso che gli stava a cuore.
Per confessarti subito tutta la verit, caro Alfredo, cos disse Ernesto di Valneve, lavventura a cui ti prego dassistermi bisogna che finisca con un duello.
Un duello serio? domand Alfredo, il quale, abilissimo nella scherma e nel maneggio dogni arma, ch questo era pure stato un elemento della sua educazione a cui avevano posto molta cura i suoi istitutori, pure non sera mai trovato in simil caso, e provava una certa impressione.
Spero di s: rispose sempre con quella sua allegra tranquillit il piemontese. In fatto di duelli, eccoti la mia opinione, che ti raccomando: evitarli per le bazzecole, ritenerli ridicoli per le minchionerie, e farli sul serio quando ve ne sia un motivo reale e non si possa ottenere unaltra soddisfacente soluzione.
Mi rincresce pel pericolo a cui vai incontro, disse Alfredo, ma confido pure che la tua abilit e il tuo coraggio...
Evvia! interruppe allegramente a suo modo Ernesto: il pericolo ed io ce la diciamo abbastanza bene. Gi lo saprai che la fortuna in queste cose assiste i capi scarichi, gli sventati. Ora io ho la mortificazione di doverti dichiarare che sono uno sventato, un capo scarico di prima classe... E poi, e poi... che cosa tho a dire?... non mi  ancora capitato di dover sentir paura per nulla e per nessuno: figuriamoci se avr da provarne per quel gran pagnottone bianco dai baffi tirati e fatti a lesina che pare un bue vestito da ufficiale austriaco!
Ah! esclam Camporolle: il tuo avversario del duello sar dunque quel colossale capitano dUlani che era questa sera col duca...
E che mi guardava... insieme con quel carissimo duchino... tanto insolentemente.
Ed  per codeste sguardate?...
Che non ti pare le bastino, quando chi ce le manda ha un muso come quello e una montura daustriaco?... Corpo di Bacco! vorrei poter tirare sul terreno anche quella faccia impertinente del signor duca e mostrare anche a lui un tantino deducazione!...
Sinterruppe e soggiunse con un po pi di seriet:
E pensare che questi sono principi, che sono regnanti, val quanto dire debbono rappresentare ed essere tutto ci che vha di pi nobile, di pi eletto, di pi valoroso, di pi generoso nel mondo.  cosa da far dar nei lumi! E poi c che si stupisce che la monarchia scapiti ogni giorno pi!... Basta, non ficchiamoci a filosofare... Come puoi facilmente capire, non  la prima volta che barattiamo di queste occhiataccie io e quel mastodonte dulano austriaco che si chiama von Klernick. Ci siamo incontrati a Milano dove io ho labitudine di passare ogni anno una parte del carnevale in casa di certi parenti che ci ho. Fu alla Scala che lho visto la prima volta; gi era destino che la nostra attinenza dovesse essere qualche cosa di teatrale, e per isciogliersi degnamente avr da finire in tragedia. Quellelefante ha trovato modo di farsi presentare alla marchesa Respetti-Landeri, che  la moglie di quel mio lontano cugino presso cui abitavo, che io riguardo quasi come un fratello, perch oltre ad essere il miglior uomo di questo mondo, suo padre era il pi grande amico del mio, ed egli  appunto figlioccio di mio padre e si chiama Ernesto come mi chiamo io, e come da chi sa quante generazioni si chiamano tutti i primogeniti dei Valneve... Ci sia detto fra parentesi... La marchesa Sofia, la moglie di mio cugino,  una donna graziosissima, bellina, di spirito, il meno civetta che possa esserlo una signora, ricca, di venticinque anni, e che non ha nemmeno loccupazione dun bambino da allevare: avevo gi sentito a dire che cera un torrione dufficiale austriaco che le faceva la corte e ci mi indispettiva per lei, pel mio amico e cugino, e per me stesso, che, a dirti la verit, non posso vedere le monture austriache. Non lavevo ancora mai visto, quando una sera, come ti dicevo, alla Scala, mentre ero nel palchetto della marchesa Sofia, vedo venire a stringerle la mano e sedersele presso quella balena di tedesco. Fatta la presentazione, ci guardammo come un cagnaccio e un gattino. Tu sai che un gatto, per quanto piccolo, se  di buona razza, non si lascia impaurire da un cane per quanto grosso. Della freddezza che si usava verso di lui, quel colosso non se ne dava per inteso: mi destava unirritazione che, se non fosse stata presente la marchesa, avrebbe corso rischio di farmi commettere perfino qualche incivilt. Il sopraggiungere di nuove visite obblig me a uscire dal palchetto, e lasciai l dentro quel Golia a fare il grazioso col garbo dun orso. Incontrai parecchi giovinotti milanesi che, discretamente, ma francamente, mi toccarono della cattiva impressione che faceva nella societ milanese il vedere cos frequentemente intorno alla marchesa Respetti, piemontese, moglie dun piemontese, quelluniforme turchina del von Klernick. Stavo studiando meco stesso un modo di pigliarmela con quel campanile dulano, senza che ne avessero ad essere compromessi n mio cugino, n sua moglie, n la delicata condizione in cui mi trovavo nella mia qualit di ufficiale piemontese, quando, fra le tante vane ciarle che si tengono dai giovani sfaccendati, udii far cenno duna passione che il medesimo rinoceronte al servizio dellimperatore dAustria nutriva per una delle prime ballerine, la Carlotta.
Quella, che  venuta ora qui a Parma, e che ha esordito questa sera? domand Alfredo che ascoltava con simpatico interesse il racconto del suo nuovo amico.
Appunto... Quella ragazza io laveva conosciuta... abbastanza intimamente, quando era venuta a ballare a Torino e... non me ne fo un merito... avevo acquistato su di lei un certo influsso, un certo ascendente, come si suol dire, che ero riuscito pi volte a far prevalere ai suoi capricci... ch la n impastata, quella creatura... le mie bizzarrie, che pure non sono poche n ordinarie. Fino a quel momento non mera n anco venuto in capo di andarla a vedere, ch, a dir la verit, limpressione lasciatami dalla sua frequentazione dun mese non era tale da suscitarmi un vivissimo desiderio di rinnovarla: ma appena sentii che quel Montebianco dalemanno nera invaghito, mi venne una matta voglia di portargliela via di sotto ai baffi. Quella stessa sera andai ad aspettarla alla porticina per cui doveva uscire dal teatro, finito il ballo. Ella venne saltellando fuor delluscio, per islanciarsi nella carrozza che stava l davanti a lei gi collo sportello aperto. Io mavanzai da una parte chiamandola per nome: Carlotta! Dallaltra, camminando col suo passo pesante, si present quel bufalo dun ulano. Ella stette sospesa con un piede gi dal predellino, una mano in aria, quel suo nasino volto in su, palpitante di curiosit e di voglia di ridere. Io non perdetti un minuto di tempo, e le dissi nel mio piemontese che ella capisce perfettamente: Ora io salgo in carrozza con te e taccompagno a casa; se non mi vuoi, tu non hai che da gettare una parola, uno sguardo, un saluto a quello spaventapasseri di tedesco; io faccio dietro-front, e non mi vedi pi. La Carlotta fece una gran risata, salt nel legno gridandomi: vieni senza dir nemmanco va al diavolo allulano; io mi slanciai al fianco di lei nella carrozza, rinchiusi lo sportello, e via al trotto delle rozze pagate dallimpresario, mentre laustriaco, rimasto con tanto di naso, ci mandava dietro un zum Teufel colossale come la sua persona.
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Capitolo 12.
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Ernesto di Valneve riempi i bicchieri di bordeaux, riaccese il suo sigaro davana che si era spento e domand al suo compagno con quel suo simpatico sorriso:
Il mio racconto comincia ad annoiarti?
No, tuttaltro: rispose con calore Alfredo: mi diverte assaissimo invece.
E allora continuo. Il mio disegno era che quel pezzo da sessanta, indispettito meco, venisse ad insultarmi e si prendesse lui tuttinsieme liniziativa, il torto e la responsabilit della contesa e del duello che le avrebbe dovuto tenere dietro; ma quel Sancarlone di ciccia pare che sia tanto paziente quanto  grande e grosso: si contentava di guardarmi con quei suoi occhiacci da uccello notturno e non mostrava neppure di accorgersi chio gli volgevo le spalle per non salutarlo, quando lo vedevo ad arrivare. Ostentai di mostrarmi al Corso in carrozza e al teatro Re in palchetto colla Carlotta, di cui, a dire il vero, non mi importava un cavolo; e ne ricevetti i rimproveri dal mio buon cugino Ernesto. Tutto inutilmente! Presi la Carlotta a quattocchi. Tu scellerata, le dissi, ricevi ancora von Klernick? Oh tanto poco! rispose lei: quando tu non puoi venire. Per quanto sia poco,  sempre troppo! gridai io fingendo di montare in collera: e se non gli chiudi proprio per sempre su quel mascherone da fontana luscio del tuo quartiere, io non mi lascio pi vedere da te n cotto n crudo. Lingenua creatura si mise a piangere. Ogni qual volta egli viene, esclam nel candore della sua innocenza, mi porta sempre un regalo di valore. Ah! non voglio che tu ci abbia da perdere, soggiunsi io ridendo: e a ogni mia visita saranno due i regali che mi far premura doffrirti. Le lagrime cessarono e il mastodonte alemanno rimase alla porta. Le cose non potevano andare in lunga di quel modo; e sai tu il bel modo che ha trovato nella sua grossezza quel toro di Falaride? medesimo che ora si vuole applicare qui dal governo del duca: mi si mand a chiamare da Santa Margherita e mi si fissarono cinque giorni per partire e tornarmene in Piemonte. Fui sul punto di dare un calcio a tutta la prudenza e di fare una scenata a quella caricatura del Colosso di Rodi; ma per fortuna venne il caso a favorirmi. La prima ballerina di questo teatro di Parma, come sai, cadde ammalata, e per sostituirla si pens di chiamare la Carlotta, la quale ci ha dei parenti in questo paese. Io era sicuro che se la ragazza fosse venuta qui, quel cammello di von Klernick le sarebbe corso dietro; qui, lungi da Milano, non ci sarebbe pi stato pericolo che venisse frantesa la causa di una disputa fra lui e me e che nessuno fosse compromesso, e avrei potuto finalmente esser io a coronare lopera, obbligando quel pilastro a uscire dalla sua prudente passivit, anche con un diretto insulto: epperci istigai vivamente la Carlotta ad accettare. La lasciai, come fosse questa sera, decisa di venire, e il domani mattina la trovai melanconica, perplessa, agitata, dun umore insopportabile. Insistetti per sapere che cosa fosse avvenuto, e la cara innocentina mi porse con atto da grande attrice, senza pure una parola, un bigliettino di calligrafia germanica, scritto in un italiano pi germanico ancora, in cui quel colosso duomo le annunziava la generosa idea che gli era saltata in mente di pagarle la somma di cinquemila lire se ella aveva leroismo di resistere alle seduzioni dellimpresario di Parma e rimanere a Milano.
Per bacco! esclam Alfredo. Ci metteva proprio un gran puntiglio nella gara!
Sicuro! soggiunse Ernesto. E ce lavevo messo anchio oramai. Sera fatta una lotta in cui ciascuno credeva quasi impegnato il proprio onore a non restarci disotto. Io poi assolutamente voleva spuntarla, perch quellOloferne dun ulano tentava compromettere mia cugina, una delle pi brave donne del mondo e moglie del mio pi caro amico, perch era grande e grosso come il cavallo di marmo di Torino, perch era un ufficiale austriaco e perch mi era antipatico in sommo grado. Conclusione: stracciai in minutissimi pezzi leloquenza scritta del gigante teutonico dissi alla donzella disperata e che quasi minacciava saltarmi agli occhi colle unghie: Sta quieta: quel pitocco dun megaterio... (la poverina non sapeva nella sua innocenza che cosa fosse un megaterio; le spiegai per amore dellesattezza che gli era un animale tardigrado antidiluviano grosso come una cattedrale)... quel pitocco dun megaterio non ti offre che cinque mila lire per restare? Ebbene, io te ne do sette mila per partire.
E glie le hai date? domand Alfredo.
E lufficiale piemontese, con un leggero sospiro che forse ricordava le difficolt provate per procurarsi quella somma:
Sicuro! Non sono stato colle mani alla cintola e il domani stesso le mettevo sulla sua tavoletta un sacchetto pieno di napoleoni doro.
Corbezzoli! disse il conte di Camporolle: io tammiro. Tu fai cotanto per quella donna che probabilmente non ne vale la pena.
Oh no! non ne vale davvero la pena...
Senza sentir nulla per lei... solamente per un puntiglio!... Che cosa faresti se tu avessi nel cuore una grande, una forte passione?...
Era sul punto daggiungere: come ho io; ma si trattenne a tempo, pensando che quella donna misteriosa non gli avrebbe forse perdonato di confidare quel segreto neppure ad un amico di anni ed anni, figurarsi poi ad un amico di poche ore.
Il conte di Valneve rise in un cotal suo modo pieno di spensieratezza e di garbo.
Eh! non ne so nulla io stesso, rispose. Io sono un originale, umor bizzarro, che forse pratico il meno di quanti mai uomini sono e furono il saggio precetto di Socrate di conoscere s stessi. Per una follia sono capace dun miracolo, per una passione seria chi sa?... E anzitutto dubito perfino sio sia capace di una passione seria. Mio padre, al quale, poveretto, ho gi dato tanti dispiaceri, mand un altro sospiro in cui si sentiva un verace e sincero rincrescimento mio padre mi dice sempre che ho un cervello bislacco, un cuore che non  cattivo, ma si lascia pigliare da chi vuole, e una ragione la quale, non gi che manchi, ma  sempre a spasso, il che torna lo stesso come se non ci fosse. E ora tu mi puoi conoscere come i miei compagni dAccademia e i camerati di reggimento, e puoi decidere con apprezzamento pi giusto se fai bene o fai male ad assistermi nel mio duello con quel cetaceo terrestre.
Alfredo, vinto sempre pi da una calda simpatia per quel giovane, gli porse tutte e due le mani:
Ma io sono qui disposto a far tutto quello che ti piace, e magari battermi io in tua vece...
No: interruppe Ernesto ridendo questo non mi piace.
Trasse fuori dal taschino loriuolo e guard lora.
Appunto le undici, soggiunse il teatro finir a momenti.  lora opportuna. Lelefante si recher dalla ninfa. Ci dobbiamo essere anche noi. A Milano aspettavo che fosse lui a risentirsi delle mie punzecchiature; qui posso esser io a risentirmi subito subito, e le sue occhiataccie di questa sera mi bastano. Beviamo ancora un bicchiere di bordeaux e andiamo.
Sorsero in piedi ambedue, e il Sangr mescette nei bicchieri. In quella sud un picchio alluscio.
Avanti! grid la voce franca e squillante di Ernesto.
Entr un cameriere.
Scusi, signor conte, disse rivolgendosi al Valneve, c un signore arrivato adesso adesso da Torino che ha bisogno di parlarle e aggiunge subito subito per cose di gran premura.
Ernesto corrug le sopracciglia.
Da Torino! ripet con accento di malumore. Scommetto che indovino.  qualcheduno che mi ha mandato mio padre per tentare di richiamare in casa quella certa ragione che  sempre a spasso. Ha detto il suo nome?
Mi ha dato questo biglietto da rimetterle.
Il conte di Valneve prese in fretta dalle mani del cameriere il biglietto, ne apr la busta, e in furia spiegato il foglietto, vi diede una rapida sguardata.
Lui! esclam con un sogghigno in cui cera stupore, dispetto e la solita allegria insieme. Mi manda il buono! Possibile che mio padre e mia madre non conoscano ancora che cattivo soggetto  costui!... Ma gi essi vivono in una sfera cos superiore, in un mondo cos diverso...
Sinterruppe, e piegando trascuratamente il foglio per cacciarselo in tasca, domand al cameriere:
Dov costui?
Qui nella camera vicina.
Ah va bene!... Abbi pazienza un momentino, Camporolle. Mi sbarazzo in due parole di questo noioso... oh non ci perder molto tempo, e poi andremo.
Alfredo fece un segno che voleva dire allamico saccomodasse pure a tutto suo talento.
Valneve usc col cameriere, e dalluscio rimasto aperto un momento venne fino allorecchio del Camporolle la voce delluomo che era venuto in cerca dErnesto; la quale pronunziava chiaramente queste parole: 
Son io, signor conte.
Quella voce fece dare un balzo ad Alfredo. Egli la riconosceva, quella voce: s certo, gli era famigliare. Ma come luomo a cui apparteneva tal voce era in relazione col conte di Valneve, e questi lo aveva detto pocanzi un cattivo soggetto?... Una pungente, irresistibile curiosit assal il giovane: egli fu dun salto alluscio socchiuso e ud il suo nuovo amico dire a quelluomo con un accento di profondo disprezzo:
Ah vi riconosco, signor Matteo, caro, amabile e degno strozzino.
Matteo!... Anche il suo nome! Quelluomo era colui che aveva tanto operato, che aveva fatto tutto per lallevamento, leducazione, listruzione, la condizione sociale dAlfredo; era il misterioso suo amico e protettore Matteo Arpione.
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Capitolo 13.
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Pel primo momento Alfredo volle ancora dubitare. Commise lindiscretezza di socchiudere leggermente luscio e di mettere allapertura prima lorecchio, poi locchio per chiarirsi del tutto. Il dubbio non era pi possibile. Non cap pur una parola di quanto quelluomo diceva, ma la voce netta e distinta era dellArpione; la luce di due candele che il cameriere aveva poste sopra una tavola batteva di pieno sula faccia di quelluomo e quelle erano le fattezze senza espressione, i tratti cascanti, gli occhi serpentini, la fronte schiacciata, la bocca sottile, la pelle ulivigna di Matteo Arpione. Il giovane sent invadersi da capo a piedi dun gelo. Colui che solo al mondo gli aveva rappresentato finallora e gli rappresentava la famiglia, da quel suo nuovo amico, del quale tutto gli faceva credere alla franchezza e alla nobilt, era detto un tristo, un cattivo soggetto, era trattato con evidente disprezzo! Ma chi era dunque? Che cosa faceva egli? Quali attinenze aveva con lui il conte Sangr? Per che cosa egli era venuto a Parma?
Non pot molto tempo rimuginare siffatti pensieri, perch luscio della stanza vicina non tard ad aprirsi, e la voce allegra del conte Ernesto gli grid:
Vuoi venire, Camporolle? Ci che abbiamo da fare ora mi preme pi che quello di cui mi ciancia questuomo.
Fu la volta per Matteo Arpione, poich era lui davvero, di trasalire e commuoversi.
Quel nome di Camporolle, chegli non saspettava mai pi di udire in tal luogo, il comparire del giovane che gli giungeva ancora pi inatteso, lo turbarono profondamente, e se il conte di Valneve avesse fatto attenzione a lui, avrebbe notato quella sua subita commozione, come la vide Alfredo. Ma lArpione domin tosto il suo turbamento, ridiede alla sua faccia la solita apatica tranquillit senza espressione, facendo per in fretta cogli occhi, collatteggio delle labbra, colle mani un cenno, che era insieme di preghiera e di comando, perch il giovane non mostrasse di conoscerlo.
Tornate domattina: riprese il conte Ernesto volgendosi di nuovo a Matteo sempre con quellaccento sprezzoso: e allora potr ascoltarvi; ora vi ripeto di lasciarmi in libert.
Pigli il suo pastrano che era col gettato sopra un sof e fece per vestirlo; Matteo accorse umilmente ad aiutarnelo, come avrebbe potuto fare il pi rispettoso dei domestici; e il conte Ernesto toller quellatto servile senza neanche mostrare daccorgersene: ma quando fu vestito e gi col cappello in testa, Sangr di Valneve, toccatosi nelle tasche del vestito e del pastrano, esclam:
O che testa! Facevo la solenne corbelleria duscire senza lastuccio dei sigari... E non voglio mica andarne a comperare di que parmensi!
Corse di nuovo nellaltra stanza a cercare e prendere il portasigari. Matteo colse questo tempo; guizz lesto presso Alfredo e nellatto di aiutare anche lui a calzare il pastrano gli susurr allorecchio:
Non mostri di conoscermi... Non domandi neppure di me... La prego... Domani mattina sar da lei... Son venuto apposta per vederla, per parlarle... Le spiegher tutto... Zitto!...  qui il conte.
E con unagilit di cui non lo si sarebbe creduto capace, in un balzo fu allaltro capo della stanza, prima che Ernesto, il quale apriva il battente delluscio, fosse entrato.
Lufficiale piemontese non fece pi la menoma attenzione a Matteo; prese amichevolmente il braccio di Alfredo, e, traendolo seco, si avvi dicendo col suo solito piglio scherzoso:
Andiamo alla pesca di quella balena... di acqua dolce.
Nellanticamera trov un cameriere.
Andate a spegnere i lumi nel mio quartierino, gli disse, e chiudete per bene. Naturalmente, metterete fuori quelluomo che ci si trova.
I due giovani, tenendosi cos a braccetto, uscirono dalla locanda e camminarono un poco in silenzio, preoccupati ambedue. La venuta di quelluomo, per ragioni diverse, aveva turbato luno e laltro.
Fu Alfredo che ruppe il primo il silenzio, non potendo resistere pi oltre alla penosa curiosit che lo travagliava.
Colui che  venuto a parlarti pocanzi... quellArpione...
Ernesto lo interruppe stupito:
Tu lo conosci? domand.
Camporolle esit un momento. Dire la bugia rincresceva al suo carattere leale; ma le parole che Matteo gli aveva dette, latto supplichevole che gli aveva fatto perch tacesse che fra loro correva qualche relazione, lo rendevano pure riguardoso a confessare la verit.
No; rispose dopo un pochino e volgendo in l il capo a nascondere al suo compagno la confusione che questa bugia gli metteva sulla faccia aperta e sincera.
E in che modo ne sai il nome?
Lho udito da te... questa sera... quando gli parlavi, a quel cotale.
Ah s?...  proprio un arpione, che disgraziato chi vi resta preso... Tanto meglio che tu non lo conosca, e tauguro che tu non abbia mai da far nulla con lui.
Alfredo si sent venir pallido.
 dunque proprio qualche cosa di brutto e di cattivo? domand con accento che si sforz di rendere il pi possibile indifferente.
Tutto quello che vha di pi brutto e di pi cattivo... fuori del delitto... Oh quanto a delitti propriamente detti secondo la legge, no; il sor Matteo  troppo furbo per dar del naso in un articolo qualsiasi del Codice penale... Ma dove non pu o non vuole arrivare la spada della legge, oh lascia fare a lui! Non c altri capace al pari di lui di impiccare uno scapato giovanotto, di dissanguare un povero sventurato di padre, di mettere sul lastrico una famiglia intiera. La favola del ragno e dei moscerini  vecchia come il mondo, ma  sempre giusta e conviene a costui come lo scarpino di raso al piede della Carlotta. Guai ai moscerini che incappano nella sua tela; non ne scappano pi finch abbiano dato allingordo animale fin lultimo loro succhio.
Ma come?... mormor Alfredo che si rifiutava a capire e che sentiva turbarsi sempre pi lanimo e impallidirsi il volto.
Non comprendi? Oh bisogna dire che tu hai avuto una gran fortuna, quella di non conoscere questa razza di iene codardamente feroci, per non intender subito che io voglio dirti che quello  il pi scellerato, sfacciato, implacabile, mostruoso, spregievole, vigliacco, miserabile usuraio del mondo.
Alfredo trattenne a stento unesclamazione di dolorosa, indignata sorpresa; curv il capo come se su di s pure sentisse a gravare linfamia di quelluomo al quale, suo padre, chegli non aveva conosciuto, aveva commesso di vegliare su di lui.
Ma lasciamo stare questo discorso, che  molto uggioso: disse Ernesto crollando il capo come per iscacciarne spiacevoli pensieri; e affrettiamo il passo per arrivare in tempo a cogliere alla posta il nostro dromedario austriaco.
Camminarono un poco in silenzio, e poi Alfredo, a cui di colpo era venuto un sospetto, disse a un tratto:
E certo quel... quellusuraio  venuto a perseguitarti fin qui per qualche tuo debito...
Bravo! interruppe Ernesto ridendo. Hai indovinato perfettamente. Quel furbo scellerato mette bene innanzi anche un altro pretesto... Ed  tanto accorto, e il mio severo padre e la mia santa madre sono tanto buoni, che se ne lasciarono abbindolare; ma la vera, essenziale ragione del suo viaggio fin qui  quella che dici tu...
E... riprese Alfredo impacciato da ci che voleva e non osava pur dire: e tu... scusami se ardisco farti questa domanda... Ma la nostra amicizia, bench cos recente,  pur gi cos viva che spero mi perdonerai... tu...
Vuoi dire se sono in condizione di poterlo pagare? interruppe Ernesto che vide come il suo nuovo amico stentasse a cavarsene i piedi, e sent la vera e non isterile affezione che ispirava quella domanda ad Alfredo.
Ecco, appunto! mormor questultimo; perch, se mai... si sa bene... tutti noi giovani ci possiamo trovare in certi momenti... io ora sarei in grado di levarti dimpiccio.
Ernesto gli strinse la mano con viva cordialit.
Grazie! rispose. Dove mi occorresse, approfitterei certo della tua offerta cos generosamente spontanea. Ma per questa volta, spero, anzi quasi sono certo che mi potr aggiustare senza aiuti estranei...
Sinterruppe per fermarsi a guardare intorno ad osservare bene i luoghi.
Sta! Se non mi sbaglio, siamo giunti alla meta... Questa mi pare la casa dove abita la Carlotta... Sicuro,  proprio quella; e quei lumi col al terzo piano raggiano dal suo quartiere... Andiamo: il bufalo o ci  gi o non tarder a venire.
E preso pel braccio Alfredo, si cacci in una porticina e ambidue salirono fino al terzo piano. In quella appunto lalta statura del capitano von Klernick si disegnava nella penombra della strada scantonando dallangolo pi vicino e si dirigeva verso la porticina della casa dove abitava la danzatrice milanese.
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Capitolo 14.
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Alfredo ed Ernesto saliti al terzo piano penetrarono nel quartiere della ballerina. Fin dallanticamera udirono un vivace discorrere che pareva quasi un battibecco fra due voci, una di maschio e una di femmina: e il conte di Valneve domand alla serva, che aveva aperto luscio di casa, se gi colla Carlotta ci fosse il capitano austriaco.
No signore: rispose la fantesca,  un altro... un giovane di qui... un cugino della signora.
Ho capito! esclam Ernesto colla sua fine ironia. Un cugino?... Ammirabile!... Oh vera sapienza eterna dei proverbi! Fra i due litiganti eccetera... Io e quellobelisco dulano siamo i due, ed ecco spuntare il terzo. Ma con mio grande rammarico, mia cara ragazza, io sono obbligato a disturbare quellanimato colloquio della Penelope tua padrona con codesto cugino della razza dei Proci, e valle a dire che son qui e che voglio subito subito parlarle.
Sotto la gentilezza (da cui non si dipartiva mai) delle maniere, lufficiale piemontese seppe porre tanta autorit di comando, che la serva senza fare la menoma osservazione, and subito a recar lambasciata.
Si ud tosto cessare affatto le due voci che cos vivamente discorrevano; ma dopo un breve istante in cui un bisbiglio indicava che si erano scambiate alcune parole sommesse fra la padrona e la serva, scoppi di nuovo e pi alta e concitata la voce delluomo che grid:
Alla croce di Dio!... Parlate forte dannate femmine... Chi  venuto? Chi  che aspetta di l?...  forse gi quel maledetto croato? Che s che lo ricevo io e lo faccio scender gi delle scale in minor tempo di quel che ci abbia messo a salire.
Oh oh! esclam ridendo il conte di Valneve. Laustriaco d sui nervi anche a costui!... Vuol farlo saltar dalle scale! Ma ei non sa dunque che montagna sia quel tentativo di gigante!
Sud nella camera vicina il passo affrettato dun uomo che si appressava alluscio dellanticamera: ma la ballerina dovette mettersi innanzi a quel cotale.
No, no, disse la voce di lei; non  lulano...  un ufficiale piemontese.
Queste parole parvero calmare affatto quelluomo.
Ah! un piemontese... Meno male! disse. Del male ce n; e vedi, Carlotta, darei non so che cosa perch la figliuola della sorella di mia madre lasciasse il palco scenico e la vita che conduce... Ma quando poi penso che un austriaco... Giuraddio!
Ernesto guard Alfredo con qualche meraviglia.
Sta a vedere che questo  proprio un cugino per davvero, e che ha tanto buon senso da odiare gli austriaci... Se pure codesta non  tutta una commedia... Appunto, andiamo un po a vedere.
Apr risolutamente luscio ed entr con passo franco nella stanza vicina, seguito da Alfredo.
Scusino, disse colla sua solita gentile giocosit, fissando ben bene in volto i personaggi che si trov dinanzi, scusino se entro, anzi se entriamo cos, senza altre formalit: ma il torto  di queste pareti di cartapesta e di questi ambienti larghi un palmo, che lasciano udire in una stanza tutto quello che si fa e che si dice nella stanza vicina. Invece di assistere al vostro colloquio non visti, ho pensato pi leale il mostrarci addirittura. Parlo anche per questo mio amico che vi presento, Carlotta: il conte Alfredo di Camporolle, il quale ha consentito ad assistermi in una certa occasione che son venuto a cercare qui in casa vostra.
La ballerina fece un bellinchino e regal un grazioso sorriso al giovane Alfredo. Era essa una donna di poco pi che ventanni, belloccia, grassotta, volgaruccia, con occhi vivaci, labbra carnose e quel non so che di piacevole e di voluttuoso che hanno quasi tutte le milanesi.
Luomo che era insieme con lei, giovane eziandio, certo non ancora trentenne, incroci le braccia al petto, corrug molto fieramente le sopracciglia e guard con aria di fermezza e quasi di sfida i due nuovi venuti. Non molto alto di statura, ma tarchiato, a spalle larghe con testa riccioluta e piuttosto grossa, ben piantata per un collo taurino sopra un torace ampio e bene sviluppato, quel giovane aveva un singolare aspetto di robustezza e di forza; e a questo vigore fisico mostravano che corrispondeva anche quello morale le linee ferme delle fattezze e della fronte, e sopratutto lo sguardo ardito, fiero, in certi momenti quasi avreste detto feroce.
Ernesto lo esamin con quel suo piglio sciolto e tutto franchezza, e sorridendo disse a mezza voce ad Alfredo che gli era vicino:
Corbezzoli! Questo pezzo di giovane  proprio capace di me culbuter quel falso Golia l.
Signori, disse il giovane parmigiano avanzandosi dun passo verso i due conti, io sono Pietro Carra sellaio; e costei  mia cugina.
Me ne rallegro molto... con la signora Carlotta: rispose Ernesto di Valneve al solito gentile ed ameno. Io sono Sangr di Valneve, capitano delle guardie del Re di Sardegna. Sua cugina, lho conosciuta a Torino; lho riconosciuta a Milano, e essendo qui di passaggio, mi prendo la libert di venirla a riconoscere a Parma. Lora di presentarmi per una visita non  molto opportuna, ma non ci avevo la scelta: prima di tutto la Polizia parmense mi ha intimato di partirmene domani da questi felicissimi Stati; poi... mia cara Carlotta, voi mi permetterete dessere affatto sincero: non sono venuto unicamente pel piacere di vedervi, quantunque questo piacere mi fosse graditissimo, ma son venuto eziandio perch qui in casa vostra soltanto avrei potuto avere la soddisfazione di dire due parole in tutta libert a quel caro torrione degli ulani austriaci von Klernick.
A questo nome Pietro Carra digrign i denti e volse unocchiataccia rabbiosa alla cugina.
E questa sollecita:
Ah signor conte! non mi parli di quel noiosissimo, seccante, intollerabile tedesco... Ne ho proprio fino al di sopra dei capelli, di colui... Mio cugino che si crede in dovere di farmi una scena, ma che scena!... perch nella citt corrono voci che riguardano lui e me... Come se si avesse da credere alle voci della gente!... Dica lei, signor conte, che  stato a Milano, se io quel tedescaccio lho mai ricevuto bene... Figurati Pietro, soggiunse rivolgendosi di nuovo al cugino, che quel prepotente non voleva neppure chio venissi a Parma, e io gli ho dato retta cos bene che eccomi qua... Non  vero, signor conte?
Verissimo: rispose Ernesto con un leggero inchino e sorridendo finamente ironico a suo modo.
Or dunque, n anco qui non lo riceverai per Dio! grid il Carra con impeto. Un austriaco!... Giuro al cielo! Lo strozzerei colle mie mani se lo incontrassi qui.
Bravo! esclam allegramente il conte di Valneve tendendo innanzi, per moto quasi istintivo, la sua mano verso il giovine operaio. Lei non ama quella razza di gente.
Pietro Carra prese vivamente quella mano che gli era prta e la strinse con forza.
Ah! Lei mi capisce? grid: li odio quelli la... e tutti gli oppressori della nostra patria... E se mai si presenta loccasione...
Meneremo le mani: aggiunse scherzevolmente il conte piemontese.
Oh! se le meneremo! concluse loperaio.
La fisonomia di costui sera illuminata dun certo raggio di ardimento e insieme di sicurezza, che lo faceva pi bello, pi piacevole, pi giovane. Ernesto, osservandolo in quel punto, fu colpito da una cosa che sin allora non aveva notata, ed era una certa rassomiglianza fra la figura robusta, fiera, anche un po rozza delloperaio, e quella gentile, delicata, elegante del suo nuovo amico il conte di Camporolle. Si volse in fretta a guardare questultimo per giudicare se la sua era unillusione, e in quel punto vide proprio che quantunque uno fosse biondo e laltro bruno, quegli sottile e spigliato, questi atticciato e membruto, nei tratti del volto, nellespressione dello sguardo e nella piegatura delle labbra cera qualche cosa di simile.
Che bizzarria del caso! pens Ernesto, che poi non si preoccup altrimenti di questa strana combinazione.
La Carlotta salt su a riprotestare che ella dellaustriaco non sapeva che farsi e che non lo avrebbe ricevuto.
In quella sud una forte scampanellata e la ballerina cambi colore.
 qui il nostro elefante, disse Ernesto: per questa volta, cara Carlotta, farete una eccezione e lo riceverete ancora per farmi un piacere.
La serva and ad aprire, e si ud nella stanza vicina un passo pesante che si avvicinava.
Ecco il terremoto! esclam Valneve. La montagna viene a noi, pi felici che Maometto... Godo che al mio colloquio con quel colosso sia presente anche il signor Carra.
Questi fece un saluto col capo; luscio si apr e nel vano della porta comparve la gigantesca figura del capitano von Klernick, ancora in tutto lo splendore del suo uniforme; ma vedendosi innanzi quei tre uomini che egli non si aspettava di trovare, laustriaco si ferm di colpo, fece scorrere uno sguardo fra sospettoso e minaccioso tuttintorno e port la mano allimpugnatura della sua lunga e grossa sciabolona.
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Capitolo 15.
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Avanti! Avanti signor capitano! grid allegramente il conte di Valneve. Non c da stupirsi tanto a vederci qui. Io, a venirci, ho diritto quanto, se non pi, di lei: questo signore e accenn Alfredo  un mio amico, il conte di Camporolle, chio ho pregato daccompagnarmi; e questaltro addit Pietro Carra, ha pi di tutti noi il diritto di trovarcisi, perch  cugino della Carlotta.
Il capitano austriaco non istacc la mano dallelsa.
Dunque? disse roteando terribilmente i suoi occhiacci. Dunque io qui son caduto in un guet--pens?
Guet--pens niente affatto... Qui la non trova che gente onorata, non birri n commissari di Polizia come quelli nelle cui mani la sua generosa rivalit ha voluto darmi e a Milano e qui... Gente onorata, in cospetto della quale io, poich ho il bene di poterle parlare liberamente, vengo a chiederle conto e ragione del suo modo di procedere a mio riguardo, che mi permetto di qualificare poco civile, indegno dun militare onorato, villano e peggio.
Von Klernick era diventato scarlatto dalla collera.
Signor!... Signor conte!... Voi minsultate...
Avete la compiacenza di sospettarlo? Che degnazione di furberia e che miracolo di penetrazione!... Ma non  esatto n anche questo. Io non faccio che qualificare il vostro contegno verso di me, che fu sempre tutto una provocazione ed un insulto.
Laustriaco, dominata alquanto la sua collera, guard dallalto al basso il piemontese.
Ma che cosa volete? Che pretendete da me? Forse che io mi batta con voi?
Siete davvero in vena di prodigi stassera in fatto dintelligenza!
Lulano sembr esitare un momento.
Eh via! disse poi, io non posso battermi.
No? esclam col massimo stupore Valneve. Ah! eccelso capitano, io non sono un miracolo di acutezza mentale come siete voi, e ho bisogno che aiutiate un pochino il mio comprendonio. Perch non potete battervi?
Non siete voi ufficiale piemontese?
Ernesto Sangr lev con atto fiero la testa.
S signore.
E dunque a noi ufficiali austriaci  proibito di batterci con ufficiali stranieri, senza prima averne ottenuto il permesso.
Una intensa rabbia cominciava a salire dal petto al cervello del conte di Valneve; ma pure si dominava tuttavia; solamente i pomelli delle guancie gli erano diventati un po pi rossi, i suoi piccoli denti bianchi morsicchiavano i baffetti e la destra tormentava il pizzo di barba castagno che gli ornava il mento.
Ah s? disse. Ma se aveste codesto permesso, voi non esitereste pi a battervi con me?
Laustriaco dallalto della sua elevata statura gett uno sguardo quasi di compassionevole disprezzo sul piccolo ufficiale piemontese, e rispose con un sogghigno:
Se voi ci tenete assolutamente.
Oh sarebbe un gusto cos squisito!... Voi quindi domandereste quel permesso?
Lo domanderei.
Ma ci vorrebbero almeno cinque o sei giorni, prima che se ne avesse la risposta.
Ci vorrebbero.
E me domani la Polizia di Parma fa partire dai felici dominii di S. A.
Ja!
E dubito che voi spingiate la compiacenza sino a venire a farmi una visita a Torino.
A Torino?... certo no.
E dunque sapete come da me e dalla gente che ha cuore si chiamano codeste, per dirla alla francese, dfaites? Lo sapete?
So niente io.
Ne sono persuaso. Riguardo a questo, per quanto poco dotto anchio, ho la fortuna di potervi istrurre del vero nome che si meritano. Si chiamano e sono vilt duomo che ha paura ed  indegno di vestire ununiforme onorata.
Lulano, che era gi color di papavero, divent pavonazzo; spar una grossa bestemmia tedesca e fece due passi concitati colle mani enorme protese per ghermire il suo oltraggiatore dalla statura piccina.
Ernesto di Valneve afferr ratto una seggiola e la brand, pronto a scaraventarla sulla grossa testa dellaustriaco se gli arrivava addosso: Alfredo si slanci al fianco dellamico per difenderlo; ma il colosso austriaco venne fermato di botto da una mano che lo strinse al polso destro, proprio come una morsa di ferro.
Ah! non facciamo violenze, signor croato! gli disse una voce secca, freddamente minacciosa: perch se Lei ci si prova, potr trovarsene ripagato a buona misura.
Von Klernick si volse e si vide dinanzi la figura risoluta, energica, robusta di Pietro Carra, che gliene impose, come gi lo metteva in suggezione la forza con cui si sentiva stretto il polso.
Mi batter, disse liberando a stento il suo braccio; oh se mi batter... e fino allultimo sangue.
Cos va bene: soggiunse Ernesto riprendendo tutta la sua gentile finezza di modi. Gliene sar grato come di un favore. Ma bisogner far presto, e se il signor capitano me lo permette, le dir quello che ho gi immaginato meco stesso a questeffetto.
Dite, dite pure: grid laustriaco sbuffando,
E sono persuaso che trover le mie condizioni accettabili.
Accetto, accetto tutto! grid von Klernick pi sbuffante che mai.
Come la  gentile!... Ecco dunque il mio disegno. Domattina per tempissimo, Lei signor capitano con due testimonii, che non avr difficolt nessuna di trovare fra i tanti suoi amici ufficiali del valoroso esercito parmense, io con questi due signori che mi faranno il favore di servirmi da testimoni a me... Si volse prima verso il conte di Camporolle, poi verso Pietro Carra; e luno e laltro sinchinarono in segno di assentimento; Ernesto continu: partiamo tutti per Castel San Giovanni, che trovasi alla frontiera del ducato verso il Piemonte, vi ci batteremo con tutta quella seriet che desidero e che piace anche al signor von Klernick, e dopo il fatto, se io ho la fortuna di allungar per terra il mio nobile avversario, come nho quasi la certezza...
Laustriaco fece un sogghigno che voleva essere di scherno, ma che rivelava una irritazione niente affatto tranquilla.
Ebbene, continuava di Valneve, faccio un passo e sono subito in Piemonte, come desidera la buona Polizia del duca e come converr molto anche a me. Se invece il signor von Klernick avr il sopravvento, cosa che mi pare difficile, egli potr a sua volta o tornare a Parma dove non sar certo inquietato, ma esaltato come un eroe, o andarsene a Milano, dove non sar accolto meno bene, quantunque non abbia ottenuto quel certo permesso di battersi, di cui si parlava pocanzi. Va bene cos?
Va bene: grugn lavversario: non c pi da stabilire che le armi... e queste le scelgo io.
Perdoni! interruppe con tutta gentilezza il conte Sangr: la scelta spetta a me. Sono io che da un mese in qua la S. V. fa di tutto per insultare.
Io? esclam laustriaco rotando i suoi occhi chiari.
Sono io che ora, qui stesso, ho ricevuto una grossolana minaccia da vossignoria, che ha dimenticato, come pare non le accada tanto di raro, ogni precetto di buona educazione...
Der Teufel! grid von Klernick, venendo di nuovo scarlatto in volto.
 dunque mio diritto scegliere larma; e scelgo la spada... anzi, per far meglio, due fioretti appuntati, che sono lo strumento pi agile, pi sicuro, pi bellino, pi quieto per passarsi fuor fuori due individui che abbiano una matta voglia di mandarsi reciprocamente nel mondo di l.
No signore: grid laustriaco sempre pi rosso e facendo girare sempre pi convulsamente quei suoi occhi da gufo: no signore, non accetto... Non gi che io mi dia pensiero di battermi pi con questa che con quellarma... Con qualunque son capace di dare a chicchessia la lezione che si merita.
Vedremo allopera il signor professore: disse ironicamente il piemontese, con un leggero inchino.
Ma ci ho un diritto, continuava von Klernick, e non voglio rinunziarvi per Dio! la mia arma sar la sciabola.
Bene, bene, non si scaldi: esclam allora il conte di Sangr. Lei vuole la sciabola che  arma a lei pi favorevole per la sua statura...
No signore! La voglio perch...
La vuole... E io sono cos condiscendente da non contrariarla pi oltre. Sia pure la sciabola; ma escluso nessun colpo, non  vero?
Escluso nessun colpo.
Prosecuzione del combattimento finch sia reso impossibile ad una delle parti.
S signore.
Domani nella mattinata a Castel San Giovanni.
S signore.
Ciascuno porter due paia di sciabole.
S signore.
Si tirer a sorte quelle da adoperarsi.
S signore.
Ernesto di Valneve guard bene sotto il naso Rodolfo von Klernick e disse spiccatamente:
E la Polizia di Parma non sapr nulla; cos che nessuno possa venirci a disturbare.
Signore! esclam con certa dignit laustriaco: voi non avete pi il diritto di insultarmi.
Avete ragione, disse tornando a tutta la sua gentilezza e facendo un cortese saluto il conte di Valneve: queste parole siano per non dette.
...
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Capitolo 16.
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Il capitano von Klernick era uscito pieno di rabbia senza volgere neppure pi una parola n uno sguardo alla Carlotta, la apparente e innocente cagione di quel conflitto: la quale aveva assistito a tutta la scena avvenuta senza trovar modo di pronunziar una parola, e in verit senza saper n che fare n che dire.
Maggior attenzione non le diedero gli altri personaggi del piccolo dramma, i quali, partito laustriaco, si apprestarono ad andarsene anche loro.
Signor Carra, disse il conte Ernesto, io ho abusato della sua bont presentandolo come mio testimonio al duello, senza prima avernela pregata e ottenuto la sua accettazione...
Lei ha fatto benissimo, interruppe con vivace impeto loperaio. Anzi mi ha dato con ci un segno di stima di cui le sono tenuto assai. E creda pure che tutto quello chio potr fare per suo servizio, io lo far volontierissimo.
Grazie! Dalle parole che ho udite in sua bocca ho giudicato appunto che non le sarebbe spiaciuto il vedere a dar le pacche a ununiforme abborrita. Ma per, senta, se il recarsi domani col al Castel San Giovanni e perdere una giornata e forse due, le  di troppo incomodo; se questo fatto pu esporla a certi pericoli e fastidi della Polizia di qui (cosa che in quel primo momento non avevo pensato), non si riguardi e non tenga conto nessuno delle mie parole. Giunto a Castel San Giovanni, io far una scappatina fino alla pi vicina guarnigione piemontese e ne torner con qualche ufficiale...
No signore: torn a interrompere il sellaio non dica pi oltre, ch se insistesse in ci, mi offenderebbe. Io son padrone di bottega e sono abbastanza libero del mio tempo per poterne disporre: e la Polizia non la temo n punto n poco.
Fece un sogghigno pieno di amarezza e di disprezzo.
Godo delle buone grazie del duca... come sellaio: si affrett a soggiungere. Ho la superbia di dire che sono uno dei migliori, e forse il migliore degli operai del mio mestiere, e il duca mi fa lonore di apprezzarmi, di servirsi di me, e di darmi la sua protezione... E con me non ha tentato che poche volte dinsolentire e maltrattare: lho guardato in certo modo... Quel tirannucolo, fatto temerario dallimpunit, in fondo ha paura del coraggio dun uomo. Lho visto io chinar gli occhi innanzi ai miei... Mi teme: forse mi odia appunto per ci, ma gli pare daver bisogno del mio lavoro, e finch io non gli porger occasione di farmi addirittura fucilare, non mi user prepotenze.
Tanto meglio! esclam Valneve.
Ed io, se piace a lor signori, mi incarico eziandio di provvedere le sciabole. Me ne intendo darmi, sono amico di un buono spadaio, e vedranno che eccellenti lame sapr alluopo provvedere.
Benissimo!... E allora non resta pi che trovarci domattina alle cinque alla mia locanda, per partire tutti insieme: cos conchiuse Ernesto, e salutata molto indifferentemente la Carlotta, sempre sbalordita, se ne part con Alfredo.
Scusino un momento: disse allor Pietro Carra ai due giovani: aggiungo soltanto poche parole a quello che ho gi detto a mia cugina, e poi li accompagno fino a casa  forse meglio per loro avere compagnia questa notte per le strade di Parma.
Alfredo ed Ernesto scesero lentamente le scale gi delle quali faceva loro lume la serva; Pietro, appena fu solo colla Carlotta, le disse:
Or dunque ricordati bene tutto quanto gi ti ho detto. La famiglia di tua madre fu sempre qui a Parma unonesta famiglia: tua madre fu unonesta donna. Che tu a Milano, dove sei nata e cresciuta, faccia quello che ti pare e piace, posso dolermene, ma pazienza! Tuo padre fu un cattivo soggetto, che dopo aver fatto morire sua moglie di crepacuore, non  stato capace di dare a te una virtuosa educazione, e tha gettata, per guadagnarsi un po di denaro, sulle tavole dun palco scenico. Io non abbandoner la mia citt per correre col a impedirti di infamarti e punire i tuoi trascorsi; ma qui dove si conosce la tua gente, qui dove ci son io, che ho moglie e figli e che ci tengo a serbarmi nome onorato, qui, per Dio, non ti lascer fare la mala femmina a niun patto. Tu non vedrai pi quel tedesco ancorch avesse da uscire incolume da quel duello, e finite le poche rappresentazioni che pur troppo hai da dar qui, andrai a Firenze per dove domani stesso accetterai e firmerai la scrittura che ti si propone...
Ma... si avventur la ballerina ad interrompere.
Nessuna osservazione! grid Pietro. Se tu non mi obbedisci avrai da pentirtene amaramente; e per prima cosa ti far fischiare in tal maniera da dover calare la tela... te lo prometto io... Non ci sar che da spargere voce che tu sei la ganza dun austriaco...
No, no, per carit! esclam la ragazza spaventata.
Dunque siamo intesi. Condotta inappuntabile finch resterai qui a Parma, e al mio ritorno da Castel San Giovanni firmata la scrittura di Firenze.
Non attese neppure la risposta, non disse una parola n fece un atto di saluto, e corse via per raggiungere i due giovani che gi erano discesi nella strada.
Si era oltre la mezzanotte: tutta la citt era tranquilla e muta proprio come un sepolcro; rari lampioni sparsi qua e l rompevano appena la fitta tenebra: i passi dei nostri tre personaggi risuonavano cupamente, con una specie di eco sorda nel silenzio di quelloscurit.
Dove andiamo? domand Valneve fermandosi ad un crocicchio.
Alfredo trasse lorologio e guard lora al chiarore del fanale che era appiccato alla cantonata: mancava un quarto ancora, ed egli, impaziente di trovarsi l dove gli aveva detto la cartolina della baronessa di Muldorft, rispose:
Io me ne vado a casa.
Benissimo, aggiunse Ernesto: noi ti accompagniamo.
Ah no: grid vivamente Alfredo che pensava a chi o cosa doveva aspettarlo col per parte di quella donna.
Oh oh! fece Sangr ridendo: che premura di non volerci... Ah! mio caro Camporolle, c qualche cosa di contrabbando qui sotto!
Oib! Niente affatto! rispose impacciato Alfredo, il quale era pochissimo abile a mentire. Non vorrei incomodare...  gi tanto tardi!...
Discrezione e segretezza! esclam Ernesto mezzo ridendo, mezzo sul serio. Vuoi esser solo? Non domandiamo di pi; ma siccome qui il nostro bravo Carra ci ha detto che  forse pi prudente lessere in parecchi per le vie di notte, ti lascierai accompagnare almeno almeno fino alla cantonata del palazzo dove stai.
Mi rincresce che vi disturbiate... non c nulla da temere per me... ma se proprio tu, Valneve, ci tieni...
Ci tengo.
Venite pure...
In quella Pietro Carra, che stava un pochino discosto dai due amici, si fece loro presso presso con un moto rapido e silenzioso, e sussurr pian piano:
Zitti!... Facciamoci in qua... Guardino, ma non un movimento, non una voce, non un rumore!
Si trasse dove lombra era pi densa e addit loro in una delle strade del crocicchio, a un punto dove batteva il chiarore dun lampione, alcune ombre che camminavano rapidamente.
Veniva prima un uomo che volgeva il capo di qua e di l come per esaminare con attenzione i luoghi; poi, alla distanza di dieci passi, due che andavano a pari e finalmente dietro di questi due, alla distanza dunaltra decina di passi, unaltruomo che si vedeva tenere gli occhi attentamente fissi sui due che aveva davanti.
Ecco il duca che va a qualche spedizione: susurr il Carra nellorecchio dei due giovani.
Il duca! esclamarono Alfredo ed Ernesto.
S... Il primo  un poliziotto esploratore; dei due che vengono dopo, quello alla destra  il duca: laltro  quello scellerato del conte Anviti; dietro loro viene uno dei pi fidi e dei pi coraggiosi e de pi forti gendarmi, travestito.
E dove andr? chiese il Valneve.
Facile a indovinarsi: rispose amaramente il sellaio. Ad infamare qualcuna delle nostre famiglie.
Alfredo si ricord allora dun indirizzo che aveva inteso dare al duca nel teatro e delle parole dal duca medesimo dette allAnviti; ma non credette opportuno di comunicar nulla di questo ai suoi compagni.
Per bacco! Sarei curioso di vedere dove si va a cacciare, disse Ernesto. Se lo seguitassimo?
 un proposito pericoloso, rispose Pietro; ma, se Lei vuole, io non rifiuto daccompagnarla.
In quel momento il duca, che si trovava un po vicino al luogo dove erano i tre giovani, fu udito ridere sguaiatamente.
 un riso il suo che urta i nervi, non  vero? riprese il parmigiano. A me, ogni volta che lodo, mi fa leffetto duna sega che mi passi sulle ossa... Andiamo pure, signor conte.
Buona notte, Camporolle disse Ernesto ad Alfredo: ti lasciamo libero per le tue avventure particolari; e noi, che non ne abbiamo nessuna di nostra, andiamo a scoprire quelle del duca. Domattina, poi...
Sta tranquillo: interruppe Alfredo. Sar esatto al ritrovo.
Si separarono. Ernesto e Pietro con molta cautela seguirono alla lontana la piccola schiera di cui faceva parte il duca; Alfredo fu sollecito a casa sua.
Non vera ancora nessuno, ma appena il giovane ebbe fatti due o tre giri innanzi al portone del palazzo, mentre suonava lora ad un campanile vicino, comparve un uomo, misteriosamente avvolto in un mantello e cammin dritto, risoluto verso il Camporolle, che sera fermato. Questuomo squadr ben bene il giovane, e, assicuratosi cos dellidentit della persona, gli disse:
Signor conte, la persona che Lei sa, laspetta.
Quando?
Subito.
Dove?
Nella casa che si trova sul canto del borgo S. Biagio alla strada di Santa Lucia.
Alfredo si riscosse. Quello era lindirizzo che aveva udito dato al duca in teatro, e dove il duca aveva detto che si sarebbe recato collAnviti. Dunque era col che andava pocanzi chegli laveva visto collAvviti... e quel recapito era quello della baronessa!
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Capitolo 17.
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Alfredo saccost di pi a quelluomo che certo gli era stato mandato dalla baronessa, e lo osserv bene: era di mezza et, daspetto ignobile e volgare.
La persona che vi manda, gli domand, non vi diede nessun contrassegno perch io mi fidassi di voi e credessi alle vostre parole?
Luomo scosse il capo e non rispose.
Ripetetemi quel recapito.
Quellaltro ripet spiccatamente, parola per parola, quanto aveva gi detto.
E ci debbo andare subito?
Se vuole.
Vuol dire che mi aspetta?
Che ho da rispondere? Ripeto quello che mi  stato ordinato di dirle.
Il giovane in un momento pens una infinit di cose. Il duca di Parma aveva cercato un indirizzo e quando questo gli era stato detto sera proposto di andare nella stessa notte in quel luogo col colonnello Anviti. Lindirizzo era esattamente quello che la baronessa mandava a lui di s stessa: e pochi minuti prima egli medesimo aveva visto il duca collAnviti in istrada camminare precisamente nella direzione di quel quartiere. Alfredo ricord allora parecchie parole del principe, le quali gi lo avevano irritato senza chegli sapesse bene a chi le dovessero applicarsi e che ora capiva come alludessero a quella donna; fu certo che per colei solamente il duca era venuto nel palchetto dove egli era; si disse che in quel momento appunto il principe forse... certo... trovavisi in casa di lei... Una vampa di sangue gli sal al cervello. Ed egli ci andrebbe? E perch no? Un soffio di ragione venne a suggerirgli un pensiero che da una parte calm il suo furore e sollev il suo animo. Se quella donna medesima lo mandava a chiamare, era pur segno evidente che la non aspettava il principe, che non lo voleva. Questi adunque andava da lei certo inatteso, certo eziandio sgradito e respinto. O Dio! e segli, scellerato tirannucolo, prepotente come era, ricorresse alle minaccie, alle violenze?... Alfredo sent in s a un tratto lanima dun paladino per difendere la bellezza perseguitata e linnocenza oppressa. Si volse al messo di lei e con accento vibrato:
Voi siete di Parma?
S signore.
Sapete bene la via pi corta per giungere a quel luogo?
Eh sicuro.
Guidatemi... Corriamo... Pi presto saremo col e maggiore avrete la mancia.
Venga.
Savviarono di buon passo e in pochi minuti giunsero in Borgo San Biagio.
Quanderano presso allangolo designato, simbatterono in due uomini nei quali Alfredo tosto riconobbe il conte Sangr e Pietro Carra.
Tu qui? esclam Valneve stupito vedendo il suo nuovo amico. Che cosa cerchi?
Camporolle fece un segno alluomo che lo accompagnava di tenersi un po discosto, e poi, fattosi presso ad Ernesto e al sellaio, loro chiese sollecito:
Avete visto dove sia andato il duca?
Sicuro! rispose il Valneve: l in quella porta e probabilmente in quellalloggio al secondo piano, di cui si vedono le finestre ancora illuminate.
E tu non sai chi abiti col?
Come vuoi che lo sappia, io, arrivato da due giorni solamente in questa citt?
Posso dirle qualche cosa io, entr in mezzo allora Pietro Carra, perch abito appunto quasi in faccia. Quello l, che  un suntuoso appartamento, fu appigionato gi da parecchi mesi per una signora forastiera che doveva giungere da un momento allaltro e che non giungeva mai. Finalmente questa mattina  arrivata con un monte di casse e di valigie che ha messo in susurro la curiosit di tutto il quartiere.
Lha vista Lei? domand vivamente Alfredo.
Io no, rispose il Carra, ma lha veduta mia moglie: mi ha detto che  una gran bella donna coi capelli rossi.
 lei: mormor quasi a s stesso Alfredo, e poi fece un moto per accostarsi alluomo che attendeva pochi passi pi in l.
Ma il sellaio lo ferm.
Scusi, signor conte, gli disse, quelluomo l, Lei lo conosce?
Io no.
Ma  insieme con Lei?
S, mi  stato mandato per guida.
Crede potersene fidare?
Se la persona che me lo ha mandato lo ha scelto...
Pietro Carra si curv sulle spalle, e Alfredo torn sollecito presso quelluomo.
Ma non si acquiet il conte Ernesto che aveva notato con quanta diffidenza e ripugnanza il sellaio avesse guardato quel cotale.
Lei, Carra, sa chi sia quellindividuo? gli domand.
No, rispose Pietro con certa malavoglia, non so bene chi e che cosa sia.
Non  la prima volta che lo vede?
Oh no... sa bene: Parma non  una citt molto grande; pi o meno ci conosciamo tutti... almeno di veduta.
Lei non si fiderebbe di quelluomo?
Io per verit non sono molto proclive fidarmi.
Senta, mi dica tutto: non vorrei che quel bravo giovane incappasse male.
Veramente qualche cosa di positivo non so proprio dirglielo. Quelluomo non si sa bene che mestiere faccia, e siccome si caccia dappertutto, lo si vede in ogni luogo si suppone... si sospetta...
Che cosa?
Pietro Carra abbass ancora la voce per dire nellorecchio del conte Ernesto:
Che sia una spia del direttore della Polizia, il famoso Pancrazi.
Per bacco!  abbastanza grave la cosa perch poniamo sullavviso Camporolle.
E fece un passo per avvicinarsi ad Alfredo: ma il sellaio lo trattenne.
Scusi, disse: mi pare pi prudente non mostrare ora nessun sospetto e aspettare ad avvertire il conte che quel cotale lo abbia lasciato.
Ha ragione: soggiunse Ernesto E se costui non lo lascia, aspettiamo che la cosa sia proprio indispensabile.
Alfredo intanto, riaccostando quelluomo, gli aveva domandato con calore:
La persona che vi ha mandato abita l quel secondo piano?
S signore.
E voi ne avete ricevuto lordine di introdurmi presso di lei?
No signore: io non ho ricevuto altro ordine che di andarle a dire il ricapito e che era aspettato.
Siete un servo di... di quella persona voi?
No signore: io sono un commissioniere... Pei forestieri faccio anche ci che si usa chiamare servo di piazza, e se la S. V. medesima pu aver bisogno di me, non ha che da domandare di Michele al Caff che si trova sulla piazza Grande...
E cos ora, per introdurmi presso chi vi ha mandato?...
Io non ho pi da immischiarmene. Lei non ha che da salire a quel secondo piano, e certamente trover chi sar destinato a riceverlo. 
Va bene... Allora siete in libert.
Lev di tasca un portamonete e lasci cadere nella mano di quelluomo un tre o quattro lire.
Grazie infinite! disse quellaltro inchinandosi umilmente. Si ricordi, se mai le occorre qualche cosa, Michele al Caff della Piazza Grande.
E data una sbirciatina al conte di Valneve e a Pietro Carra, che erano pochi passi discosto, part sollecito e subito si perdette nelloscurit della notte. Chi gli avesse tenuto dietro, lo avrebbe visto camminare frettoloso verso il palazzo doverano lufficio e labitazione del Direttore di Polizia, e l, colla sicurezza di chi  di casa, entrare, esservi ammesso e penetrare, senzindugio, fino nella camera medesima del Pancrazi.
Appena allontanato quel Michele, il conte di Valneve disse premuroso ad Alfredo:
Qualunque cosa sia venuto a dirti quelluomo, qualunque rapporto tu abbia con esso, guardati bene, egli  un agente della Polizia.
Che mimporta? rispose impaziente il Camporolle. Egli mi ha guidato dove volevo, mi ha recato limbasciata che pi desideravo... Ora lasciatemi: io bisogna che penetri l.
L dov andato il duca? domand Ernesto meravigliato.
S.
Ma bada bene! Tu ti metti evidentemente in un pericolo! chi sa che qui non ci sia un tranello.
Qualunque cosa sia, bisogna chio ci vada e ci andr. Non sai che questo momento sono mesi che laspetto, che lo desidero, che lo sogno?... Tu Valneve, causa un semplice puntiglio, hai fatto e stai facendo delle pazzie per una ballerina: pensa che cosa non devo fare io per una passione fortissima, disperata.
Nessuna parola valse a trattenerlo.
Ebbene, fin per dire Ernesto va pure e che Dio taccompagni; ma io non tabbandono affatto, e ricordati in ogni caso che qui fuori avrai un amico che aspetter la tua uscita... che  pronto ad accorrere al tuo appello.
Saremo anzi in due, aggiunse Pietro Carra, perch anchio star ad aspettarla insieme col signor conte.
Alfredo strinse le mani di quei due recenti, cos zelanti amici, e si slanci correndo nella porta della casa dove abitava la baronessa.
Giunto al secondo piano trov luscio dellalloggio aperto e lanticamera illuminata; vi entr palpitando. Una donna che evidentemente aspettava gli corse incontro, lindice alle labbra, a raccomandargli il silenzio, lo prese per mano e lo trasse con s sollecita camminando con precauzione, in certe stanze scure, dove il rumor dei passi era ammortito da spessi tappeti.
Quella donna era la governante che accompagnava sempre la baronessa.
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Capitolo 18.
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La mattina di quel giorno medesimo in cui ella era poi comparsa al teatro a destare tanta curiosit di s, la baronessa di Muldorff, come aveva detto Pietro Carra, era arrivata ad occupare quel suntuoso appartamento che da parecchio tempo si teneva preparato per lei, e in faccia al quale trovavisi labitazione del sellaio cugino della Carlotta ballerina.
Appena giunta e neanco riposatasi, n rifocillatasi, la forestiera aveva avuto un colloquio da solo a sola, nel suo gabinetto accuratamente chiuso, con un uomo che venne da lei coperto di mantello, celato quasi affatto il viso, come appunto quel tale che era stato a trovarla misteriosamente in Bologna e aveva eccitato in s fiero modo i sospetti, la gelosia e la collera di Alfredo di Camporolle; anzi se questultimo fosse ora stato l a vedere costui, avrebbe di certo riconosciuta in lui landatura di quel primo, anzi perfino lo stesso mantello onde tutto si copriva.
Quando luscio del gabinetto della baronessa si fu richiuso alle spalle di questuomo, la signora disse:
Qui siamo soli e affatto sicuri.
Egli si tolse il mantello e lo gett in un canto, si lev il cappello, si sbarazz della fascia di cui si cingeva il mento e lasci scorgere lantipatica fisonomia del Pancrazi, il direttore della Polizia.
Quelluomo e quella donna stettero luno in faccia dellaltra, guardandosi poco meno che come due avversari, certo come due che tentassero dominarsi a vicenda; non si diedero saluti, n si fecero complimenti.
Sarete contenta dessere qui finalmente? disse lui.
S, finalmente! rispose la donna con una cupa energia. Non ho voluto venire che quando avessi tali pretesti, tali ragioni da non destare pi il meno sospetto in... colui.
Pancrazi croll le spalle.
Lui? esclam. Sospetti?... Di tutto quello che  avvenuto con voi, non si ricorda nemmeno pi. Non si rammenta nemmeno che voi esistiate.
La donna corrug le sopracciglia, mand dagli occhi quel lampo quasi feroce che abbiamo gi notato pi volte e apr le labbra sanguigne ad un sorriso terribile.
Va bene! disse con voce vibrata. Vengo io a fargli rammentare qualche cosa... Tanto meglio che mabbia del tutto obliata: avr di nuovo per lui un poco dellattrattiva della novit e un poco eziandio di quella dei ricordi. Potr ancora meglio ammaliarlo.
Si trasse indietro dalla fronte le ricche ciocche de fulvi capelli, abbass il fazzoletto che le copriva il collo e le spalle di forme scultorie e gett sopra lalto specchio che aveva davanti uno sguardo che era una fiamma.
Posso ancora ammaliarlo? ripet con voce soffocata, quasi domandando a s stessa.
Oh s! rispose con un accento alquanto pi vibrante del solito il direttore di Polizia, e anche nelle sue fosche, fredde pupille, corse un lampo che tosto si spense.
Voi credete? rispose la donna, volgendosi ratta allinterlocutore.
Il Pancrazi era tornato nella sua usata apatica indifferenza; e rispose con quella sua voce fredda, monotona, senza armonia, senza espressione, come la faccia di cartapecora:
Voi siete pi bella, pi giovane, pi seducente di quanto vi abbia mai veduta; e otterrete tutto quel che vi piace.
La seducente baronessa si gett a sedere con abbandono sopra una specie di divano, appoggi il braccio destro ad una pila di cuscini sostenendosi cos mezzo ripiegato il corpo voluttuosamente atteggiato, allung sopra un carello, tanto da porli bene in vista, i piedini vestiti di calze di seta color rosa e fece segno al Pancrazi sedesse. Egli prese freddamente una seggiola, venne a piantarla a due passi lontano da lei e vi si assett tranquillamente.
Voi persistete dunque sempre nel vostro proposito? domand egli, fissando la donna col suo sguardo da poliziotto.
La baronessa fece un atto pieno di risoluzione e di forza:
Sempre!
Quando ci siamo veduti a Bologna, io vi ho pur detta...
Essa interruppe impaziente:
Tutto quello che mi diceste e allora e prima, tutto quello che mi potreste mai dire e ora e poi, non varr a mutare dun atomo quello che ho deciso.
Per mille diavoli, lodio di voi altre donne, quando ci si mette, d dei punti allodio pi accanito, pi feroce, pi ostinato degli uomini.
Gli occhi della donna ebbero la loro pi cupa, pi selvaggia, pi cattiva espressione.
Io non so come odiate voi altri uomini, disse con voce che quasi sibilava fra i denti stretti da una contrazione del viso che lo rendeva poco meno che terribile, non so come odiino le altre creature di Dio. Quanto a me, non ho nellodio, come in nulla del resto, n mezzo, n misura. Sono assoluta, eccessiva, se vi piace, in tutto.  Dio che mi ha fatta cos. Avrei potuto essere un angelo di bont...
Il Pancrazi ebbe un leggerissimo movimento delle labbra scialbe e sottili, che la donna interpret per un sogghigno.
Sissignore, insist essa con forza: lo sento in me. Avevo la capacit e forsanco lamore del bene. Sono invece diventata unempia, malvagia femmina; un dmone di tristizia, di corruzione, dogni male. Chi lha voluto?... Voi conoscete la mia vita, voi mi avete vista bambina nelle mani di uno scellerato saltimbanco...
Il direttore di Polizia contrasse un istante le cascanti fattezze della faccia incartapecorita e fece un movimento colla mano, come a significare che quelle memorie erangli presenti, ed era superfluo il richiamarle.
Chi mi ha voluta qual sono? Chi mi ridusse tale?... Sono i casi, sono le condizioni in cui vissi,  il complesso di tutte le vicende per cui si manifestano la volont e lopera della Provvidenza... se pure c una Provvidenza. Chi sa che in me appunto questa non abbi voluto preparare uno stromento da punire quellaltro tristissimo, scelleratissimo!... Esso  un mostro duomo: bene, ecco che si  suscitato a preparargli il giusto destino che gli spetta un mostro di donna... Ma non sapete voi che io, quel ridicolo eroe di prepotenza, dimmoralit, di cinismo lho detestato sempre, anche quando colle mie seduzioni gli facevo dimenticare sul mio letto di cortigiana il gran collare dellOrdine dellAnnunziata?... Anche prima di quella tragedia fatale?... Ma poi quando questa avvenne!... Ho amato al mondo un uomo solo: prima di lui non avevo amato nulla n nessuno; dopo di lui non ho potuto n potr pi amar nessuno, n nulla mai! Ma quelluomo lho amato con tutta la forza, con tutto limpeto, con tutto lardore della mia anima,  per lui avrei affrontato non solo i dolori e i pericoli e le autorit della terra, ma linferno, leternit e Dio!... La prepotenza umana, quello che si chiama la legge, che osa dirsi la giustizia, me lo strappa, me lo condanna a morire, lui giovane, bello, forte, superiore dingegno, danimo a tutti.
Quelluomo era un assassino, disse a mezza voce, ma spiccato il Pancrazi.
La donna fe un balzo, come pantera ferita, si drizz della persona fieramente, e con uno scoppio di voci a cui saccompagnava lo scintillar dello sguardo, grid:
Che mimporta?... Assassini sono pure i re, sono i soldati, sono i giudici... Gian-Luigi, vi ripeto, era un essere al di sopra degli altri uomini... Che egli abbia dovuto morire fu una empiet, fu una barbarie, fu quello un vero delitto... E costui, questa caricatura di principe avrebbe potuto salvarlo... Io mi trascinai in ginocchio a suoi piedi: io lo supplicai collardore, collumilt, colla adorazione, con cui una santa supplica Iddio. Egli avrebbe potuto ottener grazia dal re Carlo Alberto: avrebbe potuto farlo fuggire... Saremmo andati io e Gian-Luigi, tanto, tanto lontano che nessuno avrebbe pi saputo nulla mai di noi: saremmo vissuti cos felici! Saremmo stati convertiti ambedue al bene... No, quello sciagurato mi respinse, mi schern... e fui costretta io stessa colla vostra protezione... fece una brevissima pausa, e poi soggiunse con voce pi bassa, ma quasi fremente: che voi mi avete venduta a un caro prezzo.
Il poliziotto stette impassibile: sollev i suoi occhi spenti in volto alla donna e disse lentamente:
Voi odiate dunque anche me, e non mi avete perdonato, n perdonerete?
Voi! esclam essa con un accento in cui era appena mascherato un certo disprezzo. Voi no, non odio... quello che ho pel principe  tale che assorbe tutto... Voi daltronde mi siete necessario al compimento della mia vendetta; e avete pur giurato di servirmi.
Pancrazi chin il capo.
Essa riprese al punto in cui sera interrotta:
Fui costretta io stessa a recare nella carcere a quellinfelice la morte, perch sfuggisse lignominia del pubblico supplizio e il contatto del boia!...
La voce di lei fremeva: il corpo tutto era agitato da una specie di convulsione.
Ah queste cose non si dimenticano, non si perdonano. Giurai odio eterno a quella societ, a quellordine di cose che mi aveva condannata a cotanto spasimo, e quellordine, quella societ tiranna e prepotente li vidi incarnati in questuomo pi empio, pi basso, pi corrotto del condannato, che avrebbe potuto salvarlo e non lo fece, che mi sprezz e derise... Vedete sio posso mutare!
Sentite, Zoe, disse freddamente il poliziotto, vho gi detto a Bologna tutte le difficolt dellimpresa...
Difficolt non sono impossibilit, interruppe la donna. E qualunque siasi difficolt una donna come sono io e un uomo come siete voi, hanno capacit e forza di superarle.
Parliamo freddamente, da persone pratiche, disse il Pancrazi dopo un breve intervallo, lultima volta che ci siamo veduti, io vi diceva...
La donna lo interruppe.
Mi ricordo di tutto: che nella rivoluzione cera poco o punto da sperare...
Questo siete in grado voi stessa di saperlo quanto me. Dovreste essermi grata dellidea che vi ho suggerita e dei mezzi che vi ho forniti di diventare agente segreta della Polizia austriaca.
S, e grazie al principe K. la cosa mi riusc meglio di quel che si sarebbe previsto. Ho potuto cos fare ottenere a voi la carica di direttore della Polizia qui a Parma...
E voi essere informata di tutte le trame dei rivoluzionarii, per aiutarle segretamente, quando vi sembrassero utili al vostro scopo.
E questo mi porge pure buona ragione da presentarmi qui e di dimorarvi. Io reco al duca relazioni delle Polizie di Lombardia, del Veneto, delle Marche, della Romagna.
Va benissimo... E dunque dovete essere tanto pi persuasa che la rivoluzione in Italia, malgrado e a dispetto del Piemonte che fa di tutto per aiutarla,  affatto impotente e non lever un ragno da un buco, altro che mettere gi un principe dal suo trono. Fra gli italiani sono pochi quelli che hanno il coraggio della rivolta aperta e di affrontare le baionette dei soldati e la corda del boia. Si congiura volentieri, ma quando si bandisce venuto il giorno della prova, sono quei pochi soltanto che si fanno ammazzare: i pi si rintanano e il popolaccio, che non capisce gran cosa di nazione e di patria, assiste indifferente ai supplizi. La forza del principe di qui, come quella del Modenese e del Toscano, sta a Vienna, e finch questa avr guarnigione a Milano, ogni sommossa italiana non sar che un ridicolo tentativo. Bisognerebbe adunque, per ispuntarla, far guerra allAustria e vincerla; e non sar certo il Piemonte che potr far questo, quantunque si sobbarchi pazzamente per ci ai pi grandi sacrifizi.
Avete ragione, disse con una certa impazienza la donna. S, mi sarebbe piaciuto vedere questo triste tirannello assalito dal suo popolo in furore, strappato al trono, al palazzo, trascinato per le strade, insultato, schernito, coperto di contumelie, di maledizioni e di fango, lentamente ammazzato... Ma poich ci non si pu, mi baster vederlo morire assassinato nel meglio della sua giovent, della sua potenza, della sua oltraggiosa tracotanza... Per ci bisogna ricorrere alle passioni personali... allodio e allamore, in cui luomo mette tutto il suo essere, la soddisfazione pi intima e pi acuta del suo egoismo.
Il direttore della Polizia fece gravemente un segno dassenso.
Benissimo: disse: voi conoscete luomo.
Questo signor duca fa di tutto per tirarsi addosso di quegli odii che non perdonano... come il mio. E qui son venuta per cercarmi, per farmi, per prepararmi un alleato in questodio mortale, nel quale alleato io trovi un sicuro stromento.
Indovino. Cotesto stromento sperate averlo in quel giovane che avete qui mandato prima di giungervi voi, e che io, secondo il vostro desiderio, aiutai a fare ammettere a Corte?
Forse! esclam la donna. Or dunque rivedr il principe...
E ridesterete in lui una vampa dellantica passione.
Per quanto poco ne abbia bisogno, sar il suo dmone consigliatore dei pi scellerati fatti. Lo spinger a calpestare pi ancora di quel che faccia ogni virt, ogni scrupolo, ogni dignit umana...
E mostrerete a quel giovanetto, gi mezzo impazzito per voi, che pu arrivare solamente a possedervi, passando sopra il cadavere del duca.
Voi mi farete sapere tutto quello che riguarda il principe: le sue menome azioni, ogni passo che sia per muovere, ogni cosa che intenda e che prepari.
Vi servir pi di quanto vi aspettate: disse il Pancrazi colla solita freddezza daccento. Prima di tutto perch ve lho giurato; poi, perch questo insolente che si serve di voi e vi umilia, che vi vuole e fa vili e poi vi beffeggia, che vi d una manciata doro e una frustata sulla faccia: questo principe lodio anchio...
La donna fece un balzo e afferr ambedue le mani del Pancrazi.
Ah s? disse con lieta concitazione. Voi mi dite una parola che tutta mi rassicura e mi allegra. I nostri odii uniti saranno onnipossenti...
Il poliziotto si accost vieppi alla seducente baronessa, si curv verso di lei, e, bench fossero soli, abbass la voce tanto che appena essa ne pot udire le parole.
E i nostri odii non sono soli... Ce n un altro, che quel tristo si  ben meritato... un altro assai in alto, il quale probabilmente non farebbe nulla di positivo per aiutarci nel cmpito... ma per lascier fare.
La baronessa mand unesclamazione.
Silenzio! disse il Pancrazi. Spero che non faccia bisogno che io vi raccomandi la massima prudenza.
State tranquillo... Ma avete fatto bene ad accennarmi di ci: me ne sapr approfittare, senza nulla compromettere, vi assicuro.
In che modo?
Se riuscissi ad irritare ancora vieppi quellodio spingendo lui a sempre nuovi torti?
Bene!... S, certo... Avete avuto ragione pocanzi. Siete un vero demone... e vi ammiro.
Zoe croll le spalle con atto di sprezzosa indifferenza.
Ho bisogno che voi mettiate a mia disposizione un uomo fidato, destro, obbediente, capace e volonteroso di tutto.
Lavrete. Ci ho appunto chi  fatto apposta: un certo Michele, la pi furba delle nostre spie, il meno scrupoloso dei nostri agenti segreti.
Mandatemelo subito.
Fra unora sar qui... Volete ora chio parli di voi al principe?
No, guardatevi bene.
Che annunzi almeno il vostro arrivo?
Neppure... Voglio comparirgli inaspettata... Questa sera stessa andr a teatro e mi ci far vedere.
Io vi terr informata di tutto quel che pu interessarvi; ma voi, da vostra parte, promettetemi che non tenterete nulla, che non avvierete nulla senza darmene avviso.
Ve lo prometto.
Per mezzo di quel Michele che vi mander combineremo i luoghi, le ore e i modi de nostri colloquii.
Partito il Pancrazi, la donna prese un bagno, ripos per unora, si fece servire un pranzo succulento, e poi dandosi in mano alla cameriera le disse:
Questa sera voglio unacconciatura proprio eccezionale: tu hai da farmi bella quanto  possibile.
E riusc seducentissima, come fu detto.
Prima di uscire per recarsi al teatro, la sedicente baronessa ricevette un uomo che per essere introdotto presso di lei le fece pervenire un bigliettino su cui erano scritte queste poche parole: Eccovi quel Michele di cui vi ho parlato. Nello scritto la donna riconobbe la mano del Pancrazi.
Voi siete pratico di Parma affatto affatto? domand la Zoe a quelluomo, squadrandolo bene.
S, signora: rispose il segreto agente poliziesco ci andrei ad occhi chiusi dappertutto, come nella mia camera.
E conoscete gli abitanti?
Quasi tutti: saprei dire del primo venuto che fa, che dice, che pensa, e perfino quel che mangia. E se di alcuno, che vive ritirato, non lo saprei dire a prima vista, in poco di tempo mi sento capace di scovar fuori tutto quello che lo riguarda.
Avete sentito parlare del conte Alfredo di Camporolle?
Conosciutissimo! So dove abita, come vive, la societ che vede, le case che frequenta.
Andr sovente a teatro?
Tutte le sere: ci ha un palchetto al terzo ordine a destra.
Va bene: ecco quel che dovete fare.
Gli diede le istruzioni perch Alfredo ricevesse a tempo quel suo bigliettino e perch poi fosse condotto da lei allora posta.
E poi? domand la spia.
Niente!... Per questa sera basta.
Finito lo spettacolo la baronessa fu a casa e indoss una stupenda vesta da camera che mirabilmente aiutava lefficacia della provocante di lei bellezza; e nel suo salotto pieno di fiori che profumavano laria, pieno di luce che faceva brillare gli specchi, i bronzi dorati, le cornici, le sete dei mobili suntuosi, stette aspettando con sulle labbra un certo sogghigno che avreste detto pieno di mal talento.
Era vicina lora in cui Alfredo sarebbe giunto, quando essa ud nella stanza che precedeva il salotto un vivace scambio di parole, quasi un diverbio, in cui si facevano sentire, oltre la voce della governante di lei, quella di due uomini, fra cui pi alta e imperiosa una, che la fece trasalire, impallidire, poi arrossire.
Il duca! ella disse a s stessa con unemozione di stupore insieme e di maligno soddisfacimento. Possibile! S, quella  la sua voce.
Senza aspettar altro si slanci essa stessa nellantisala. Si trov innanzi la faccia insolente e tracotante di Carlo terzo di Borbone duca di Parma. Vicino a lui stava il tenente colonnello conte Luigi Anviti, e sulla soglia i due gendarmi in abiti borghesi che avevano scortato il principe, duri, impalati, nella postura del soldato senzarmi innanzi al suo superiore, pronti ad ogni cenno.
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Capitolo 19.
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Arrivati alluscio dellappartamento dalla Zoe, il duca e lAnviti lavevano trovato aperto e senza punto esitare erano entrati. Lanticamera era deserta, debolmente illuminata da una lampada appiccata alla parete.
Andiamo avanti; disse il duca spingendosi verso luscio che si trovava in prospetto a quello dentrata e che doveva certo introdurre nellappartamento.
Scusi, Altezza: disse lAnviti facendo un passo per mettersi innanzi al duca. Qui dentro non sappiamo ben bene chi ci si possa trovare. Mi permetto di pregare V. A. di non entrar primo l dentro.
Che bravo Anviti! esclam il duca con un leggero accento di scherno. Ci vuoi penetrar tu... nuovo Curzio che si getta nella voragine?
Mi vi getterei volentieri per V. A., rispose il tenente colonnello: ma poich abbiamo qui due uomini...
Mandiamoli loro: interruppe il Borbone ridendo. Bravissimo! Previdenza e prudenza! Hai ragione.
Si volse ai due gendarmi e comand:
Penetrate l dentro finch troviate qualcheduno a cui dar lordine che mintroduca presso la padrona di casa.
I gendarmi fecero il saluto militare e col passo cadenzato entrarono nella stanza vicina. Non ebbero da andar oltre, ch venne loro incontro frettolosa e quasi impaurita una donna la quale era la solita fedele compagna della baronessa.
Chi sono lor signori? domand. Che cosa cercano?
La padrona di casa.
A questora? Alluna dopo la mezzanotte! Facciano il piacere duscire subito subito e lasciar tranquilla lonesta gente.
Laugusta persona che ora vuol vedere la signora ha diritto di penetrare dappertutto, in casa di qualunque e a qualsiasi ora, e la esortiamo a non farla aspettare di l in anticamera.
Ah!  cost?... Ebbene, facciano il piacere di andare a dire a quella persona che se ne vada subito subito, e loro la accompagnino senza ritardo.
Se sapesse chi !...
Fosse anche limperatore della China...
 qualche cosa di pi:  il nostro augusto, legittimo sovrano Carlo terzo.
La donna stette l un momento sbalordita.
Il duca!... Lui qui, a questora!... Impossibile!
In questo punto il principe che, accostatosi alluscio, aveva udito la voce di una donna e inteso queste ultime parole da lei pronunciate, apr il battente ed entr seguito dal fido compagno.
Io stesso! esclam con qualche enfasi. Spero che non avrete difficolt ora a lasciarmi penetrare fin presso la vostra padrona.
I due gendarmi si ritirarono rispettosamente in fondo, lasciando faccia a faccia il duca, lAnviti e la governante.
Mille perdoni! disse questultima impacciata non poco. Ma la signora baronessa ora riposa...
Che bugia! interruppe insolentemente il duca.
Almeno  in letto...
Bugia anche questa! Abbiamo veduto le finestre illuminate come non si suole nella camera duna donna che  a letto.
Infine V. A. capir... Io non posso, non devo lasciarla passare senza prima avere avvertita la signora.
Io non capisco niente: grid alzando la voce il duca col suo tono di petulante comando. Voi dovete obbedirmi e tacere... Additatemi la camera della vostra padrona e non mi seccate dellaltro.
Ma prego ancora V. A. di considerare...
Le zucche!... Cominciate ad impazientarmi. Obbedite.
Fu in quel punto che la baronessa apr la porta e si present sulla soglia.
Ah! eccovi finalmente voi stessa, mia cara Zoe! esclam il duca, andandole incontro, colpito, affascinato dalla provocante di lei bellezza, a cui la civettesca acconciatura accresceva tanta efficacia. Spero che non mi lascierete fare anticamera pi oltre, e che insegnerete a questa vostra donna che un par mio si riceve in ogni momento, in ogni occasione.
La Muldorff fece una profonda riverenza.
V. A. mi onora troppo con una sua visita, ancorch sia affatto inaspettata e in ora tanto straordinaria.
Via, via, disse il principe accostandosele con famigliare confidenza e prendendola ad un braccio. Per quanto straordinaria lora, trattandosi di me... e di voi, non pu dirsi inopportuna... Andiamo a sedere e discorrere pi comodamente di l.
Ai suoi ordini, Altezza: rispose la donna: ma tutti questi signori?
E il suo sguardo accenn allAnviti e ai due gendarmi piantati sulla soglia.
Non datevene pensiero: disse il duca. Questi (e accenn il colonnello)  un mio fidatissimo,  un compagno... non sar mai un impaccio: aggiunse notando bene il significato delle parole con uno sguaiato sorriso. Quei l sono due statue che non vedono, non sentono, e daranno segno della loro esistenza solamente in quanto noi vogliamo.
Altezza! salt su la donna con vivacit, la mia povera casa non  un museo da statue, e le sarei riconoscentissima se la volesse liberare dalla presenza di quelle due, le quali qui non sar mai il caso che abbiano a manifestare la loro esistenza.
Il principe rise e voltosi ai due uomini, comand loro:
Andatevene! Dietro front!... Marche!...
I gendarmi obbedirono colla rapidit e colla precisione di vecchi soldati; ma lAnviti fu accosto a loro in un lampo, e disse loro vivamente a bassa voce:
Non allontanatevi; rimanete qui sotto nel cortile della casa, e attendete finch uscir S. A. o vi dar io stesso altri ordini.
I due uomini fecero il saluto militare e si dileguarono.
La baronessa apr luscio del salotto e accennando con atto di ossequio al duca disse:
V. A. si compiaccia di passare.
Il principe varc la soglia, seguito dallAvviti: e poi vedendo che la donna sera fermata nellantisala, si volse e le domand sollecito:
E voi?
Vengo subito: dico una sola parola alla mia governante, e sono da V. A.
Mise le labbra allorecchio di quella donna e le sussurr in fretta:
Aspetta nellanticamera quellaltro; appena giunga, facendolo passare per la stanza da pranzo, menalo nella mia camera, e lasciavelo senza pi: digli che abbia pazienza ed aspetti, e non aggiungervi una parola.
E ci detto, corse lesta a raggiungere laugusto e poco rispettabile suo visitatore.
In questo momento medesimo, Alfredo di Camporolle, abbandonato Michele, staccatosi dal conte di Valneve e dal Carra, penetrava nel vestibolo della casa e saliva trepidando le scale. Egli non vide i due gendarmi appostati nellombra, ma i due videro lui.
Si consultarono un momento sommesso intorno a quello che avrebbero dovuto fare. Uno voleva arrestare issofatto questo nuovo venuto; laltro, allegando che nessun ordine simile era loro stato dato, combatt tale partito e vinse. Alfredo pot giungere fino allappartamento della baronessa, dove la donna appostata lo prese per mano e lo guid senza parlare nel luogo che le era stato detto.
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Capitolo 20.
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Il duca, appena entrato nel salotto, si tolse il mantello e apparve ancora vestito di nero, colla cravatta bianca e il cordone del Toson doro; in mano, secondo suo uso, aveva uno scudiscio, che si piaceva sempre ad agitare e far fischiare per aria. Tenne il cappello in testa, e prima di andarsi a sedere sulla poltrona che la baronessa gli additava preso al camino in cui ardeva un bel fuoco, piantato in mezzo alla stanza, diede una sguardata attenta e insolente tuttintorno.
Corbezzoli! esclam battendo col suo scudiscio sui mobili: tu sei qui alloggiata come una principessa...
Ne godo, perch cos il mio quartiere  meno indegno di ricevere un principe.
Carlo terzo diede un lieve tocco della punta del suo scudiscio sulla guancia della donna: a suo credere quello era un atto carezzevole.
Ah birbona! disse egli ridendo. forse per ricevere un principe che a questora, alluna dopo la mezzanotte, tu ci hai acceso un simil fuoco nel caminetto del salotto, e hai fatto una acconciatura cos conquistatrice? Non avrai gi laudacia di dire che aspettavi noi?
Non sono certo cos scioccamente superba da essermi lusingata che V. A., non che venirmi ad onorare di una sua visita, pensasse pure a me.
Il principe si sdrai sulla poltrona, lev le gambe ad appoggiare i piedi sulle sculture del camino di marmo, nella positura che potrebbe avere uno stalliere o un americano, e battendosi collo scudiscio gli stivali e i pantaloni soggiunse:
Era dunque un altro che aspettavi, eh? sempre bella e scellerata peccatrice!... E codesto altro non pu essere un principe, che di principi qui non ce n... nemmeno quel povero principe K... che tha cacciata nella... diciamo nella diplomazia... E sono curioso di sapere chi sia nella mia capitale il fortunato che ti ha fatta venire.
La Zoe, forse per risparmiarsi la risposta, si volt verso il colonnello Anviti.
E Lei, signore, saccomodi.
Ah! non te lho presentato: proruppe il duca:  il conte Luigi Anviti, tenente-colonnello della mia gendarmeria, uomo fatto apposta per quella carica... e per me.
LAnviti si pose sopra una semplice seggiola a quattro passi pi in l del duca, e disse con accento devoto di abile cortigiano:
Nessuno certo incontrer mai S. A. che sia pi fedele di me, pi disposto a dare per Lei tutto il suo sangue.
Sicuro, sicuro! esclam il principe: epper questo bravo Anviti  la befana di quegli straccioni di liberali che lodiano come i topi fanno del gatto... Va l, mio caro colonnello, che, se non ci fossi io e quei scellerati potessero averti nelle mani, ti farebbero passare un brutto quarto dora.
Rise grossolanamente.
Oh! non ne dubito: aggiunse il conte, ridendo anche lui, forse con non troppa buona voglia: ma per fortuna V. A. c e siamo noi che abbiamo quei scellerati nelle mani.
Li abbiamo!... Fra te e il Pancrazi sapete strappar per bene la gramigna delle velleit rivoluzionarie che tenta pullulare nel mio Stato. Il tuo principe K., mia cara Zoe, mi ha fatto un vero regalo designandomi per direttore di Polizia quel brutto muso del Pancrazi... Ma frattanto tu non hai risposto alla mia domanda, biricchina: chi  che stavi aspettando?
Nessuno: rispose la baronessa. V. A. sa come io ami vegliare la notte...
S... sei un animale notturno... come le civette: interruppe il duca ridendo sguaiato.
Il colonnello Anviti fece eco a quel riso: la donna schiuse le sue labbra color di sangue ad un leggero sorriso e senza parlare si chin sul fuoco a rassettarvi colle molle i tizzi che bruciavano.
Ma ripeto, continu il duca, che per vegliare da sola non si tiene un salotto come questo cos galantemente illuminato, non si accende un fuoco come quello e non si fa unacconciatura da tentatrice di S. Antonio come quella che tu porti.
Zoe lev il capo e rispose lentamente, punto per punto, con una specie di pedanteria: Io amo la toilette per me medesima: anche stando sola ho bisogno dun bel fuoco, perch sono molto freddolosa: e bench sia un animale notturno, come dice V. A., mi piace lallegria della luce.
Insomma, non vuoi parlare... Gi sei una ostinata, me lo ricordo bene... Ma anche col tuo silenzio, se noi vogliamo venir in chiaro della verit, bada che sapremo riuscirci. Abbiamo una Polizia, per la quale i muri delle case sono di vetro: non  vero, Anviti?
Linterpellato fece un profondo inchino in segno dassentimento.
Non ne dubito, disse la donna con leggero accento dironia.. E io dunque lascio alla onniveggente Polizia di V. A. lo scoprire il segreto che non c.
 quasi una sfida che tu ci fai! esclam il duca. Va benissimo!... Anviti, tocca a te a raccogliere il guanto. Tintenderai col Pancrazi, metterete in campo i vostri pi abili e solerti agenti, e non sei che un minchione se domani stesso... anzi di questo medesimo giorno che  gi incominciato, poich siamo alluna e mezzo, tu non sai venirmi a dire perch la Zoe  venuta a Parma e chi saspettava di ricevere questa notte.
Il conte sinchin di nuovo profondamente.
V. A. ci conti sopra.
La donna strinse al seno le braccia incrociate con aspetto di graziosa petulanza e disse lasciando volteggiare sulle sue labbra quel sorriso malizioso e beffeggiatore:
Vedremo... Quanto al motivo che mi ha condotta qui, presso V. A., senza che sincomodi menomamente la Polizia, sono io desiderosa di comunicarlo. Non sono ragioni leggiere e di galanteria, come V. A. sembra supporre, ma gravi e dimportanza, attinenti a quelle difficili e delicate incombenze che V. A. sa...
S, s: interruppe insolentemente il duca, battendosi gli stivali collo scudiscio. Avevi gi una buona corda al tuo arco, ghiotta e maliziosa creatura: la tua bellezza; e non ti  bastata, alla smania di guadagno che divora te... e i patrimoni di coloro che incappano nelle tue reti.
La Zoe, sempre pallida, divent ora dun color cinerino, e il suo occhio scuro lanci uno sguardo ratto, fulmineo, sulla tenda di seta di damasco che cadeva a larghe e ricche pieghe innanzi alluscio della camera da letto.
Principe! esclam essa con tono tra di preghiera tra di minaccia.
E il duca senza badarle continuava:
Hai voluto aggiungervi... a quellarco micidiale... unaltra corda: ti sei fatta agente politico... esploratrice...
La donna si alz in piedi, e, interrompendo audacemente il principe, disse:
Altezza! Prima che Ella compia la sua frase, mi permetter che io le consegni una lettera confidenzialissima del principe K.
Ah quel caro principe... Gi, lui si crede di menare da Vienna le Polizie di tutta Europa. Son persuaso che egli di col va certo di saperne pi di me stesso intorno a quello che succede nella mia Parma medesima...
Forse! esclam la donna che and ad un elegante stipetto di bronzo dorato posto sopra una mensola, e lo apr con una chiavetta inglese che teneva appesa al collo per un cordoncino.
Fu il principe che ti arrol nellesercito numerosissimo de suoi... fidi stromenti, e ti fece subito generale... Gi  un furbo volpone quello l... Ma non  il solo che sia abile, e noi pure.
Zoe aveva tratto da quello stipetto una lettera in una busta accuratamente suggellata e venne a porgerla al duca.
Prenda e legga, Altezza.
Subito?
Sar meglio.
Sono tentato di esclamare, come quello spartano a Tebe: A domani le cose serie.
Altezza! esclam lAnviti, se mi ricordo bene, a quello spartano gliene incolse male...
Bravo!... Cospetto, conte Luigi, tu ti ricordi ancora de tuoi studi elementari di storia... Ebbene, in omaggio degli insegnamenti della storia elementare, apriamo subito il plico e assorbiamoci dieci minuti di noia nella prosa pseudo-francese di quel politicone tedesco.
Ruppe il suggello, spieg la carta contenuta nel plico, e, sdraiato come si trovava, alzando il foglio allaltezza degli occhi colla mano sinistra, mentre colla destra seguitava ad agitare lo scudiscio, cominci a leggere quella lettera, scritta, comegli aveva previsto, nel solito francese delle cancellerie diplomatiche.
La donna venne lentamente a porsi ad un lato del camino, in guisa da poter vedere bene in faccia il principe: e l, appoggiando un gomito alla caminiera di marmo, il capo un po inclinato in avanti, lo sguardo fisso sul volto del duca, stette attentamente, quasi ansiosamente, a spiare le impressioni che avrebbe destate in lui la lettura di quello scritto.
Da principio Carlo terzo lesse indifferentemente; poi parve interessarsi: a un punto scatt in piedi, percosse violentemente collo scudiscio il seggiolone pi vicino, mand una bestemmia, e allAnviti, il quale sera alzato anchegli e guardava inquieto il suo principe, disse con voce turbata:
Sai quello che ci fa sapere la Polizia di Vienna? Che c una congiura qui contro di noi e che... mi si vuole assassinare.
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Capitolo 21.
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Il conte Luigi Anviti, tenente colonnello della gendarmeria parmense, mand un grido dorrore, fece latto di portare la mano allelsa della sciabola che non aveva, essendo vestito in borghese, ed esclam con tutto il calore di una profonda indignazione:
Impossibile!... Si calunnia Parma... Un simile scellerato non pu esistere qui... Ma se mai ci fosse... per Dio, siamo in molti, e io primo fra tutti... che faremmo scudo del nostro petto a quello dellamatissimo principe.
Eh! codeste sono frasi rettoriche: disse con un po dimpazienza il duca. Limportante  sapere se la congiura esiste realmente, e sventarla arrestando tutti i rei.
E facendogliela pagare a ognuno di essi con tutto il rigore che si meritano: esclam ferocemente il colonnello dei gendarmi.
La donna non si era mossa: guardava sempre il duca con quello sguardo penetrativo e quel sorriso leggermente schernitore. Carlo terzo travide quello sguardo e quel sorriso, bench tosto sparissero, appena egli volse gli occhi verso di lei; ruppe in una risata e gettando in aria la lettera del principe K. e poi cogliendola al volo con una sferzata del suo scudiscio, esclam:
Ma che!  uno spauracchio di quel parruccone del principe... Eh, conosco anchio le arti di Vienna!... Vogliono ottenere qualche cosaltra da me, e cercano prepararmivi con di queste rivelazioni di pericoli da loro inventati... Quantunque non so bene che cosa possano pretendere di pi da noi che abbiamo oramai posto tutto il nostro Stato in loro bala... A ogni modo non ci credo, non ci credo, e minfischio degli avvertimenti del principe.
Zoe and a raccattare per terra la lettera cos sprezzosamente trattata dal duca, e poi venendogli innanzi colle pi seducenti maniere di cui fosse capace, messagli con amorevole, ma pure rispettosa famigliarit la mano sul braccio, gli disse con voce cos sommessa che nemmeno lAnviti, lontano solamente due passi, non pot udirne le parole:
No, Altezza; non disprezzi questo avvertimento. La sua Polizia qui sar ben fatta, ma non  ancora una perfezione. Ho mezzi ed elementi da provarle che essa ignora molte cose e non sa penetrare in molti misteri. Mi dia un po di tempo, Altezza, ed io le far scoprire e conoscere quanto Lei non saspetta mai pi.
Quanto tempo?
Non pi duna settimana, e vedr. Sono venuta apposta. Oh! io non ho mai potuto dimenticare V. A. e saett il principe con uno sguardo che lo fece sorridere di sguaiata e vanitosa compiacenza. E per Lei, per la sua salvezza sono disposta a qualunque cosa. Vengo da un viaggio per tutta lItalia centrale; conosco i raggiri dei rivoluzionari in ogni citt dello Stato Pontificio, della Toscana, del ducato di Modena e ne ho meco le prove; so, e sapr meglio fra poco, dove fanno capo anche qui a Parma i fili della trama. V. A. pu fidarsi di me; non avr servitore pi devoto, pi zelante, e abbass ancora pi la voce, pi innamorato.
Ed occhieggi di nuovo, amorevole, seducente, voluttuosa.
Carlo terzo, inuzzolito, afferr la donna, la strinse al petto e le stamp un grosso bacio sulle labbra. Essa oh ammirabile commediante! si divincol, si sciolse, corse allaltro capo della sala, presso la tenda delluscio della sua camera, con un atto di pudore, di virt oltraggiata, di dignit offesa, che ognuno, il quale non conoscesse il di lei passato, non avesse udito le parole da lei susurrate al duca, lavrebbe dicerto creduta una innocente perseguitata dal vizio tracotante.
Oh Altezza! ella esclam ancora, con accento affatto pari e degno della significazione delle mosse.
La tenda di seta damaschina che pendeva innanzi alluscio della camera cubicolare sagit un pochino.
Il colonnello Anviti, da quel prudente e accorto cortigiano chegli era, cap che il momento di ritirarsi era venuto. Si fece innanzi di due passi verso il duca, sinchin profondamente e disse:
Io non voglio perdere neppure un minuto di tempo, Altezza, per mettere in sodo quello che pu esserci di vero nelle fatte rivelazioni. Corro in questo punto medesimo dal direttore della Polizia.
Sicuro! Bravissimo! grid ridendo sguaiatamente il principe. Vai, vai... Il tuo zelo, Anviti, non fu mai cos opportuno.
Il colonnello fece un altro inchino profondissimo, salut la donna che gli corrispose appena con un legger cenno di testa e spar per luscio che metteva nellantisala.
Il duca e la Zoe rimasero fronte a fronte.
A noi due! disse la donna fra s, avvolgendo il principe in uno di quei suoi sguardi fieri e terribili.
Carlo di Borbone si avvicin alla donna, le braccia tese e un sorriso da satiro sul volto.
Ora, Zoe, siamo soli, e non ti darai pi nessunaria da Lucrezia Romana.
La donna fece un gesto nobilissimo colla mano per tenere a distanza laudace uomo: un gesto cos nobile e di effetto che il principe medesimo ne rimase un momento colpito e sarrest.
Altezza! ella cominci con una intonazione di voce che ogni pi valente attrice le avrebbe invidiata. Cera mestizia e risoluzione, preghiera e severit, dignitosa fiducia e insieme coscienza e sicurezza dunintima forza. Altezza! Ella non trova pi in me la donna dun tempo. Quella che Lei ha conosciuta, quellinfelice  morta; la creatura che ora ha lonore di starle dinanzi, conosce, sa e vuole scrupolosamente conservare e difendere la sua dignit, la sua onest, i suoi doveri, lanima sua rinobilitata e il suo cuore.
Il duca stette un momento l, come sbalordito; guardava la donna coi suoi occhi di vetro che parevan diventati pi grossi, teneva la bocca aperta come in un mezzo sbadiglio. Poi a un tratto diede una scrollata del capo e delle spalle, trinci laria con un colpo dello scudiscio e ruppe in unalta risata.
Corpo di Dio!... Sei la gran buffona!... Quasi quasi ti pigliavo sul serio... Dopo la Lucrezia Romana, vuoi farmi la Maddalena convertita... S, la  una cosa che pu far ridere, che pu divertire, ma per poco, te ne avverto, sopratutto con un uomo del mio carattere e della mia sorte.
Ma la donna non cambi modi n accento; anzi, appoggiandosi con una mano alla spalliera duna seggiola vicina, come se le forze fossero per mancarle, con un abbandono pieno di dolore, con una voce piena di melanconia, di umilt, di rassegnato tormento, riprese:
V. A. ha ragione a parlarmi cos. Io che credo avere il diritto... che ho il diritto aggiunse incalzando con forza di mostrarmi severa e superba verso tutti: io devo pure curvare il capo alle parole oltraggiose e al contegno ancor pi oltraggioso di V. A. verso di me...
Oh come? interruppe il duca preso da nuovo e non minore stupore. Tu hai tanto di fegato?...
Ma ella, continuando con crescente calore, non lo lasci dire.
S, Altezza; qui siamo soli e non  mancanza di rispetto se io le parlo con tutta franchezza. Che le pare Ella possa, quantunque principe, introdursi quasi colla violenza in casa duna donna a unora di notte?...
Ma corpo del diavolo!
Le pare che questa donna possa tollerare che un uomo, fosse pure il pi potente sovrano del mondo, le parli, agisca con lei, e ancora in presenza dun suo cagnotto, come farebbe con una donna perduta?...
Oh ma corpo di Dio e del diavolo!...
E la donna incalzando sempre pi:
S, la mia disgrazia vuole che V. A. possa credersi in facolt di trattar meco in tal guisa... Ah quel passato, quellorribile passato, che mi sta impresso pur troppo nella mia memoria come un marchio di fuoco nella carne! Ma se V. A. non sa tutto quanto ho fatto per liberarmene, per espiarlo, per farmi degna che fosse cancellato, Ella deve pur sapere quali circostanze dolorose, terribili venissero ad attenuare... non dir neppure la mia colpa... ma la mia sventura.
Il duca allargava sempre pi gli occhi e la bocca.
Che giuoco  codesto?... Che scena di commedia mi vieni recitando? Smetti, via, che mimpazienti... ed  tutto tempo perduto.
Fece un atto come per prenderla ad un braccio; ella mand il grido che mandano in teatro, nella scena culminante di un dramma a forti emozioni, le vittime senza difesa perseguitate dalla violenta passione del feroce tiranno: gett questo grido e si fece indietro, fino a prendere in mano la tenda delluscio, pronta a fuggire per esso gli audaci atti del principe. Altezza, disse; io faccio appello a tutta la generosit della sua natura. Ella non disprezzer la preghiera duna donna che la supplica. Dimentichi il passato: non veda pi in me che una donna, la quale  venuta qui per salvarla.
Il duca stava per interrompere e dire qualche cosa, quando luscio dellantisala sapr bruscamente e comparve di nuovo, sollecito, il colonnello Anviti.
Perdono Altezza! dissegli, mentre il principe si voltava a fulminarlo duno sguardo fieramente corrucciato. Perdoni se oso entrare di questa guisa; ma ho appreso or ora tal cosa, che mi  parso importante, indispensabile di venire subito a comunicare a V. A.
Il principe rispian un pochino la sua fronte corrugata di Giove in collera.
Che cosa? domand.
Che pocanzi nel quartiere di questa s introdotto misteriosamente un uomo.
Carlo di Borbone fulmin unocchiataccia alla Zoe, poi scoppi in una gran risata, e torcendosi dal ridere e facendo fischiare laria collo scudiscio, si lasci cadere sulla pi vicina poltrona.
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Capitolo 22.
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Il colonnello Anviti, discese le scale, aveva subito cercato dei due gendarmi, e non aveva dovuto attendere pure un attimo, perch essi, visto appena chi era il personaggio venuto gi, saffrettarono a presentarglisi per riceverne i comandi.
Voi non vi muoverete di qua finch S. A. non ne esca, disse loro: e quando venga fuori lo scorterete con tutta la possibile attenzione: qui intanto, per tutto il tempo in cui cui ci rimarr il principe, non lascierete penetrare nessuno, qualunque pretesto o ragione adduca per introdursi. Avete capito?
I gendarmi fecero un segno di assentimento; e gi lAnviti savviava per partirsene, quando i due uomini, scambiatosi uno sguardo dubitoso, interrogante, come per consultarsi, dissero a un tratto insieme:
Signor colonnello!
Eccellenza!
Avevano pensato di comune accordo che la venuta in quella casa di un uomo dopo il principe, doveva essere un fatto abbastanza importante per comunicarlo al colonnello dei gendarmi.
E in vero quando lud, il conte mostr prenderne molto interessamento: volle sapere quali erano i connotati di lui, al che i gendarmi non furono in grado che di rispondere molto superficialmente; e poich ebbe inteso che quel tale era entrato nel quartiere della donna e non nera ancora uscito, avvis subito anchegli che era necessario appurare un tal fatto e renderne avvertito il principe medesimo. Per ci corse di nuovo su delle scale, penetr nellalloggio della Zoe, e si precipit nel salotto a quel punto a fare la rivelazione che ebbe per effetto dal duca una s chiassosa e impertinente ilarit.
La Zoe, mentre il duca si contorceva dalle risa sulla poltrona, incroci le braccia al petto, corrug fieramente le sopracciglia, e stette immobile, pallida, gli occhi a terra: certo pensava come regolarsi in questo caso che forse non aveva previsto.
Carlo terzo, poich ebbe sfogato sguaiatamente la sua voglia di ridere, appunt il suo frustino al volto della donna e disse con voce beffarda:
Ah! la Lucrezia romana! Ah! la Maddalena convertita!... Ora capisco la scena. Ci aveva lamico nascosto!... Forse cost, in quella camera innanzi alluscio della quale tu stai piantata come una statua?
Zoe alz risolutamente il capo, sollev gli occhi e li fiss arditamente in quelli del principe. La sua decisione era presa.
Ebbene s: rispose con sicurezza. V una persona che ha pi di tutte al mondo la mia stima e il mio affetto...
Me ne rallegro con lui: interruppe colla sua insolenza tracotante il Borbone: e me ne rallegro tanto che voglio aver il piacere di fare la sua conoscenza. Chi ?
Ah questo no! grid con forza la donna. Mille volte no!... Piuttosto morire.
Ah!... che parolaccie! A me che ti conosco da un pezzo non le dovresti dire... Se tu non vuoi nominare quel birbo fortunato, penso chegli almeno avr la franchezza e il buon gusto di mostrarsi e soddisfare il nostro desiderio... Animo, signor incognito, venga fuori.
La donna allarg le braccia come ad impedire che la tenda delluscio potesse venir sollevata e grid:
No, no, non voglio!
Non voglio! ripet il duca alzandosi da sedere e con accento in cui cominciava a farsi sentire la collera. Tu dimentichi, disgraziata, che qui sono io a comandare e che quella che ha da eseguirsi  la mia volont...
Tese lo scudiscio in atto di comando e disse:
Aprimi quelluscio.
No! rispose pi risoluta che mai la donna gettando uno sguardo di fuoco al principe, atteggiandosi ad una mossa che era delle pi seducenti.
Corpo di Dio! Se quel cotale non vuol venir fuori, se tu non gli permetti di venire, saremo noi che avremo la degnazione di andarlo a cercare.
E cammin risolutamente verso luscio.
No, Altezza, grid ancora la Zoe con accento di supplicazione; la prego, non faccia...
E tendeva le mani con atto che ogni pittore avrebbe voluto copiare per disegnare una perfezione di supplicante.
Il duca la prese ad un braccio e fece per tirarla via; essa resistette.
No, no, per grazia, per piet! ella pregava con voce piena di mala.
La tenda innanzi alluscio si mosse un pochino e si ud un lieve rumore come dun battente che si socchiuda; Zoe con uno strappo si liber dalle mani del duca, fu in un balzo alla porta, la richiuse violentemente, e poich la chiave trovavisi da quella parte, diede un giro alla serratura, lev la chiave e se la pose in tasca, Tutto ci in un batter di ciglia.
Nessuno entrer qui dentro! esclam essa con una specie di sfida trionfante.
Il principe si morse le labbra.
Mala femmina che tu sei! grid. Non sai che io posso far gettare abbasso quelluscio... far arrestare quello sciocco tuo drudo che l si nasconde?... Anviti fa venire i due uomini...
Altezza! interruppe con ardimento e con forza la donna: Io scriver a Vienna...
Scrivi anche allinferno! scoppi il duca, invaso affatto da una cieca collera. Che cosa mi importa di Vienna e de tuoi protettori e del tuo stupido principe?... Qui sono padrone, giuro al cielo! e voglio esserlo... E posso far cacciare in fortezza quel ganimede che nascondi, e te, se mi talenta, e cacciarti fuori de miei Stati come una prostituta...
La donna, fattasi calma, strette le braccia al seno, pallida, ma sicura, il capo eretto, locchio fiammeggiante, lo interruppe con fredda risoluzione:
Faccia se le pare, Altezza...
Il principe, irritato anche dalla provocazione di quella bellezza che negandoglisi lo inuzzoliva sempre pi, sdegnato di riconoscere impotente la sua autorit a cui era avvezzo vedere tutti curvarsi vilmente, perdette il lume della ragione, si slanci collo scudiscio levato sulla donna e la percosse sulla spalla.
Un grido, un urlo dindignazione usc dalle labbra di Zoe; il duca indietreggi come respinto da un colpo nel petto, ma la sua collera non era ancora abbastanza sfogata; col medesimo frustino si pose bestialmente a flagellare i mobili, gettando a terra porcellane, cristalli, candelabri, gingilli, candele, orologio, bestemmiando come un carrettiere, ruggendo come una belva. Quando fu stanco, lanci uno sguardo sulla donna: essa stava sempre ritta innanzi alluscio, pi pallida di prima, pallida come una morta, con una riga rossa sulla spalla alla radice del collo, cogli occhi che parevano due carboni accesi; il duca non sostenne quello sguardo; butt via lo scudiscio, e, senza aggiungere una parola alla Zoe, prese pel braccio Anviti che stava l interito e dettogli bruscamente: Andiamo! part di buon passo traendolo via con s.
Alluscio dellantisala comparve la faccia sgomentata della governante accorsa al rumore. Al vedere tanta strage, essa congiunse le mani in atto disperato e apr la bocca per mandare unesclamazione; ma la Zoe in un balzo le fu allato.
Zitto! le disse a voce bassa ma con forza: tu ritirati nella tua camera e non lasciarti vedere n sentire. Va.
La spinse fuor delluscio da quella parte, poi corse alluscio della sua camera; passando innanzi allo specchio vi gett uno sguardo a mirarvisi; fu contenta del suo pallore, del selvaggio fuoco dei suoi occhi: si cacci ancora una mano nelle treccie a disordinarle di pi; si sorrise soddisfatta; fu alla porta, apr con mano tremante il battente e con voce che pareva quella duna donna allagonia susurr:
Venite, Alfredo!
Il conte di Camporolle si present pallido quanto lei, gli occhi pi smarriti di lei, un fremito di dolore, di furore in tutte le membra.
Ella stava appoggiata alluscio tenendo stretta nella mano la chiave posta nella serratura; il suo sguardo cercava quello del giovane, ma gli occhi di costui lo sfuggivano; cera in quella sala un silenzio di morte.
Alfredo! Alfredo! ella gemette dopo un istante di penosissimo silenzio. Parve voler dire chi sa quanto; agit le labbra senza che suono ne uscisse; fu scossa da un brivido che avreste detto mortale, sollev le braccia, accenn volerle gettare al collo del giovane, ma non pot, e scivolando rasente la persona di lui, il suo bel corpo cadde lungo e disteso, come morto, per terra.
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Capitolo 23.
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Alfredo sera lasciato menare dalla governante traverso due o tre stanze alloscuro, fino a che quella donna che lo traeva per mano gli aveva susurrato allorecchio:
Stia qui; e non si muova: e poi era scomparsa.
Egli sera trovato in una camera da letto piuttosto vasta, immersa in una semi-oscurit, poich la sola luce che vi fosse era quella piccola e velata duna lampadina da veglia con globo di cristallo opaco e ventola di color verde. La prima impressione che prov col dentro fu quella dun profumo delicato, sottile, penetrante, squisito, che rivelava senza il menomo dubbio possibile la camera duna donna e duna donna elegante. A tutta prima aveva il sangue in tal turbamento che quasi non vedeva intorno a s, non poteva avvertire altro che il battito frequente e violento del suo cuore. Il sospetto e la gelosia che gli avevano suscitato il sapere col dentro, colla baronessa, il duca di Parma, insolente, sfacciato donnaiuolo, pi libertino dogni corrotto giovinastro; quellessere introdotto cos misteriosamente e trovarsi l, nascosto, incerto di che fare, di che gli dovesse succedere, davano allanima sua giovanile unemozione che non poteva dominare. A poco a poco si calm. Guard intorno a s, curioso, interessato, avido. La camera era tutta parata in bianco e cilestre. Di seta azzurra erano coperti sof, poltroncine e seggiole; di seta azzurra e di preziose trine era incortinato il letto su cui scintillavano i riflessi metallici del raso azzurro; in mezzo a quelle cortine non penetrava raggio di quella mite, debole luce, e la tenebra fitta in cui pareva ritrarsi, affondarsi la parte superiore dellelegante letto di mogano scolpito, appariva agli occhi dun giovane ventenne ricca e promettente di voluttuosi, ineffabili misteri. Una stupenda pelle di tigre col capo belluino imbalsamato e gli unghioni dorati, faceva leffetto di un mostro domato che strisciasse, schiacciato a terra a domandare piet. Ad Alfredo sembr vedere una ferocia di desiderii insani che tentasse arrampicarsi allassalto di quelle ombre in cui doveva annidarsi unIside tremenda e seducente. Sopra un leggero tavolino monopodo, entro un vaso chinese, languiva un mazzo di fiori esalando nella sua morte il dolce veleno dei suoi profumi; e l presso, un guanto abbandonato, un guanto che serbava ancora il modello della mano, un guanto che mandava ancor esso un effluvio e pi inebbriante di quello dei fiori.
Alfredo fu scosso come da un brivido. Quel guanto gli pareva animato, gli pareva accennasse a lui con atto pieno di mala, di amorevolezza; gli pareva vederlo attaccato ad un braccio di forma scultoria, e col pensiero saliva su di quel braccio, incontrava una spalla, un collo, un seno... quali aveva visto quella sera stessa, poche ore prima, nellardente, infuocata atmosfera del teatro. Ma e il volto? Strano a dirsi! Il volto che pensava, che voleva, che cercava rivedere, non gli appariva chiaro, netto e preciso come gli sarebbe piaciuto, quale lo aveva pur visto le mille volte nelle sue fantasticherie. Egli lo aveva tanto impresso nella mente: credeva sentirselo stampato, nel cuore; eppure ora non se lo vedeva che in confuso, una nebbia sembrava avvolgerlo; lo mirava come in una lontananza che vela i particolari; era una rassomiglianza, non lefficacia dellidentit. Sollev il capo dispettoso di s stesso. Una piccola scintilla di fuoco saccese ai suoi occhi nellangolo duna cornicie dorata su cui batteva un raggio della lampadina. Fu come un richiamo al suo sguardo; in mezzo a quella cornice occhieggiava, sorrideva una donna: lei! Il pittore, felicemente ispirato da quella mala di sembianze, era riuscito a fare un piccolo capolavoro. Era proprio lo sguardo di quella affascinatrice, profondo, penetrante, ardente, misterioso, crudele, pieno di volutt, di sarcasmo, di passione, diabolico; erano le carnose di lei labbra, color di corallo, color del sangue, che, socchiuse, lasciavano scorgere denti di bianchezza canina, piccoli, acuti, taglienti, quasi avreste detto bramosi di mordere; era il pallore davorio di quella carnagione, su cui il tempo e il dolore e una travagliosa cura incessante parevano pure volere incidere il loro marchio di rughe e non poterlo; era nel complesso quellespressione indefinibile, attraente, segreta che faceva allosservatore, di tal creatura una sfinge, gli accendeva nellanima, nel cuore e nei sensi una prepotente smania di cercare, di trovarne il motto e spiegarne lenigma; su tutto questo aveva messo ancora il suo incanto la potenza dellarte che solleva la realt alle pi sublimi bellezze dellideale. Quel poco di asprezza e di volgarit, che si poteva talvolta notare nel modello vivente, qui era scomparso; la preoccupazione pareva forza di pensiero e spoglia affatto dogni accenno di mal talento: il labbro muto riusciva eloquente; lombra lieve sulla fronte appariva la mestizia dun intimo dolore cui sarebbe felicit suprema il dileguare, il consolare, il far cadere in oblo; la stessa volutt promessa dal sorriso audace e provocante, prendeva alcun che di superiore, di pi nobile, di pi squisito delle materiali soddisfazioni dei sensi.
Alfredo stette un poco rapito innanzi a quel ritratto a contemplarlo. I profumi di quellambiente, la calda temperatura, la debol luce, la vista di tutti quegli oggetti che a lei appartenevano, che ella forse un sol minuto prima aveva toccati, che erano quasi parte di lei; la vista di quel dipinto producevano in lui unebbrezza che gli saliva poco a poco al cervello. Prov quellincanto e quelle emozioni che ci descrive cos bene il Rousseau nella sua Nuova Eloisa, come provate dal Saint-Preux introdottosi nella camera dellamata donzella. Anchegli prese, brancic colle mani tremanti quelle cose che gli parevano ancora calde del tocco di lei, ancora impregnate degli effluvi delle carni di lei; baci con delirio quel guanto, quei cuscini, quella coltre... Ma nella sua estasi venne ad interromperlo una voce duomo, una voce ingrata, chegli riconobbe per quella del duca. Saccost vivamente a quella porta donde tal voce veniva; trov luscio socchiuso, e traverso i battenti, bench la tenda di seta pendente nellaltra stanza glimpedisse di vedere, pot giungere al suo orecchio tutto ci che fu detto.
Dapprima non volle credere: quella donna che a lui pareva la prima del mondo, tollerava un simile linguaggio da quel libertino di principe: riconosceva essa stessa chegli aveva un certo diritto a parlarle in tal modo! Al passato di lei, Alfredo non aveva mai neppure pensato. Ammetteva chella avesse potuto amare altri: glie laveva detto essa stessa; ma una vita di disonore come quella che ora gli rivelavano le parole del principe, no, in lei non lavrebbe creduta mai, non lavrebbe neppure sognata possibile. Sentiva un dolore grandissimo invadergli lanimo: egli che, giusto a quel punto, in mezzo a quellambiente pieno di lei, innanzi alle sembianze di lei, laveva pi che mai idealizzata, esaltata! Ci che succedeva nel suo intimo, egli non se lo spiegava bene; ma era un grande e profondo cambiamento. Laffetto che sentiva per quella donna forse nera diminuito, forse no; ma si faceva a un tratto ben diverso. La parte materiale di esso subitamente predominava. Quasi gli era parso fin allora inaccessibile quella bellezza superba che aveva visto sempre schiva, sprezzante, cinta di disdegnoso riserbo; la voce che la rivelava una caduta gli pareva dicesse: sar anche tua! Sentiva deglimpeti dindignazione che lo spingevano a disistimarla, a levarla da quel piedestallo su cui laveva fino allora adorata; e in pari tempo sentiva degli impulsi di desiderio violento che lo inebriavano col pensiero: da quel piedestallo cadr nelle tue braccia. La foga de suoi venti anni imponeva silenzio alla ragione, alla morale, al dolore del disinganno. La voce stessa della donna che, traverso quel leggero tessuto, gli giungeva calda, sonora, palpitante, piena di fremiti e di passione, riusciva per lui una seducente provocazione. Unaspra, velenosa gelosia lo morse, pensando a quelluomo fosse pure un principe che aveva il diritto di parlare cos a quella donna, che aveva con lei tali vincoli nel passato, che poteva, che voleva, e ci sarebbe riuscito dicerto, rinnovare con essa siffatti legami.
Pi volte fu sul punto di slanciarsi in quella sala ad affrontare quel suo potente, e da quel punto odiatissimo rivale; quando il duca fu per recarsi esso stesso a vedere chi fosse luomo nascosto, Alfredo sarebbe uscito certamente; e gi sera mosso, se la Zoe non avesse ratto chiusa la porta a chiave. Ud fremendo la scena che ne segu: e quando, partito il principe, la donna apr luscio, egli venne fuori con un misto s confuso di sentimenti, con un tumulto tale di pensieri e daffetti da non riconoscersi, da non raccapezzarcisi egli stesso. Ira e vergogna, spasimo di cuore e delirio di sensi, una smania indefinibile, un acre, feroce anelito di volutt e di vendetta lo tormentavano: gli pareva insieme voler battere anchegli quella donna su cui era discesa linfamia della scudisciata ducale, e gettarsele al collo a divorarla di baci, sputarle linsulto sulla faccia e trascinarsele ai piedi a mormorarle una dichiarazione damore.
Essa gli tolse ogni imbarazzo di scelta: gli gett quello sguardo in cui pareva aver messa tutta lanima sua, mand quel grido, quel gemito che sembravano significare il trabocco del dolore nel cuore duna povera donna ed era caduta priva di sensi ai piedi di lui.
Alfredo atterrito, per prima cosa pens a chiamare soccorso. Si slanci verso il camino per tirare il cordone del campanello; ma ud un sommesso gemito, una specie di leggero rantolo dalle labbra della svenuta, e saffrett a tornare presso di lei.
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Capitolo 24.
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Alto, profondo silenzio regnava tuttintorno. Era uno strano spettacolo, da cui Alfredo, malgrado il tumulto della sua anima, fu pure colpito: quella sala elegante, sfarzosamente illuminata, coi mobili in disordine, tanti oggetti a terra in frantumi, una quiete sepolcrale, e distesa sul ricco tappeto persiano una giovane donna che pareva cadavere.
Il giovane si accost a quel bellissimo corpo abbandonato, locchio fisso con potenza magnetica su di esso. Le chiome disciolte serano diffuse intorno al capo leggiadro sul tappeto a fondo bianco e facevano come unaureola doro alla pallida faccia, la veste da camera slacciatasi davanti sera aperta e mostrava nudo il collo fidiaco, una parte della spalla che poteva dirsi una perfezione, e su quella pelle bianca, fine come una seta, correva alla base del collo la striscia rossa lasciatavi dallo scudiscio del duca.
Alfredo singinocchi presso la caduta, si chin verso di lei con sempre crescente emozione; quelle labbra sanguigne, cui neppure lo svenimento aveva impallidite, lo attiravano con insuperabile potenza; il candore della pelle nel collo, nella spalla, nel seno lo abbacinava; si chin, si chin fino a sentire sul suo volto il lieve alito che usciva dalle semiaperte di lei labbra; le pose una mano sul cuore, lo sent battere lento e piano; si chin ancora: quella striscia rossa sulla pelle bianca era l sotto ai suoi occhi alla distanza di un palmo; la sua bocca vi precipit sopra avida, fremente, e vi stamp su un bacio caldo, appassionato, rabbioso.
Zoe si scosse tutta, di subito, come se una corrente elettrica lavesse invasa; apr gli occhi, da cui balen ritta una luce e tosto li rinchiuse; mand un grido soffocato che si spense in un sospiro; le braccia, come allo scatto di una molla, si serrarono con soave pressione intorno al collo di Alfredo e tennero chiusamente appoggiata quella giovane testa al seno della donna, mentre con una specie di inconscio trasporto le labbra di lei ne baciavano furiosamente le chiome, la fronte, gli occhi, e mormoravano con accento di traboccante passione:
Alfredo! Alfredo! Alfredo!
Egli si sent rapire, si sent mancare il rifiato, si sent morire sotto quelle furibonde carezze. Ma la donna rallent il nodo delle braccia, lasci ricadere di nuovo abbandonata la testa, fece estinguersi di nuovo la voce in un gemito, e giacque in apparenza pi svenuta di prima.
Alfredo sorse in piedi, afferr la giacente alla vita sotto le ascelle e stringendola con emozione al suo petto la trasport sul pi vicino sof, adagiatala sul quale, egli le si inginocchi presso e le copr di baci le mani, chiamandola a sua volta dolcemente per nome.
La donna, senzaprir gli occhi, fra due gemiti leggeri, pronunzi sommessamente alcune staccate parole che il giovane raccolse con avido orecchio.
Oh mi si lasci morire... Oh fossi morta!... Oh essere oltraggiata innanzi a lui... perduta per lui!...
Zoe! Zoe! esclamava Alfredo padroneggiato dalla passione; ascoltami, guardami... sono io... io che ti amo sempre... io che del tuo passato non ho diritto di chiederti nulla... io che ti perdono tutto.
Ella parve nuovamente rianimata di colpo da queste parole: mand unesclamazione di gioia che avrebbe potuto dirsi celeste, le pupille scintillarono pi vive che mai, le labbra sorrisero, un lieve rossore venne a tingere lopaca pallidezza delle guancie.
Tu perdonarmi! esclam tu Alfredo!... Tu avverare il mio pi caro, pi vagheggiato sogno... da me stessa creduto impossibile!... Il mio passato... lorribile mio passato!... tu me lo perdoni?
S... Anzi, te lo ripeto, ho io pure il diritto di chiedertene? di fartene colpa?
S, s, s... perch tutta la mia vita vorrei fosse tua, fosse degna desserti messa ai piedi... Tu hai ora udito dalla bocca di quel principe scellerato...
Ah! io non ho udito tutto, n bene: proruppe Alfredo: n quello che ho udito, ho potuto comprendere affatto, tanto era il tumulto dellanima mia; ma ho sofferto, Zoe, ho sofferto immensamente al vedere che tu, quelluomo... per quanto principe egli sia... non lo cacciavi di casa tua, come un lacch, credevi non avere il diritto di farlo... Quel duca! aggiunse con una profonda, fremente amarezza: provavo gi per lui una istintiva ripugnanza... ora lodio quanto lo disprezzo...
Gli occhi della donna mandarono uno spruzzo pi vivo che mai di quella loro speciale luce feroce. Li copr colle mani, con finto atto di pudore, per nasconderne il terribile baleno ad Alfredo.
Il mio passato! esclam. Era da anni il mio rimorso; e, dacch ti ho conosciuto, il mio tormento. Prima dincontrarti, credevo averlo gi espiato; la coscienza mi veniva rassicurando che avevo cancellata una colpa, la quale, solo in minima parte, era mia... Ma quando ti incontrai, quando vidi sorgere in te lamore per me, quando mi sentii assalire, avvolgere, affascinare dalle divine ebbrezze del sapermi amata da te... oh allora riprovai tutto il travaglio, rimaledissi tutta la crudelt della mia sorte... Avrei voluto poterti recare tutto il candore verginale dellinnocenza, darti tutte le primizie dellaffetto... Era per ci che mi fingevo superba, che ti respingevo, che mi sforzavo ad apparirti indifferente, io che tamava... che tho subito amato, che mi sarei gettata nelle tue braccia senza indugio; gridandoti: Sei il mio signore, sei tutta la mia vita, sei lanima mia!... Tamo! Tamo! Tamo!
E congiungendo latto alle parole, si abbandon sul giovane, lo strinse con violenza, lo sbalord con una tempesta di baci quasi furibondi.
In Alfredo ogni rabbia, ogni sospetto, ogni considerazione svan sotto lirruenza di una sensualit sfrenata: abbracci anchegli la donna delirante e corrispose agli ardori di lei; ma di colpo essa si svincol, respinse il giovane, sorse in piedi, quasi fugg alla distanza di alcuni passi, e tendendo una mano innanzi come ad arrestare e contenere lui che stava per raggiungerla, disse:
Alfredo! In nome dellamore che mi avete posto, pi ancora in nome di quello eccelso, nobile, santo che mi avete ispirato, che sento in me come una nuova nobilitazione di tutta me stessa, vi prego di voler udire prima di tutto la storia di quel mio passato, che fino ad ora posi tanto impegno a nascondervi, che mi pareva una insopportabile vergogna che voi conosceste, ma che adesso, dopo quanto avete visto e udito di quel tristissimo principe, ci tengo, anelo, ho necessit di farvi tutto, tutto noto.
Camporolle fece un gesto come per protestare; ma ella non lo lasci neppure aprir bocca.
Oh vi prego... ve ne scongiuro... Abbiate pazienza... e piet.
Allora egli, vinto, commosso, le si accost, le prese una mano, per quella trasse a s la donna che pareva agitata da una inesprimibile emozione, e la baci fraternamente sulle chiome.
Se tu lo vuoi, parla, parla; e mi parr un maggiormente acquistarti il dividere i tuoi dolori, il penetrare nelle angoscie della tua anima.
Ella fece sedere il giovane presso al camino, gli si accoccol ai piedi, mezzo seduta, mezzo inginocchiata, in una mossa che un pittore avrebbe subito ricopiata per una Maddalena ai piedi del Salvatore, e fece il racconto seguente, in cui, a suo modo e secondo i suoi pravi intendimenti, ella aggiust la storia della sua vita:
Nacqui di famiglia distinta, nobile, oserei dire illustre, che io non nominer neppure innanzi a te, perch credo aver pur troppo perduto il diritto di dirmi a lei appartenente.
(Il vero era chessa, figliuola di miserabili plebei, era stata venduta da bambina a un saltimbanco).
Disgrazie funeste e ripetute ci colpirono e allopulenza sottentr la scarsit dei mezzi prima, la povert poscia, da ultimo la miseria, una vera, assoluta, terribile miseria. Allevata nel fasto e nelle grandigie, con quellinutilit di educazione che si d alle fanciulle della aristocrazia, io non sapeva nulla, non ero capace di nulla che potesse procurare un pane, non che ai miei, a me stessa. Ero abile cavalcatrice... fin da giovinetta avevo una passione indicibile pei cavalli... con un ardimento e con fortuna straordinaria domavo qualunque pi riottoso di essi... nei tempi della nostra fortuna mio padre non acquistava un animale per le sue ricchissimamente fornite scuderie, che non mi consultasse... Ebbene... come debbo dirvi?... Ah non so trovar parole per ispiegarvi... Non lo crederete neppure... Ma se sapeste la violenta eloquenza del bisogno!... La sventura maveva pure quasi sconvolta la ragione... mi pareva poco meno che un atto deroismo lo sfidare la societ elegante di cui avevo fatto parte fino allora, il calpestare i pregiudizii della gente, laffrontare audacemente i giudizi temerari, le mormorazioni, le calunnie... Entrai... stipendiata... in una compagnia di cavallerizzi.
Alfredo ebbe un trasalto di stupore.
Voi! esclam incredulo. Voi?
Ella sollev audacemente il capo e fiss negli occhi di lui i suoi, sicuri, splendenti, affascinatori.
S! disse.
E... e riprese Alfredo esitando e siete comparsa in pubblico?...
Zoe non lo lasci terminare; colla medesima audacia che aveva una certa imponenza proruppe:
S! s! s!... Vestita come una ballerina, la maglia color di carne, le spalle e le braccia nude, il belletto sulla faccia, i fiori finti nei capelli, il guarnellino corto scintillante di lustrini, innanzi a migliaia docchi di spettatori ammirati, avidi, entusiasti, al suono provocante duna musica a stromenti metallici, al galoppo del cavallo che vi trasporta facendovi rompere laria tepente, impregnata di mille effluvii e della polvere del circo, colla faccia arrossita, ai lazzi dei buffoni nellarena, alle grida e ai battimani degli applausi.
Oh! esclam Alfredo, passandosi una mano sulla fronte. Quellideale di donna che egli aveva amata nella bella persona che gli stava accoccolata dinanzi; quellideale che gi erasi sfaldato alle rivelazioni avute dalle parole del principe, ora svaniva affatto... ma rimaneva la bellezza materiale delle forme, fatta pi procace ancora dal pensiero di quei deplorabili trionfi.
Voi vi indignate, non  vero? continu la Zoe, come sindignarono tutti i nobili miei congiunti e conoscenti, quantunque avessi accuratamente nascosto il mio nome e fossi andata lontano dalla mia citt... E intanto ebbi non solo pane, ma agiatezze da dare ai miei genitori che mi disprezzavano e che pi non vollero vedermi... E vi giuro, Alfredo, che la mia condotta, i miei modi, la mia dignit sempre mi fecero rispettare dai miei compagni e da quei poco morigerati giovani che frequentano simili artisti.
(In tutto questo romanzetto la verit era che essa, dopo avere passato la sua infanzia e la prima giovinezza coi saltimbanchi sulle piazze, era stata arruolata in una compagnia equestre, dove la sua bellezza e lardimento le avevano presto fatto acquistare una celebrit speciale sotto il nomignolo della Leggera).
Ma ora, ella ripigli dopo una breve pausa, e fingendo a meraviglia di fare un penoso sforzo per continuare, ora viene lepisodio pi doloroso, pi vergognoso, pi maledetto della mia vita.
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Capitolo 25.
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La Zoe si raccolse un momento come per chiamare a s tutte le sue forze onde abbisognava per ritornare su quei dolorosi fatti ed esporli; Alfredo, avvertendo che qui era il punto principale ed importante della narrazione, si chin verso di lei con ancora maggiore interessamento.
Io non aveva ancora amato mai... agli omaggi degli uomini mi sentivo affatto indifferente, anzi nero sdegnosa e sprezzante... Avevo conosciuta di tutti quelli che mavevano avvicinata, e che pure secondo la societ dovevano essere dei migliori, la bassezza di animo, la nullit dello spirito, la insufficienza del carattere!... Mi credevo io stessa incapace di quel sentimento. La mia virt non aveva grandi difficolt a salvarsi in mezzo a quelle dagli altri credute seduzioni, che mi attorniavano; trovava un aiuto e una forza nella mia apata, nella stessa coscienza del mio valore, nel mio disprezzo daltrui... Ma venne un giorno fatale in cui anche la mia superbia fu vinta... Vi ricordate che a Bologna, la prima volta che vi parlai, vi chiesi se eravate del Piemonte? Fu perch nei vostri occhi mi parve scorgere, nella vostra voce sentire qualche cosa di colui... E fu per ci, forse, che incominciai subito ad amarvi... Fu in una citt piemontese che lo vidi, che mi accost, che mi vinse... Ah! ma come quelluomo era superiore a tutti!... Come cuore, mente, valore, bellezza, forza, gentilezza erano in lui tali da offuscare ogni dote daltrui!...
Si sollev un momentino della persona, scocc uno sguardo amorosissimo negli occhi di Alfredo e soggiunse abbassando la voce, come peritosa della sua confessione:
Non vidi pi altri che te degno dessergli paragonato... te che me lo ricordavi!
Camporolle sent un calore subitaneo, come una scintilla corrergli lungo la spina dorsale e poi invadergli le vene.
La donna continuava:
Egli mi am... Oh come seppe amarmi!... Egli lesse nel mio intimo, nella mia coscienza, egli conobbe ed apprezz la purezza della mia vita, il coraggio della mia risoluzione, la nobilt della mia indole e della mia condotta in mezzo a quel mondo che tutti condannano per corrotto ed ignobile; egli mi am come mi avrebbe amata se mi avesse conosciuta nellelegante salone di mia madre ai tempi delle maggiori prosperit della mia famiglia... Ed io lamai... con adorazione, con culto, con entusiasmo, con trasporto di sacrifici, con abbandono appassionato, con tutto lardore e la potenza che pu essere in una creatura terrena.
Alfredo sent nel cuore il morso duna stupida gelosia retrospettiva.
Ah! esclam quasi con dolore, liberando le sue braccia dalle mani di lei che vi si stringevano tenaci, supplicanti, carezzevoli, calde, febbrili, e si trasse un pochino in l.
Ella saccorse di ci che passava nellanimo di lui. Se ne compiacque: era quello che voleva, suscitare le varie e pi acute e pi disparate emozioni nel giovine, affine di rammollirne la fibra, di indebolirne il vigore, di impossessarsi lei, colle arti sue, della volont, del senso, del pensiero del giovane.
Riafferr con forza, con risoluta energia, quasi con autorit le braccia di Alfredo, e sollevando il suo volto in quel momento animato, soffuso dun rosato colore, quale egli non le aveva visto mai e che accresceva lincanto della sua bellezza, continu con voce pi sommessa, quasi soffocata, fremente, affannosa:
Lamai... e non fui sua!... Ci amammo supremamente da esser tutto luno per laltra, da non aver pi pensieri n riguardi per nulla al mondo fuori dellamor nostro... eppure i nostri rapporti furono incontaminati... Egli rispett in me la donna cui avrebbe dato il suo nome, che avrebbe fatta sua compagna nella vita... S, aggiunse con forza, levando in una mossa di nobile orgoglio la bella testa, s, egli avrebbe calpestato ogni pregiudizio, superata ogni difficolt per condurmi allaltare, come pur nero degna. Ma la sventura appunto precipit su di noi; la pi orribile sventura che ci separ... che tolse a lui la vita (abbass la voce e chin la testa), a me lonore e la felicit di tutta lesistenza!
La falsa donna, attrice abilissima, si accasci sul pavimento, come affranta da quel ricordo che rinnovasse in tutta la crudelt dun tempo un dolore incomportabile; saccasci e si copr colle mani il volto e si pose a singhiozzare penosamente, con dolorosi sobbalzi che agitavano convulsamente il suo bellissimo corpo.
Non fui sua!... pronunzi con rotte parole e con intentato accento: e un altro... Oh! linfame!... E io ho potuto sopravvivere... e non istrozzarlo, e non istrappargli il cuore dal petto... e contentarmi di maledirlo!...
Ah! esclam Alfredo con rabbiosa emozione: il duca?...
Ella si lev impetuosa, furente, bella, terribile, le chiome ricascanti sulle spalle, attorcigliate come serpenti sanguigni che sagitassero, il seno discinto, gli occhi fiammeggianti sotto il marmoreo pallor della fronte.
S, il duca: fremette con voce che vibrava come una nota metallica, che sibilava fra i denti, su cui si contraevano quelle labbra cos rosse di sangue. Il duca!... questo flagellatore di donne che sabbassano a pregarlo...
Si torse le braccia in un trasporto di disperata rabbia che non toglieva nulla, ma anzi calcolatamente aggiungeva allefficacia delle sue attrattive.
Ah sono vile! esclam collaccento di chi non  pi padrone di s. Fui vile a non ammazzarlo allora, quellempio; sono stata vile a non ammazzarlo ora... ora che mha insultata, lui che mi volle perduta, che mha colpita del suo frustino, lui che mi gett nel fango... Lasciatemi abbreviare questorribile racconto... Luomo chio amava era uno fra i capi dei liberali: fu circondato di spie, fu venduto da un traditore; un bel d venne arrestato, si sequestrarono appo lui le prove pi patenti di una congiura da lui avviata... Si parlava nientemeno che di condanna a morte... Io, povera fanciulla che non comprendevo nulla di codeste cose, credetti che la vita di lui fosse in pericolo. Ero disperata... Codesto duca da lungo tempo mi perseguitava con tutte le proteste e le promesse e le tentazioni che siffatti gente crede atte a vincere una donna... Mi dissero a un punto che una sola persona poteva adoprarsi a salvar luomo da me adorato: questo mostro di principe, e che io solamente potevo ottenere da lui che ci facesse... Esitai, lottai... oh quello che soffrii! Ma lasciarlo morire non volevo... Ero pur certa che, caduta, egli non mavrebbe amata pi, mavrebbe respinta... Ma lasciarlo morire!... Acconsentii che il duca mi rapisse. Sacrificavo il mio amore, il mio onore, anche la stima di lui alla salvezza della sua vita... Questa il duca me laveva giurata... Fui tratta in una villa solitaria... Dio Eterno!... L mi attendevano donne svergognate, libertini, ribaldi, degni compagni di lui... una sequela dorgie... infamie senza nome... l avvolta da una scellerata ebbrezza... oh! non fatemi pronunziare pi una parola...
Ricadde sul pavimento affranta, anelante, gemendo, la faccia chiusa nelle mani, agitata la persona da piccole convulsioni di spasimo.
Oh lammirabile commediante! Chi non avrebbe creduta sincera quella emozione? Chi non avrebbe dato fede a quel racconto?
Alfredo, lui, credette ciecamente. Sentiva ammassarsi in cuore un monte di odio e di furore contro quello scellerato di principe che vendeva a tanto infame prezzo la sua protezione. Turbato fino allintimo del suo essere, fremente egli stesso, incapace di pi frenarsi, sorse in piedi e si pose a passeggiare su e gi per la sala, le guancie contratte, i pugni serrati. La Zoe non si mosse da quel luogo e da quella positura; pareva proprio la Maddalena, nelleccesso della sua umiliazione e del suo pentimento, che aspetta la parola che deve redimerla dal Cristo pietoso; ma di sottecchi frammezzo alle lunghe palpebre color doro, le sue pupille scure dardeggiavano sul giovane certi sguardi saturi di elettricit, di indicibile potenza magnetica.
Dopo un poco, il giovane si riaccost lentamente alla donna, sempre abbandonata a quel modo, e curvandosi alquanto su di lei, le domand a mezza voce:
E colui... luomo da voi amato... fu salvo?
Zoe sorse di scatto, mandando una penosa esclamazione che pareva un urlo soffocato.
Voi non potete neppure immaginare fin dove si spinga la scelleraggine di codesta gente cui la bassezza della natura umana onora e riverisce!... No, tu non lo crederai neppure... Mentre io mi sacrificava cos dolorosamente... egli... era gi spento!
Come?
Per sottrarsi alle torture della carcere... egli si era avvelenato.
E la si lasci cadere sul sof, rompendo in un pianto di angoscia disperata.
Alfredo stette un momento a guardarla; poi le si sedette accanto, lavvilupp colle sue braccia e la baci sul collo.
Hai molto sofferto! le disse dolcemente.
Fu tutto un dolore la mia vita... Odi ancora quel poco che mi rimane a dirti perch tu mi conosca affatto... Fuggii lItalia... fui a Vienna, dove il principe K., alleato della mia famiglia, mi accolse, mi protesse, copr il mio primitivo nome e il mio passato col nome di baronessa di Muldorff... Uneredit mi restitu la ricchezza; questa e la mia dolorosa pratica del mondo mi diedero lindipendenza... Ora comprenderai perch respingessi tutti gli uomini, comprenderai la forza dellamor mio per te, se ha potuto farmi obbliare il giuramento che mero fatto di non pi ascoltare una parola damore.
Lombra dun indefinito sospetto attravers lanima candida del giovane Alfredo.
Una cosa non comprendo, disse egli, ed  il perch tu sia venuta qui ora, fra le branche di quel mostro...
Ah perch? sussurr con voce fremente la donna: sono venuta per vendicarmi...
Come?
Il come te lo dir forse un giorno... se continuerai ad amarmi.
Egli la strinse di nuovo e con pi passione fra le braccia.
Invece del romanzo chessa gli aveva narrato, la verit era che la Zoe aveva voluto per mezzo di Carlo di Borbone, figliuolo dellallora duca di Lucca, far salvo dallestremo supplizio Gian-Luigi Quercia, un famoso assassino che era vissuto nella societ elegante torinese, e che era di lei amante: che il duca non aveva voluto darle retta, e che, per non salire sul patibolo, quel malfattore sera ucciso con veleno che la Zoe medesima gli aveva recato merc laiuto del Pancrazi, allora impiegato di Polizia in Piemonte.
Ma la maliarda si sciolse dallamplesso di Alfredo.
Lasciami, disse risolutameate, va... La notte  presso al suo termine... Sono stanca, affranta... ho bisogno di riposo e di pensare su quello che  accaduto, tu pure su quanto hai udito...
Per quante preghiere facesse il giovane, essa fu inesorabile. Ben sapeva laccorta che quei desideri da lei eccitati con tanta arte, insoddisfatti, avrebbero acquistata una violenza di tanto maggiore, e di questa ella abbisognava pe suoi fini.
Appena partito il giovane, ella scrisse poche parole sopra un bigliettino Far sapere al duca che luomo nascosto in casa mia questa notte era il conte Alfredo Corina di Camporolle: e per mezzo di Michele lo fece pervenire quella stessa mattina nelle mani del direttore di Polizia.
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Capitolo 26.
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Era ormai lalba quando Alfredo usc dalla casa abitata dalla baronessa. Aveva indosso un malessere profondo, unirritazione strana, un turbamento complesso, confuso, quale non aveva provato mai. Il sangue gli sussultava ancora e gli accendeva desideri, che, insoddisfatti, gli erano tormenti; la materia parlava forte con acri tentazioni, lo spirito si rincantucciava, per cos dire, sbalordito, indolenzito, malvoglioso, sfiduciato, caduto in una specie di degradazione. Sentiva dileguatosi, offeso lideale damore della sua giovent, accarezzato con tanta virtuosa ardenza dellanima non volgare; ne provava un certo dolore, ma muto, nascosto, quasi inconscio, e sarrabbiava di non averne vergogna e disperazione. La spregevole emozione della corrotta volutt lo attirava. Come! Lui che aveva voluto fare del suo cuore un altare alla donna che avrebbe stimata degna dellamor suo, ora si sarebbe abbandonato agli amplessi duna sirena dei sensi, che lonesto istinto gli faceva pensare a dispetto di tutto una creatura avvilita? ed egli anzi la desiderava, tanta degradazione, vi anelava, soffriva di non esservi ancora precipitato? Chi glie lavrebbe detto un giorno! Sentiva moralmente, e anco pienamente perfino, quellamarezza, quel disagio, quella penosa prostrazione che sente un libertino novizio dopo una notte di orgia, quando rincasa, colle membra e lanimo fiacchi, la bocca allappata disgustosamente e un infinito fastidio di tutto e di tutti, cominciando da s.
Nella strada non cera nessuno. Il conte di Valneve e Pietro Carra, visto partire il duca collAnviti e i due uomini di scorta, avevano aspettato ancora un poco, e poi, persuasi che il Camporolle sarebbe rimasto fino a giorno l dove gli era stato lasciato il campo libero, se nerano andati per riposarsi alquanto e fare poi i pochi preparativi che occorrevano alla partenza.
Alfredo savvi di buon passo anchegli verso casa, per cambiarsi in fretta di abiti, ch appena glie ne restava il tempo, e recarsi quindi dal conte Ernesto.
Ma nel suo alloggio trov tutti i suoi dipendenti levati ad aspettarlo inquieti, e pi inquieto di tutti un uomo che era quello venuto a mettere la casa in allarme a ora tarda della notte, che non sera pi mosso e che nellattesa percorreva agitato, a gran passi, il salotto, accrescendo limpazienza, i timori, le smanie, a ogni momento che passasse.
Quelluomo era Matteo Arpione.
Appena Alfredo comparve, unesclamazione di gioia con cui lo salut il domestico nellanticamera, ne annunzi larrivo a Matteo il quale si precipit colla massima premura allincontro del giovane.
Ah finalmente! esclam egli trovandosi di fronte al Camporolle; e aveva la voce e le mani che tremavano dallemozione. Ah! che brutta, tremenda notte ci ha fatto passare, signor conte!
Questi, per laddietro, non aveva mai accolto quelluomo con molta espansione di tenerezza; le maniere di Matteo verso di lui erano duna umilt cos sottomessa e poco dignitosa che al giovane certe volte facevano perfin rabbia; e insieme a ci eravi nella figura, nei tratti, nel tuttinsieme di colui qualche cosa che gli ripugnava, senza chegli sapesse spiegarsene il perch. Ora, da quello che glie ne aveva detto Ernesto Sangr, Alfredo credeva di avere finalmente scoperto quel perch, subodorato dapprima dal suo generoso istinto. Quindi il modo con cui quella mattina egli accolse il vecchio, non pi solamente freddo e riserbato, ma fu addirittura sprezzoso e crudele.
Signor Arpione, gli disse squadrandolo dalla testa ai piedi, dopo quello che ho appreso di voi, una completa spiegazione  assolutamente necessaria. Ho diritto di sapere, e lo voglio, che uomo  quello che tratta i miei interessi e chio ricevo colla famigliarit dun vecchio servo in casa mia; ch se quelluomo non  degno della stima dellonesta gente, non  degno neppure n di servirmi, n di varcare la soglia della mia abitazione.
Matteo nella sua faccia terrea e perfino nella sua fronte di pergamena divenne a un tratto di un rosso cupo, che poi tosto si dilegu per lasciare luogo a un pallore grigiastro, color di cenere; una contrazione delle guancie e delle labbra, un umido bagliore degli occhi affondati rivelarono in un baleno il subito morso in lui dun acutissimo dolore; ma fu un vero baleno; la fisonomia di quelluomo torn nella sua fredda indifferenza abituale, e come se non avesse udito nemmanco quelle fiere parole, trascurando affatto il proprio tormento, egli non volle vedere che il turbamento e la pena del giovane, rivelati dal pallore e dallaccasciamento.
Ma Lei, conte, non si sente bene questa mattina, disse con premura. Mi faccia la grazia; cominci per andare a letto a riposarsi...
Alfredo lo interruppe con superbo disdegno:
Non avete intese le mie parole?
S, signor conte... Io le dar ogni spiegazione che pu desiderare... Vedr! Non ha punto da inquietarsi. Ma intanto quello che preme di pi  che Lei si metta a letto, si riposi, si curi...
Avete in pensiero di fermarvi un poco a Parma? domand il giovane, collintenzione di mostrare affatto che non badava alle parole di quelluomo.
No: rispose Matteo. I miei affari non mi lasciano fare assenze lunghe... a meno che Lei abbia bisogno dellopera mia... Allora disponga pure del mio tempo e di tutto me stesso... Gi sono venuto qui apposta per Lei...
S? interruppe pi sprezzante che mai il conte di Camporolle. Credevo invece che fosti venuto pel conte di Valneve.
Anche per lui,  vero... Ma quello non  che un accessorio... Avevo determinato gi di venire presso di Lei, perch ho bisogno di parlarle... quando la famiglia Sangr mi fece sapere occorrerle un messo fidato e intelligente da spedire qui al conte Ernesto.
E avete accettato dessere voi codesto messo fidato e intelligente?
Matteo finse non avvertire o non avvert lironia con cui erano dette queste parole e rispose seriamente:
S, signor conte... Anche con quella famiglia sono legato da lungo tempo... sono stato suo uomo daffari, suo intendente, suo ragioniere... e ho conservato la fiducia del nobile conte padre... Or dunque, se Lei, conte Alfredo, non ha bisogno della mia presenza qui...
Il giovane fece un atto sprezzoso ad accennare che non aveva neppur lombra di tal bisogno.
Matteo continu:
Appena io avr detto a Lei tutto quello che mi preme, che assai mi preme di dirle, appena avr comunicato al conte Ernesto quello che la famiglia gli manda a dire per me, io me ne ripartir.
Il caso vuole che n a me n al conte di Valneve voi non possiate parlare cos presto.
Perch?
Perch stiamo per partire ambedue...
Da Parma?
S.
Per dove?
Ah! siete troppo curioso.
E non torner pi qui? domand Matteo con accento in cui si travedeva una lieta speranza.
Ci torner sicuro, appena finito laffare per cui accompagno Valneve.
Ah! gli  per un affare del conte Ernesto che partono!... Che s che lindovino.
Sareste bravo!
Gli  per battersi con quellufficiale austriaco col quale  cominciata fin da Milano la nemicizia...
Oh come siete bene informato!
 la famiglia che sa tutto, che vuol impedire codesto duello, che mi ha mandato apposta.
Troppo tardi: si lasci scappare Alfredo.
Ah dunque gli  proprio per codesto che loro partono: esclam Matteo. Partono per battersi fuori di Parma, fuori del ducato; e Lei, conte Alfredo, accompagna il conte Sangr per servirgli da testimonio?... Ma no; questo non pu essere, non sar. Il conte Ernesto non ha da battersi. Ho promesso a suo padre che lavrei impedito ad ogni costo... E Lei poi... Lei, conte Alfredo, non deve esporsi in nessun modo... Si pu correre qualche pericolo, e io non voglio, non devo lasciare...
Alfredo lo interruppe superbamente.
Voi, per prima cosa, non dovete immischiarvi nelle mie faccende... Ve lo proibisco assolutamente.
Matteo tremava in preda ad una vivissima emozione.
Oh la supplico: disse giungendo le mani.
Basta! grid il giovane. Al mio ritorno, se sarete qui ancora, o per lettera se sarete partito, avremo insieme quella spiegazione che esigo ad ogni modo. Ora non ho pi tempo da darvi, n anche un minuto... Lasciatemi.
E ci detto il Camporolle si ritrasse nella sua camera per mutarsi di abiti sollecitamente e affrettarsi poi alla locanda dove era Valneve.
Matteo rimase un momento l come sbalordito; poi si percosse la fronte e disse a se stesso quasi in accento di comando: Presto dal Sangr!... Su lui potr forse qualche cosa di pi, grazie a quel pagher...
E corse sollecito verso la locanda in cui aveva preso alloggio Ernesto di Valneve.
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Capitolo 27.
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Matteo Arpione giunse correndo alla locanda, ma sulla soglia di essa si ferm con un moto di sorpresa: trovandosi a fronte di un uomo avvolto in un gran mantello, che, venendo sollecito anchegli dallaltra parte della strada, stava per entrare eziandio nel portone dellalbergo.
Tu qui! eslam egli.
Voi zio! rispose quelluomo con unesclamazione di uguale se non maggiore meraviglia. Voi a Parma! E non mavete fatto saper nulla! E non siete venuto in casa mia!
Zitto, Pietro! disse Matteo. Ricordati quel che tho detto gi pi volte, e che ora sono obbligato a ripeterti con ancora pi calda preghiera: che tu non mi abbia da riconoscere per zio, che in presenza della gente io debba esserti come affatto estraneo.
Ah! disse con amarezza quelluomo, il quale non era altri che il sellaio Pietro Carra. Voi vi vergognate dunque molto dessere stato congiunto alla nostra famiglia!
No, non  questo, te lo assicuro.
Il giovane continuava con calore, le guancie leggermente arrossate:
La famiglia di mio padre, se povera e popolana; fu sempre onestissima, e quella di mia madre voi lavete pur conosciuta per bene. Erano tre sorelle fior di bellezza e di virt...
S, s davvero: interruppe Matteo con qualche emozione. Lo so io, meglio di qualunque altro, e nella mia determinazione a questo riguardo non centr mai per nulla il menomo motivo che possa far torto alla memoria di quelle tre brave donne.
 forse per mia cugina Carlotta che  qui ora come ballerina?... Sareste venuto per ci?... Vorreste aiutarmi a trarla da quella vita? Ah! io sarei disposto a far di tutto per levarla dal sciagurato abisso in cui quella sconsigliata  caduta... Per me, vedete, lonore, la dignit della persona e del nome, prima di tutto.
No, no, rispose lArpione, non sono venuto per codesto... Ti dir anzi schiettamente che quella Carlotta io non la conosco neppure di vista e non voglio tampoco vederla, e non me ne importa un bel niente. Sono venuto per tuttaltro; come sono ben altre le ragioni che mhanno fatto pregarti e mi fanno ora ripetere la preghiera di non lasciare scoprire in nessun modo a nessuno le nostre relazioni di parentela. Un giorno forse te le dir; non sono ragioni che possano menomamente offendere te e i tuoi: sono determinate da certi miei progetti, da scopi che proseguo... In ogni modo mi fa piacere di averti visto e in buona salute. Ora vattene tu pei fatti tuoi, e io vado, pei miei. Addio.
Entr nel portone, ma il Carra gli tenne dietro.
I miei fatti, disse, mi obbligano appunto a venir qui dove entrate anche voi.
Davvero!
Il portinaio che vide entrare questi due a unora s mattutina, and loro incontro e domand chi cercassero.
Il conte di Valneve: rispose sollecito Matteo.
E anchio: aggiunse Pietro stupito non poco.
Sanno il numero del quartiere? domand il portinaio.
I due risposero affermativamente.
Vadano pure: continu il custode. Il conte mha detto appunto che sarebbero venuti in due a cercarlo di buonora.
Matteo e Pietro savviarono insieme su delle scale.
Andate anche voi dal conte Sangr? disse questultimo.
S, certo, rispose laltro, e c meno da stupirsi di me che di te, il quale non so davvero come possa conoscere quel giovinotto torinese.
Lho conosciuto ieri sera, in casa appunto della Carlotta.
La Carlotta! tua cugina!... Oh bella! Sarebbe dessa mai per caso quella ballerina per cui hanno scritto da Milano al conte di Valneve padre esser nata una s accesa rivalit fra il figlio di lui e un ufficiale austriaco?
Pur troppo! sospir Pietro. E ieri sera ho avuto il bel piacere di vedermeli a capitare tuttedue, l in casa di quella disgraziata, i rivali.
E successe fra di loro una scena dietro la quale si sono sfidati, non  vero?
Appunto.
E questa mattina devono partire ambedue da Parma per andarsi a battere?
Precisamente... Ma come sapete voi?...
E forse che tu hai da prenderci parte?
Proprio: il conte di Valneve mi ha fatto lonore di scegliermi a uno de suoi testimoni, ed io mi sono affrettato ad accettare.
Matteo not allora sotto il mantello di Pietro una certa punta che sporgeva.
E scommetto che l sotto, disse, in quel viluppo ci hai delle armi.
Avete indovinato.
Spade?
No, sciabole: il tedesco non ha voluto accettare la spada... Ho qui quattro sciabole che sono davvero il fiore delle sciabole. Il mio compare Ludovico, lo spadaio, mi ha dato quel che aveva di meglio, e lui ha tutta roba eccellente.
E tu partirai col conte di Valneve?
S.
Per dove?
Per Castel San Giovanni: si lasci sfuggire Pietro Carra.
Ma non hai pensato che tu sei padre di famiglia, che in codesto ci possono essere dei pericoli, e ci saranno sicuramente delle conseguenze poco piacevoli per tutti coloro che vi si immischiano?
Ho pensato che sarebbe stata quasi una vilt lasciare nellimbarazzo quel bravo conte piemontese: e io non voglio che si possa dire di me che ho mostrato pusillanimit.
Oh lo so che testa e che carattere hai!...
Non pot continuare, perch erano giunti al quartiere del conte di Valneve, e Pietro, aprendone luscio, si trov in faccia il conte medesimo che stava per uscire.
Oh bravissimo mio signor Carra! esclam il giovinotto, che non fece nessuna attenzione in quel primo momento alla presenza di Matteo. Lei  il primo. Cominciavo a trovare un po lunga lattesa... Gi io sono dindole poco paziente... e venivo fuori a vedere se i miei nuovi amici giungevano.
Cos dicendo rientr nellappartamento, e il Carra e lArpione ve lo seguirono.
Ho dovuto svegliare mia moglie per avvertirla della mia partenza: disse Pietro; perch la povera donnina sarebbe stata troppo inquieta sapendomi partito senza conoscerne n il perch, n il come...
E cos Lei le ha detto tutto?
S signore; ma non tema, sa. Mia moglie non  una donnuccia volgare, e sa tenere un segreto. Ah, oso dire che di creature come quella l non ce n dimolte al mondo. Essa non vive che per la sua famiglia, per me e pei nostri figli, e ci ha nel suo cervellino tanto buon senno che io non faccio mai nulla di nulla senza domandargliene a lei avviso e consiglio; e me ne trovo sempre contento daverlo domandato.
Me ne rallegro.
In quella, Pietro aveva tratto di sotto al mantello il fascio delle sciabole e depostolo sopra una tavola.
Ah qui sono le armi? disse il conte Ernesto, sciogliendo il fascio e prendendo in mano luna dopo laltra le sciabole.
S, signore: rispose il Carra. Anche questo mha fatto indugiare un poco. Ho dovuto far saltare gi dal letto larmaiuolo, e poi tuttedue insieme abbiamo scelto colla massima attenzione le lame migliori.
E hanno scelto bene! esclam Valneve, il quale con occhio di conoscitore esaminava le armi, ne faceva piegare le lame, ne tastava col dito il taglio e la punta, ne provava, brandendole, limpugnatura e lequilibrio. S, davvero! Non si pu desiderare di meglio. Ora dunque non ci manca pi che il conte di Camporolle... il quale spero non vorr tardare dimolto, soggiunse sorridendo, quantunque la notte che ha passata gli faccia forse un piacere e un bisogno del riposo...
A questo punto Matteo, rimasto in un canto, si fece innanzi e disse:
Signor conte, appunto mentrElla aspetta quel signore, potrebbe accordarmi i cinque minuti di colloquio che ho avuto lonore di domandarle ieri sera?...
Ernesto lo interruppe con quel tono di disprezzo con cui Alfredo lo aveva sentito a parlare a Matteo la sera innanzi.
Ah siete voi?... 
Mha detto di tornare questa mattina...
E ora vi dico di tornare questa sera...
Ma se Lei parte...
Tanto meglio e cos non mi troverete... Oh non la capite che non voglio sentirvi, che non voglio aver nulla da fare con voi?
Signor conte, rispose umilmente Matteo, io non domanderei di meglio che non darle oltre fastidio; ma ho una missione da compiere da parte della sua famiglia e le domando questo colloquio in nome del suo signor padre... Ho poi qui una carta che dovrebbe avere qualche influenza sulle sue determinazioni a questo riguardo.
E da un suo portafoglio trasse fuori e mostr ad Ernesto un fogliolino in forma di cambiale.
Valneve arross un poco e bruscamente disse:
Ebbene sia, venite di qua... Mi scusi, signor Carra: spero sbrigarmi in un momento ed essere subito di nuovo da Lei...
E pass nella camera vicina seguito da Matteo Arpione.
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Capitolo 28.
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Appena soli nellaltra stanza, Ernesto di Valneve si volse a Matteo con voce aspra e sdegnosa:
Avete dunque con voi quel mio pagher?
Scaduto da cinque giorni! disse lentamente e spiccatamente lusuraio.
Il conte arross.
Avete ragione... Avrei dovuto pagare... Ma ho avuto tante cose per la testa...
Ha fatto tante altre matte spese a Milano!...
Siete bene informato dei fatti miei, compar Matteo! esclam Valneve con dispettosa ironia.
Ella deve sapere quanto interessamento ho sempre avuto per tutto quello che riguarda Lei e la sua nobile famiglia.
Il giovane gli tronc le parole in bocca con un atto di sdegnosa impazienza.
Insomma, disse, e lho subito indovinato ieri sera al primo vedervi, siete venuto fin qui per farvi pagare?
Con questa occasione, sicuro che avr caro di esigere subito quel che mi viene... Vivo anchio negli affari; Lei sa, ho i miei obblighi, le mie passivit, le mie scadenze ancor io, e si fa calcolo su quanto possiamo introitare per...
Ditemi un po la verit, se pur ne siete capace, interruppe il conte. Voi avete parlato a mio padre e a mia madre di questo mio nuovo debito?
Matteo si pose una mano sul petto.
No, davvero, in fede di galantuomo...
Prendete unaltra formola di affermazione, se volete che vi creda.
Se avessi loro detto del suo debito, il signor conte e la signora contessa avrebbero pagato, e invece vede qui il suo pagher...
Ah ecco un buon argomento. S,  vero, quei cari e buoni genitori miei, anche merc ogni sacrifizio, avrebbero pagato...
Lei, signor conte, mi aveva fatto giurare che non avrei pi detto nulla alle loro eccellenze il conte e la contessa: e vede se io mantengo il mio giuramento...
Vavevo minacciato, se voi lo violavate, di bastonarvi di santa ragione... e lo farei, e lo far se mai...
Ah signor conte! Un gentiluomo come Lei non sabbassa a queste violenze...
Provatevi e vedrete... Mi ci abbasser davvero! Poveri miei genitori! Ho gi dato loro tanti dispiaceri e tanti danni!... E pensare che una delle cause, la prima e forse la pi efficace, siete stato voi!... Quando mi viene in mente quello che voi avete fatto di me... giuraddio!
Matteo si ritrasse in fretta al fondo della camera.
Signor conte!...
Non aver paura... Oggi non sarebbe pi che una magra soddisfazione... Ma come avvenne che mio padre ha pensato di dare a voi un incarico qualunque per me, come mi dice il suo bigliettino che mi avete consegnato ieri sera?
 stato per intermezzo del mio vecchio amico Tommaso.
Ah s, quel buon uomo.  a lui stesso che andiamo debitori della bella fortuna che voi abbiate posto il piede in casa nostra!
Signor conte, io ho sempre cercato di servire fedelmente e con zelo la sua famiglia.
Alto l! Non cantatemi di queste arie che mi fareste uscir dai gangheri... Or dunque che cosa c entrato quello scimunito di Tommaso colla missione datavi da mio padre per me?
Il signor conte padre aveva ricevuto dal marchese Respetti una narrazione particolareggiata di quanto  successo a Milano fra Lei e quellufficiale austriaco, e per conclusione la notizia che ambedue loro erano partiti per Parma dietro alla ballerina, cagione della contesa...
Quel benedetto cugino  un grande imprudente. Agisce sempre colle migliori intenzioni del mondo, ma la indovina di rado. In questo modo egli s creduto forse dimpedire dei guai, e non  riuscito che a dare a mio padre e a mia madre un nuovo dispiacere che loro si poteva forse risparmiare.
Il dispiacere sarebbe stato maggiore quando avessero appreso che un duello aveva avuto luogo...
Eh! che lo si sarebbe potuto loro nascondere...
E se con esito fatale?
Per me? Oib!... E poi in questo caso non avrebbero avuto per giunta che le ansie dellaspettazione.
Ma il marchese ha calcolato, e giustamente, a mio avviso, che lautorit di suo padre, a cui Ella, signor conte, fu sempre tanto ossequente, lavrebbe condotta a non cimentarsi in questo duello.
Mio cugino Ernesto, convien dirlo, ha sempre delle buonissime idee! esclam con garbata ironia il Sangr, quasi parlando a s stesso; e poi cambiando tono per riprendere tutta la sprezzosa alterigia con cui parlava a Matteo:
Ma voi dunque, in tutto questo, come avete trovato modo di entrarci?
Ho incontrato per caso il mio buon amico Tommaso...
E quel vecchio ciarlone vi ha spifferato tutto!
Egli era cos preoccupato, cos afflitto!... Vossignoria sa quanto egli, quasi nato, cresciuto e invecchiato nella nobile famiglia Sangr, sia affezionato, devoto ai suoi buoni padroni...
A voi parve util vostro, interruppe disdegnosamente al solito il conte Ernesto, di ficcare lo zampino qui in mezzo.
Io aveva appunto da trattare con Lei questaffare del pagher gi scaduto...
Cospetto! Vi siete spaventato allidea che un colpo di spada o di pistola potesse portarvi allaltro mondo il vostro debitore e il vostro credito...
Oh! Lei non pu disconoscere che io abbia pur sempre avuto un grande affetto, un grande interessamento per Lei e i suoi nobili parenti...
Oh s!... Ne avete dato luminose prove... E per codesto mirabile interessamento siete andato da mio padre ad offrirvi messaggiero.
Io non sapeva neppure che Vossignoria si trovasse qui in Parma... Pensai subito che anche pel mio piccolo interesse non potevo far meglio di venire direttamente a parlarle a viva voce, e dissi quindi umilmente al signor conte padre, che, essendo appunto costretto per certe mie bisogne a venire in questa citt, io mi metteva ai suoi ordini per tutto quello che gli potesse occorrere.
E allora il buon vecchio vi ha dato per missione di venire qui e impedire in ogni possibile modo il mio duello.
S, signore.
E voi ci avete guadagnato, per prima cosa, di farvi pagare da mio padre le spese tutte di viaggio.
Oh signor conte; io non lavrei voluto, ma la innata grandiosit di Sua Eccellenza il conte padre...
Ma la disgrazia vuole che dei due scopi della vostra venuta, voi non ne possiate conseguire neppur uno.
Come?
Quello dessere pagato del vostro credito usuraio verso di me, no; perch vassicuro che non ho nemmeno il principio della somma...
Troveremo qualche aggiustamento: susurr a mezza voce Matteo.
Quello dimpedire il duello neppure.
Che dice? La preghiera di suo padre?...
Arriva troppo tardi. Ieri essa avrebbe potuto trattenermi... forse! Ma oggi, dopo la sfida corsa, non c cosa n sulla terra n in cielo che valga a farmi dare indietro. E conosco troppo mio padre per essere certo, che anchegli, sapendo come stanno le cose, invece di volermene impedire, sarebbe il primo a dirmi: Va e fa il tuo dovere di ufficiale e di gentiluomo.
Ma pensi alle triste conseguenze che pu avere quello scontro; suo padre ama di certo tutti i suoi figli, ma per Lei, che  il primogenito, ha una vera predilezione; sul capo di Lei ha posto maggiori e pi vicine speranze; e se Ella gli fosse tolta cos crudelmente...
Ernesto si pass un momento la mano sugli occhi.
Povero padre! esclam commosso. Soffrirebbe certo e di molto... Ma egli soffrirebbe pure se un suo figlio commettesse il menomo atto di vilt... Cambi tono di nuovo, e con maggiore asprezza soggiunse: Insomma, ogni vostra parola  inutile, compar Matteo, e siccome io non ho altro tempo da perdere, cos vi dico di lasciarmi in libert.
Ma, signor conte, Lei che  pure tanto buono e generoso, pensi un poco anche a me, ai miei interessi...
Sangr lo interruppe con disprezzante ironia:
Sicuro! sar per conservare a voi un prezioso debitore che far una macchia allo stemma dei Valneve... Miserabile! fuori subito da miei piedi...
Signor conte! esclam lusuraio con una certa impertinenza: il pagher  scaduto da cinque giorni...
Ernesto arross, parve voler prorompere in qualche atto o alcuna parola di violenza; ma si fren; si lev quasi con uno strappo dal panciotto la ricchissima catena doro collelegantissimo orologio attaccatovi e li gett con mossa di sommo disprezzo nelle mani di Matteo.
Prendete, grid. Servir per un acconto... E ora liberatemi dalla vostra presenza, se non volete che vi scacci con un bastone o collo stivale.
Apr luscio: nella stanza precedente con Pietro Carra si trovava Alfredo di Camporolle, il quale si avanz sollecito verso il suo nuovo amico. Matteo Arpione chin gli occhi, strinse in pugno quegli oggetti doro, fece una riverenza umilissima e senza aggiungere una parola se ne part. Giunto nella strada, prese con passo sollecito il cammino verso lufficio centrale della Polizia.
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Capitolo 29.
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Avanti, avanti, signori miei! disse Ernesto di Valneve a suoi due testimoni, tornando in tutta la gentilezza e giocondit de suoi modi ordinarii. A momenti giunger la carrozza coi cavalli di posta e io sono bello e lesto: potremo partircene subito.
Il Carra e il Camporolle entrarono nella camera del conte.
Miei cari amici, riprese a dire senzindugio questultimo. Mi permetterete ambedue che io vi chiami cos, poich mi rendete un vero servigio da amici... In questi pochi momenti che ci rimangono parleremo di quello che  il lato pi melanconico e spiacevole della cosa. Voi sapete che i testimoni non hanno solamente un ufficio prima e durante il combattimento, ma ne hanno uno eziandio dopo, massime se a colui che hanno assistito sia toccata disgrazia... Io spero bene che qui, per me, non sar il caso; ma  prudenza prevedere sempre anche il peggio, e io, quantunque non sia un miracolo di prudenza, voglio pure manifestarvi i miei desiderii, pregarvi di eseguire le mie ultime volont se mi accadesse disgrazia. Se io resto ferito gravemente, desidero che a darne la brutta notizia ai miei non sia un arido dispaccio, n una semplice lettera; a te, Alfredo, sarebbe troppo grave andare di persona a recare la nuova a mio padre e a mia madre?
No certo: rispose con calore il Camporolle: ma in tal caso, che Dio tenga lontano, tu avresti pur bisogno che intorno a te rimanesse...
Ci rester io, disse vivamente il Carra, interrompendo; e assicuro loro che metter tutto il pi affettuoso e devoto zelo...
Non ne dubito: interruppe a sua volta il conte Ernesto: e ci avevo appunto contato su. Tu, Alfredo, ai miei buoni genitori sapresti dare la novella nel modo migliore e li accompagneresti nel loro viaggio a venirmi a raggiungere, poich sono certo che saffretterebbero a recarsi ambedue presso di me; e tu avresti per loro tutte le cure figliali...
Oh s! esclam Alfredo.
Ci ho bene un fratello, Enrico, ma  un giovanetto di diciassette anni;  daltronde sensibilissimo, cagionevole di salute: poverino! Non basterebbe al doloroso cmpito; non potrebbe essere da tanto... Se poi la disgrazia che mi toccasse fosse ancora peggiore: se ci lasciassi addirittura la pelle...
I due testimoni mandarono unesclamazione di protesta.
Eh! continu Ernesto: non  unimpossibilit, e quindi ho pensato anche a questo. Tu Alfredo avrai la bont di recare a mio padre e a mia madre le lettere che ho scritte per loro e che tengo qui nel mio portafogli... Eccole qui.
Apr il suo portafogli e le mostr; a quel posto cera pure un ritratto duomo attempato.
Oh giusto, aggiunse il Sangr; ho qui i ritratti di tutta la mia famiglia; li porto sempre meco, perch quantunque in realt io stia assai poco insieme coi miei, voglio pure un gran bene a tutti e mi pare davvero che mi mancherebbe qualche cosa se ogni giorno non me li potessi contemplare almanco in effigie. Tu, Alfredo, comincierai cos a fare la conoscenza delle loro fisonomie. Eccoti per primo mio padre, il conte Ernesto... (da un bel po di tempo, nella nostra famiglia tutti i primogeniti si chiamano Ernesto)... il conte Ernesto Sangr di Valneve, presidente di Corte dappello in ritiro.
Era una nobile figura di vecchio: fronte alta, calva, aperta, occhio franco e imponente, bocca severa, aspetto dignitoso, un po fiero, ma pure nellespressione generale unaura di bont e un sentore di squisita cortesia.
Ernesto volt il foglio e mostr il ritratto di sua madre. Adelaide di Ravella, sposata da trentanni circa al conte di Valneve, era figliuola duna Baldissero e aveva ereditata da sua madre tutta la bellezza di questa illustre e generosa famiglia. Anche allora quando il pittore ne aveva fatta quella miniatura, bench contasse oramai presso a cinquantanni, ella appariva tuttavia leggiadra duna classica e severa regolarit di tratti, di uno sguardo intelligente, dun sorriso pieno di benevolenza, e insieme di una certa piega fra le sopracciglia che dinotava fortezza danimo, fermezza di volont e risoluzione di propositi.
Ah!  una fortuna avere simili genitori: disse con emozione Alfredo.
S, davvero! esclam con accento di seria convinzione il Valneve.
E pensa se non sia una disgrazia la mia, di non aver conosciuto n il padre, n la madre, morti quandero in fasce.
Ernesto gli strinse con atto simpatico la mano.
E ora, ripigli voltando unaltra pagina del portafogli: ecco qui mio fratello e mia sorella.
Alfredo vide due giovinetti con tratti bellissimi, aria dintelligenza e un non so che di piacevole e di simpatico, maggiore di tutto quanto si possa esprimere a parole. Il maschio, Enrico, aveva aspetto sofferente; ma la figura che attrasse tutta lattenzione del giovane Camporolle e gli dest una vera ammirazione fu quella della fanciulla. Non contava che quattordici anni, ma pure nella sua figura, insieme con tutta ancora lingenuit e la grazia ineffabile dellinfanzia, mostrava gi tutta la bellezza e la nobile distinzione delle attrattive duna donna, e duna donna superiore, degna di culto. Gli occhi azzurri, sereni, cui non avrebbe saputo disegnar meglio n anco la mano di Raffaello, rivelavano unanima delle pi elette, erano lieti insieme e pensosi, amorevoli e fieri, benigni e imperiosi; soavissimo era il sorriso, incantevole il portamento del capo; le ricche chiome pallidamente bionde le facevano unaureola intorno alla fronte bianchissima, di linee greche; dallo sguardo, dal sorriso, da tutto di quella leggiadrissima fisonomia raggiava quella che pu dirsi luce rivelatrice di natura squisita, di pensiero sublime, di indole aurea, quello che usa dirsi lideale.
Leffetto che ne prov Alfredo fu grandissimo. Gli parve fin allora non avere conosciuto, non avere visto mai, non aver saputo sognare neppure la vera bellezza di donna. Nel suo essere cos agitato, turbato, confuso dalle impressioni, dalle emozioni di quella notte passata, la vista di quella soave leggiadria fu come unaura pura, che venisse a confortarlo; gli fu quasi una rivelazione. Egli sera sviato fino allora; ecco ora a un tratto apparirgli il vero ideale a capo di tuttaltro cammino; aveva camminato nelle tenebre; quella era una luce che pareva sorgere per guidarlo. Non disse pure una parola: stette l fisso a contemplare quel piccolo dipinto, finch Ernesto, chiuso il portafogli, lo sottrasse alla sua vista; allora gli parve si facesse di nuovo scuro intorno a lui!... Infelice! Se avesse potuto indovinare quanto dolore, quale irremediabile sciagura gli avrebbe costato quella leggiadra, angelica creatura! Ernesto chiuse il portafogli, lo ripose in tasca e soggiunse:
Anche questo portafogli... in quel caso... tu Alfredo porterai e consegnerai a mio padre.
In quella entr un cameriere ad annunziare che la carrozza coi cavalli di posta era pronta.
Sangr torn in tutta la gaia vivacit del suo umore.
Andiamo adunque, e non si pensi altrimenti a malinconie... Quel mammut austriaco si creder di mangiarmi in un boccone, e sar io a cucinare quella balena... in salsiccia.
Arrivati a Castel San Giovanni non ebbero da aspettare: il capitano von Klernick era arrivato anche lui un momento prima.
Andarono subito a scegliere il posto per lo scontro: laustriaco era assistito da due ufficiali delle truppe parmensi.
Quando il luogo fu stabilito, le armi esaminate, determinato il posto ai due combattenti, il conte Sangr, mentre si spogliava del soprabito, gettato uno sguardo sul colossale suo avversario, disse a suoi testimoni ridendo:
Guardate se non pare una grossa nave di guerra che saccinge a investire un brick leggero... E sar il brick che affonder il vascello...  sempre stato cos... Davide ha suonato Golia, Astolfo ha fatto prigioniero Caligorante... To! sentite che bella idea mi viene! Quel picco di Teneriffa l rappresenta lAustria, io rappresento il piccolo Piemonte: vedrete che il Piemonte finir per dare le pacche allAustria.
Gli avversari furono posti di fronte, ma quando i testimoni stavano per dir loro: Avanti signori, ecco uno scalpito di cavalli e una voce forte, stentorea, che gridava loro da lontano:
Fermate!... In nome della legge, fermate!
Si volsero stupiti, e videro venire alla loro volta di corsa due gendarmi parmensi a cavallo.
Fra gli abitanti di Castel San Giovanni era corsa in fretta la nuova del duello che stava per aver luogo fra un ufficiale austriaco e un piemontese, e vi aveva eccitata la massima curiosit; larrivo ora di questi due gendarmi laccrebbe a dismisura, e dopo di essi veniva sul luogo dello scontro una gran folla di gente.
Che vuol dir ci? chiese il conte di Valneve corrugando le sopracciglia e guardando a stracciasacco la mole del capitano tedesco, il quale rimase l tutto conturbato. C qualcheduno che ha avvertita la Polizia ducale del nostro duello; e siccome da parte nostra non c stato a niun modo un simile... zelante, cos...
Uno dei testimoni di von Klernick interruppe vivamente:
Come, signor conte!... Crederebbe che da parte nostra si  stati capaci di simile vilt?
Il capitano austriaco divenne rosso come un galletto.
Conte di Valneve, esclam con certa dignit, fate torto anche a voi accusandoci di questa guisa. Qualunque siano i motivi di contesa fra di noi, non dovreste disconoscere che a fronte vi sta un gentiluomo e un ufficiale onorato.
Il conte Ernesto salut gentilmente.
Ebbene, disse, guardate ad ogni modo di liberarci da codesti guastafeste e ottenere che ci lascino fare in santa pace. Voi dovete pure avere qualche autorit su quella brava gente.
I gendarmi frattanto erano giunti addosso ai duellanti, e uno di essi intimava ad alta voce:
Ordine espresso di S. A. il duca! Le loro signorie lascino subito le armi; il capitano von Klernick torni tosto a Parma e il conte di Valneve ripassi senza ritardo il confine e si restituisca in Piemonte.
E chi ne ha avuto ne ha avuto: aggiunse beffardamente Sangr.
Se noi rifiutassimo dobbedire, domand con fierezza il capitano degli ulani, avete voi ordine di arrestarci?
Le nostre istruzioni, rispose il gendarme, sono dinvitare loro signori a fare quanto abbiamo detto; se poi volessero resistere, s certo, siamo costretti a procedere anche con rigore per ottenere eseguiti gli ordini.
I due testimoni dellaustriaco, che erano ufficiali parmensi, tentarono di ottenere dai gendarmi che desistessero, ma li trovarono inflessibili, ned essi daltronde credettero di potere troppo vivamente insistere.
Il duello di lor signori, conchiuse il gendarme, a nissun modo non potr aver luogo sul territorio del ducato di Parma.
E sia pure! disse sollecito il conte Ernesto. Io non ci tengo di molto a battermi qui piuttosto che l. Ci che non pu accadere in terra parmense pu aver luogo in terra piemontese. Io maffretto, come ci fui cos gentilmente invitato, a passare il confine, e chi avesse voglia di scioglier col la nostra piccola questione non avrebbe che da seguirmi. L, ne do io la pi compiuta assicurazione, non verr pi nessuno a disturbarci.
Facciamo cos: aggiunse sollecito von Klernick. Andate pure, conte, vi seguir a dieci passi.
Ci siete? domand Ernesto volgendosi ai suoi testimoni.
Alfredo e Pietro sinchinarono in segno di pronto assentimento.
E voi signori? chiese a sua volta il capitano austriaco ai suoi secondi.
I due ufficiali si consultarono un momento.
Noi corriamo qualche rischio, disse poi uno di loro: quanto meno, non isfuggiremo certo gli arresti; ma non importa; non sar mai detto che per causa nostra non abbia potuto aver luogo o siasi dovuto ritardare una s bella partita donore. Andiamo pure.
I duellanti si vestirono tranquillamente, presero le armi sotto il braccio e poi, ciascuno accompagnato dai suoi testimoni savviarono.
Dove vanno? Che si fa? interrogarono i gendarmi.
Si fa a piedi una passeggiatina di salute: rispose giocosamente a suo modo il conte di Valneve: e si va al di l del confine in Piemonte.
La folla di curiosi che in questo frattempo era sempre cresciuta intorno agli attori di quella commediola, udito la risposta del piemontese fatta a voce alta e tono beffardo, ruppe in applausi. I gendarmi rimasero l in asso innanzi ad un caso che non avevano preveduto; e i due avversari coi secondi, in due piccoli gruppi, alla distanza duna diecina di passi luno dallaltro, se ne andarono tranquillamente verso il confine che da quel luogo era distante appena un mezzo chilometro. La folla tenne loro dietro alla lontana.
Quando ebbero varcato la frontiera, fu tosto trovato un luogo piano ed acconcio.
Signori! disse il piemontese, a cui pareva di dover fare gli onori di casa: ecco un terreno adattissimo; e se loro non hanno ragione in contrario, possiamo restarvici e terminare la nostra faccenduola.
Tutti annuirono.
I duellanti si levarono di nuovo il soprabito, impugnarono di nuovo le armi, furono appostati luno in faccia dellaltro, e quando suon la voce de testimoni: Avanti, signori! le due sciabole lucenti sincontrarono per aria mandando lampi sotto i raggi del sole.
La folla de curiosi li aveva seguiti anche di l del confine e aveva fatto cerchio a una certa distanza intorno ad essi, dando cos al terreno in cui aveva luogo il duello la sembianza dun torneo in campo chiuso, in cui erano scesi a cimentarsi un rappresentante dellesercito austriaco e uno dellesercito piemontese.
Ma noi, mentre questi due campioni si affrontano e si provano, facciamo un balzo fino a Torino, dove  tempo che impariamo a conoscere la illustre e celebre famiglia dei Sangr di Valneve.
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Capitolo 30.
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Il palazzo in cui abitava il conte padre colla moglie, il secondogenito e la figliuola, era una recente, elegante costruzione da lui stesso fatta sorgere in Borgo Nuovo: egli aveva cos abbandonato lantica sede della sua famiglia che da secoli trovavisi in una delle strette vie della parte pi vecchia della citt, residenza melanconica per iscarsa luce, poco sana per mancanza daria, annerita dal tempo. Egli non sera deciso, senza esitazione e contrasto, ad abbandonare quel palazzo, in cui aveva vissuto per s lunga serie di tempo la sua stirpe, uno scrigno, per cos dire, di memorie, alcune dolorose pur troppo, ma molte gloriose eziandio e moltissime commoventi; ma avevano finito per decidervelo le ragioni igieniche. Egli vedeva la sua famiglia, che pure amava cotanto, venir su cos debole, cos ammencita, cos stentatamente, che il suo cuore se ne stringeva di pena ogni giorno pi. Ernesto, il primogenito, bench fosse rimasto esile e piccino, era pur tuttavia pieno di brio, di vivacit, di vigor giovanile nellanimo e nelle membra; ma egli aveva abbandonato presto la scura e triste casa paterna per entrare nellAccademia militare, dove gli aveva giovato assai il cambiato genere di vita. Il fratello di lui, Enrico, e la sorella Albina, malgrado le cure amorosissime, incessanti, dei genitori, della madre sopratutto e dognuno della servit, parevano pianticelle a cui  avverso lambiente della stufa ove crescono e che appena  se si tengono in vita.
Il medico di casa giunse a persuadere il conte presidente che ad aiutare nel loro sviluppo que teneri organismi non bastavano le metodiche passeggiate nella grande carrozza intorno a piazza darmi, non il poco ruzzare nei grandi, freddi, scuri saloni del palazzo, non quel breve villeggiare dun mese appena, che concedevano le ferie al presidente della Corte dappello, ma ci voleva un tuttaltro genere di vita, e aria e sole e moto e libert. Il buon padre fece allora fabbricare il nuovo palazzo nella parte pi ridente della citt, vi aggiunse per appendice un vasto giardino, e venuto a dimorarvi, presa la giubilazione della sua carica, tutto si consacr alleducazione e allamore de figli.
Con questi cresceva un nipote, Giulio, figliuolo di un fratello pi giovane del presidente, un umore bizzarro, un carattere avventuroso, che pochi anni prima era morto in America, dove si era recato per ismania di novit e anche, diceva lui, per far fortuna, avendo egli colle sue follie stremato assai le sostanze che per sua parte aveva ereditato dal padre.
Il conte presidente, alla partenza del fratello cui aveva fino allultimo sconsigliata, aveva preso seco il nipote, e lo aveva tenuto precisamente come se fosse suo figlio. Anzi, pot notarsi ad un punto che le cure, linteressamento e anche laffezione verso di lui, crebbero assai nello zio, il quale certe volte, parlandogli, guardandolo, aveva nellaspetto, nel suono della voce, nellespressione, qualche cosa di commosso, come un rimpianto, una piet.
In quel frattempo il conte aveva avuto eziandio un vivo dolore. Amicissimo di lui e del fratello Armando, partito per lAmerica, era stato fin dai primi loro anni il marchese Leonzio Respetti-Landeri, lontano congiunto della loro famiglia, col quale i due Valneve erano cresciuti amandosi e serbandosi reciproca fiducia come altrettanti fratelli. Il figliuolo del marchese Leonzio, figlioccio del conte di Valneve, erasi dato alla carriera diplomatica, giovanissimo ancora era addetto allambasciata di Pietroburgo, quando suo padre, assalito da una tremenda ipertrofia di cuore, venne in una mostruosa idropisia e assoluta paralisi che per pi mesi lo tenne inchiodato sopra un seggiolone, incapace di muoversi, perfino di recare da s stesso il cibo alla bocca. Il suo amico e congiunto Sangr, ebbe per lui le pi amorose cure, e fu nelle braccia del conte che linfelice sulla stessa poltrona a rotelle dove stava abitualmente, facendosi dal domestico spingere qua e l, mor una sera dopo una lunga conferenza che ebbero insieme Ernesto e Leonzio nello studiolo di questultimo.
Ma della morte del marchese Respetti-Landeri padre, avremo in seguito ad occuparci di meglio, e allora assisteremo a quella dolorosa scena.
Ernesto Respetti-Landeri non pot tornar subito dalla Russia perch trattenutovi da una malattia; e quando giunse a Torino, due mesi dopo, trov che tutti gli affari della successione erano gi stati assestati dallamico di suo padre, il presidente.
Codesti affari della successione non erano molto prosperi in verit. Il defunto marchese aveva voluto sfoggiare troppo pi che i suoi redditi non gli permettessero; suo figlio lontano gli era costato assai, e in parecchie occasioni egli si era trovato costretto a incontrare debiti gravissimi e aprire certe ferite al patrimonio, da cui non aveva pi saputo guarirlo.
Ernesto Respetti-Landeri aveva, al contrario di suo padre, indole severa, spirito ordinato e conoscenza molto positiva del mondo e degli uomini, cui aveva potuto sotto mille riguardi gi vedere e studiare nella sua carriera diplomatica. Per prima cosa egli si assegn la meta di ristaurare le fortune famigliari, di pagare al pi presto tutti i debiti lasciati dal padre, e poi preparare alla famiglia, che voleva crearsi intorno, e lasciare ai figli suoi quellagiatezza che avrebbe avuto egli stesso, se suo padre fosse stato pi prudente, pi assegnato e men vano. Diede le sue dimissioni dallimpiego, poich pens che per correre una brillante strada in diplomazia era necessario lessere ricchi; cerc e seppe trovare una moglie che gli portasse una buona dote e fosse insieme leggiadra, simpatica, a cui egli non tornasse indifferente e che riuscisse capace di secondarlo nellesistenza che voleva intraprendere; e poi si diede alla coltura delle terre, al perfezionamento della produzione vinicola e di quella dei bozzoli, e insieme al commercio di questi prodotti, che sono in realt le vere e principali ricchezze dellItalia. Ma per far ci, credette opportuno lasciare il Piemonte e sopratutto Torino. Qui i pregiudizi, ancora molto vivaci allora, dellalta e vecchia aristocrazia a cui egli apparteneva, pregiudizi che facevano considerare come un abbassamento in uno di loro casta loccuparsi di cose economiche e di guadagni materiali, gli rendevano difficile, impacciata e penosa la sua condizione; ed egli prescelse andare a Milano, dove una nobilt non feudale e punto guerriera dava da tanto tempo lesempio di occuparsi de suoi affari e di provvedere al miglior rendimento dei suoi possessi. Questo fatto per non sciolse n rallent pure il legame damicizia che era fra il marchese Respetti e i Valneve, e gi abbiamo visto come il primogenito di questi ultimi, il capitano delle Guardie, Ernesto, andasse frequentemente a passare qualche tempo nella casa ospitale dei congiunti stabiliti a Milano.
Prima di partire da Torino, Ernesto Respetti-Landeri aveva voluto, anzi aveva creduto dover suo, rendere un servigio agli amici Sangr, liberandoli dellopera di un loro segretario, intendente, maestro di casa, fac-totum, un volpone che, introdotto in quella famiglia, aveva saputo guadagnarsi la fiducia del conte presidente e anche della contessa Adelaide, in guisa che non solo landamento della casa, ma tutta lamministrazione delle vistose sostanze era nelle sue mani, e quasi pu dirsi nel suo pieno arbitrio.
Conviene che ora cominciamo a conoscere qualche cosa del passato di costui, il quale non  altri che Matteo Arpione, gi visto a comparire sulla scena del nostro dramma, la cui esistenza e la cui storia vedremo venirsi ad intrecciare cos stranamente nella storia e nella esistenza della famiglia Valneve.
Matteo Arpione era nato da una gente di quella che suol dirsi piccola borghesia, che trammezza fra la plebe e il ceto medio. Suo padre era accordatore di pianoforti e copiatore di musica, ed aveva avuta la fortuna di acquistarsi il favore delle famiglie pi ricche e pi importanti della citt, che si servivano dellopera sua e a cui egli cercava rendersi sempre pi utile e pi gradito con mille piccoli servigi fatti alla padrona, alla signorina, al figlio di famiglia, alla governante, al servo prediletto, e, se occorreva, anche colla chicca data al cagnolino favorito: un misto dartista, doperaio e di servo. Il buonuomo, che aveva sempre un mellifluo sorriso alla bocca anche quando gli toccava e non era di rado ingoiare il boccone amaro di qualche mortificazione, che teneva sempre la spina dorsale curva in un inchino perenne, anche quando veniva a colpirlo la sferzata di qualche impertinenza, sotto cui un orgoglio per mediocre che fosse, una dignit personale per quanto debole, si sarebbero rialzati con fierezza; il buonuomo, dico, menava sovente con s, fin da bambino, il figliuolo Matteo nellimponenza delle sale aristocratiche, in mezzo allo sfarzo pi sfondolato della ricchezza; e senza pensarci lo faceva assistere allo spettacolo tentatore e seducente del massimo lusso sociale, lo esponeva alla cilecca della ghiottoneria, pi eccitata che soddisfatta in certi bocconi dasciolvere, di merenda, concessi a padre e figlio nella credenza piena di camangiari, di frutte, di delicature, la cui vista e i cui profumi solleticavano potentemente; gli faceva infelicemente vedere suo padre umiliato, abbassato, degradato innanzi a un patrimonio, a un titolo, alla stessa servit ignorante, oziosa, petulante, ben pasciuta, della ricca nobilt. Per uno di quei contrapposti che si trovano cos spesso nella natura umana, il povero accordatore di pianoforti, cos umile, cos sommesso, cos paziente, aveva dato la vita a un figliuolo pieno di ambizione, di avidi desiderii, dorgoglio individuale. La vista di quelle ricchezze, di quei godimenti, di quei vantaggi sociali, tanto in contrasto colla misera, abbietta sorte a lui toccata, dest in Matteo ancora bambino, e fece sempre pi forti in lui giovinetto, unacre invidia, una maligna gelosia, un odio tanto pi vivace quanto pi impotente, contro i felici del mondo, contro lordine sociale che loro guarentiva il godimento di tanti beni, contro le istituzioni che stabilivano, mantenevano, afforzavano una simile condizione di cose.
Com tanto facile a succedere, Matteo si domandava perch a quei tali la sorte avesse concesso cotanto tutto e a lui nulla; e poich n lui n altri non sapeva trovare a questa domanda una risposta che lo soddisfacesse, egli ne conchiuse: che nel mondo regnava iniquamente lingiustizia, che i rapporti sociali erano in bala dun prepotente arbitrio, che i quattro quinti del genere umano erano oppressi da una tirannia continua, permanente, assai pi terribile e detestabile della politica, la tirannia economica, che era non solo un diritto, ma un dovere nei defraudati alla ripartizione dei beni comuni linsorgere e abbattere un cos iniquo e illogico stato di cose; insomma adott e sbrait tutte le pi accese opinioni e massime dei pi audaci sovvertitori dellattuale ordinamento sociale. Per fortuna della sua tranquillit, il padre mor presto, senza conoscere del tutto le credenze e le aspirazioni del figlio cui egli avrebbe con sacro orrore giudicate empie, abbominevoli, degne di severa condanna e per lo meno del manicomio; mor credendo di lasciare il suo Matteo in condizioni abbastanza prospere, con un modesto capitale da lui raggranellato alla lunga e stentatamente a forza di economie e con un considerevole numero di buone pratiche pel suo mestiere nella migliore societ torinese, poich egli aveva avviato il figliuolo nella sua professione, ed il figliuolo, per non disgustare il padre cui in verit amava di molto, vi si era adattato.
Ma appena fu solo, Matteo saffrett a dare un calcio a quel mestiere e rinunziare assolutamente a quel genere di guadagno, per quanto la sua capacit che ne aveva di molta e la memoria e il nome di suo padre lo facessero ricercare. Egli aveva ricevuta una istruzione monca, incerta, interrotta, di quelle che servono a dare uninfarinatura di parecchie discipline, e non riescono a far sapere nulla positivamente e fondatamente; aveva un ingegno vivace, una acuta furberia sopratutto, molta stima di s stesso, temerit pari, e credette di poter riuscire in qualunque cosa imprendesse. Ne prov molte, non ebbe buon successo in nessuna: volle farsi editore di musica e fall, tent una piccola impresa di spettacoli musicali in un teatro secondario e non pot andare al termine della stagione, fond un giornale teatrale e non pot continuarlo per tutto lanno, mancandogli compratori ed associati, si fece agente o mezzano di scritture per artisti dopera e di ballo, ma non ebbe a suoi clienti che quelli dinfima classe che lo pagavano male o niente del tutto. Si arrabbi, sinaspr, fin per istancarsi di lottare cos inutilmente contro la sorte; disper dellavvenire, divenne pi socialista, pi comunista che mai, si vant che fra s e la societ sarebbe sempre guerra a morte, e intanto, per consolarsi, per istordirsi, sabbandon ai bagordi, alla vita pi dissoluta, alle compagnie le meno oneste; e nelle orgie, e nel vizio fin di consumare affatto quel poco che gli era ancora rimasto delle modeste economie paterne.
Pareva del tutto perduto, quando un fatto naturalissimo, ma che nessuno dei suoi conoscenti si sarebbe aspettato in lui, venne a fare nella vita di Matteo una compiuta rivoluzione.
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Capitolo 31.
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Era venuta di que giorni a Torino una giovane parmigiana, Giuseppina Landi, a cercarvi sostentamento come maestra di pianoforte. Nella sua famiglia erano tre sorelle, che, rimaste orfane, avevano dovuto provvedere a s stesse. Giuseppina, che era la prima, conoscente abbastanza profonda di musica e abile assai a suonare il piano, aveva subito cercato di trar profitto da queste sue capacit e propostosi di dar lezioni a signorine; ma invano a Parma aveva aspettato che si ricorresse a lei, invano sera offerta qua e l, tentando attirare allieve colla modicit dei prezzi: non le era riuscito di averne che tanto poche da non bastare nemmeno allassistenza di lei, figurarsi a quella delle sorelle minori!
In quella, alcuno venne a suggerirle di recarsi a Torino, dove la smania di far imparare a suonare il piano alle ragazze cresceva sempre pi, e dove, le si diceva, a quel tempo mancavano donne abili ad insegnar la musica, mentre nelle famiglie assai pi volentieri si sarebbe introdotta presso le ragazze una maestra che un maestro. Giuseppina esitava dimolto ad abbandonare cos la sua citt natale e a separarsi dalle sorelle a lei carissime, quando il caso venne a disporre le cose in modo da levargliene ogni scrupolo e spingerla efficacemente a quel partito. La secondogenita, Amalia, fu chiesta in isposa da un bravo, onesto e operoso bottegaio, Anselmo Carra, fabbricante e venditore di oggetti di selleria, il quale sera invaghito della giovane e non nera malvisto; e la terza delle sorelle, Luisa, trov una distinta famiglia milanese, che le offr di prenderla seco in qualit di damigella di compagnia e, avendo essa accettato, subito se la condusse con s. Giuseppina, rimanendo quindi la sola non provvista, epper a carico della sorella Amalia e della nuova di lei famiglia, non esit pi e si decise a venir tentare la sorte a Torino. Il cognato, Anselmo, che era danimo buono e generoso, dopo avere cordialmente insistito per trattenerla, assicurandole che lavrebbe avuta proprio in conto di sorella, le fece promettere che, se non le sorridesse la sorte, se trovasse troppo difficili le vicende nella nuova residenza, sarebbe subito ritornata a Parma, dove avrebbe trovata sempre la casa dei Carra aperta a riceverla come una carissima della famiglia.
Giuseppina, a Torino, fra le persone a cui venne indirizzata e raccomandata come in condizione da poterle essere utili, ebbe occasione di conoscere anche Matteo Arpione, che nel mondo artistico musicale aveva tante attinenze pel suo vario passato di editore, dimpresario, di giornalista e di agente teatrale, e che era creduto capace di procurare alla giovane maestra lintroduzione in molte famiglie dellaristocrazia per le relazioni che con quelle famiglie aveva avuto suo padre laccordatore. Matteo, contrariamente alla sua indole fattasi sempre pi egoistica, conosciuta la fanciulla parmigiana, prese per essa il maggiore interessamento, e impieg, per tornarle utile, tutto il suo zelo, tutta lattivit, tutta la buona voglia. Ed era il vero che la Giuseppina doveva, quasi irresistibilmente, ispirare, a chi laccostasse, simpatia e desiderio di giovarle, tanto ladornavano la bellezza, la giovent, la modestia, la sembianza, cui tutti fin dal primo sguardo riconoscevan sincera, di virt, di bont, dintelligenza, di candore.
Matteo, per dirla in breve, se ne invagh perdutamente. Non aveva praticato fino allora che donne dinfima natura, e subito, come per improvvisa illuminazione dello spirito, riconobbe la immensa distanza che separava da tutte le altre questa pura fanciulla, la grande superiorit danimo, di costumi e di carattere che la innalzava a tanta altezza da ognuna di quelle che gli erano state famigliari. Conobbe in pari tempo quanto egli, per le abitudini, per la bassezza dei sentimenti e delle passioni a cui si era abbandonato, fosse indegno di lei, e disper di potersi mai innalzare cotanto da meritarsi il menomo di lei favore. Tentare una seduzione non ci pens neppure; e se fuor della presenza di lei il colpevole desiderio pot venirgliene, bast sempre che si trovasse sotto il limpido sguardo di quegli occhi casti, sereni, innocenti, perch tosto ogni simile idea fuggisse lontano, senza lasciare la menoma traccia.
Ma invano frattanto Matteo si adoper quanto seppe meglio per procurare alla Giuseppina le desiderate lezioni. Egli col suo contegno, colle sue vicende, colle sue parole aveva perduto non che ogni simpatia, ma perfino la conoscenza e il mezzo dintrodursi presso le famiglie signorili e sopratutto della nobilt, e non sarebbe riuscito addirittura a nulla se non ve lavesse aiutato un tale che gli si era fatto amico fin da quando, ancora bambino, suo padre lo menava seco in qualche casa dove esercitava il suo mestiere, ed occupava allora il posto di cameriere di confidenza presso il presidente conte Sangr di Valneve. Tommaso era figliuolo duno gi lacch in quella nobile famiglia e potevasi dire nato e cresciuto nello scuro, palazzo di essa; bench maggiore di alcuni anni a Matteo, era ancora in tale et da ruzzare insieme al figliuolo dellaccordatore tutte le lunghe ore che questi si fermava nel palazzo a compire lufficio suo sui parecchi pianoforti, e i lunghi corridoi de quartieri della servit e delle dispense risuonarono forte del rincorrersi, del gridio, del chiasso dei due monelli. Ci aveva stabilito fra loro una famigliarit quasi fraterna, unaffezione che era durata anche dopo arrivata ladolescenza e la giovent, anche quando il nuovo genere di vita di Matteo era venuto sempre pi allontanandolo dallambiente, dalle abitudini e dalle credenze e venerazioni in mezzo a cui viveva Tommaso.
A questultimo dunque ricorse Matteo per ottenere alla fanciulla parmigiana la protezione della famiglia Valneve; e Tommaso, impegnatovisi, riusc davvero a indurre la buona contessa Adelaide a raccomandare la maestra in alcune case che laccettarono. Ma ci non bast ad avviare a buona fortuna i casi della giovane; e, senza scendere a maggiori particolari, dir soltanto che un anno dopo, la poveretta, perduta ogni speranza di buon successo nella sua professione, scoraggiata, avendo avuta la virt insidiata da troppi e troppo audaci tentativi, persuasa ormai che nulla di bene poteva pi aspettarsi in questa citt, determin partirsene a un tratto, senza n anco annunziarlo alle poche sue conoscenze.
Un giorno Matteo si present allamico Tommaso con aria smarrita, dicendogli senza preamboli che egli aveva bisogno duna certa somma per poter abbandonare Torino subito subito la qual cosa se non fosse stato in grado di fare sarebbe stato disperato e avrebbe potute precipitarsi. Il domestico di casa Valneve temette quasi che il suo amico avesse commesso qualche brutta azione alle cui cattive conseguenze egli ora volesse sottrarsi; ma interrogato con insistenza, Matteo fin per confessare che partiva non per altro che per correr dietro alla parmigiana, di cui era tanto innamorato da non poterne vivere lontano a niun modo.
Tommaso, che aveva buon cuore e nutriva una vera affezione per Matteo, non si fece neppure pregare di troppo per cedere, e diede allinnamorato quella somma maggiore che pot dei risparmi da lui fatti sul suo salario.
Grazie Tommaso! esclam Matteo stringendogli forte la mano. Sta tranquillo che i primi denari chio possa mettere in serbo saranno impiegati a restituire quelli che tu ora cos generosamente mi presti; e fossi pur anche nei paesi pi lontani, in America, in Australia, te li mander scrupolosamente.
Come! gli disse Tommaso. Fai conto di andare cos lontano? Non pensi di tornar pi a Torino?
Che so io quello che accadr di me?... Dicerto Torino non mi rivedr per un bel pezzo. E se mi parr che la fortuna mi possa sorridere anche a casa del diavolo, mi affretter ad andarci.
Tommaso per un anno e pi non ricevette notizia nessuna di Matteo, n alcun altro di Torino neppure ud qualcosa di lui; ma inaspettatamente ecco arrivargli un giorno la somma imprestata a Matteo con poche righe di accompagnamento, che chiedevano scusa del ritardo alla restituzione, ma non dicevano nulla delle condizioni in cui si trovava, n della vita che faceva lo scrivente. La lettera per non veniva n dallAmerica, n dallAustralia, ma semplicemente da Lugo.
Pochi mesi dopo, il cameriere del conte di Valneve era per istrada fermato da un uomo di misere apparenze, di aspetto umile e sofferente, nel quale con grande stupore egli riconosceva lantico amico Matteo. Questi di quanto gli fosse avvenuto nel tempo trascorso non volle dir nulla, preg anzi con calorosa instanza il compagno perch neppure non gliene domandasse mai.
Pi tardi noi verremo forse a sapere quali vicende fossero le sue in questo frattempo e come e perch fosse andato a Lugo.
Frattanto Matteo giur e spergiur a Tommaso che egli era affatto cambiato; che aveva dato tuttinsieme laddio alla vita spensierata e viziosa del crapulone e alle sue opinioni sovversive e insensate; che sera accorto esservi anche nella stato attuale della societ due forze che valgono a tirar fuori della miseria chi le sappia con perseveranza adoperare, e queste forze sono il lavoro e il risparmio; chegli voleva e si sentiva la capacit di adoperare questi due mezzi e non avrebbe rifiutato fatica per quanto aspra, prove per quanto lunghe e gravi, affine di giungere a farsi un posticino nel mondo. Si raccomand caldamente allantica amicizia del cameriere, perch in queste sue buone risoluzioni lo volesse aiutare.
Volle la fortuna di Matteo che in quel tempo il conte di Valneve fosse rimasto senza segretario, n avesse trovato ancora fra gli aspiranti a quella carica alcuno che gli piacesse. Tommaso, raccomandandogli con accorta premura il povero Matteo, figliuolo dellantico accordatore di piano della famiglia, seppe far nascere nel padrone il desiderio di provarlo come segretario, e colui che poco tempo prima era nemico acerrimo, bestemmiatore imprecante della nobilt, della ricchezza, dogni distinzione sociale, entr, provvisoriamente  vero, ma umile, modesto, sottomesso, disciplinato, rispettosissimo, obbedientissimo nellaristocratico palazzo dei Valneve, a sostituire per esperimento il segretario mancante del conte presidente.
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Capitolo 32.
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Matteo Arpione, introdotto nella nobile e generosa famiglia dei Sangr, seppe far cos bene da rendersi in breve graditissimo ai padroni; al conte di cui interpretava a meraviglia le intenzioni e sapeva provvedere efficacemente e insieme con dignit aglinteressi; alla contessa, della quale divenne stromento abilissimo e discreto nelle beneficenze.
Venuta loccasione e forse il furbo aveva saputo aiutarla a presentarsi Matteo aveva dimostrato tanta abilit nelle cose amministrative del patrimonio, nellazienda agricola, nellimpiego de capitali, nella retta ed economica distribuzione dei redditi, che, due anni dopo la sua ammessione nella casa, egli regolava tutto, amministrava tutto, consigliava e dirigeva i padroni in ogni bisogna finanziaria.
Egli aveva davvero effettuato quanto aveva detto di s a Tommaso. Mai cambiamento di umore, di abitudini e di condotta fu pi radicale in un uomo di quello fatto da Matteo. 
Non solo abbandon le antiche cattive compagnie, ma non ne cerc pi nessuna; visse solo, non occupandosi che di affari, taciturno, senza concedersi mai una distrazione, mai un piacere, tanto parsimonioso che la sua pot giustamente dirsi avarizia, anzi, peggiorandosi essa col tempo, una esosa avarizia. A interrompere la sua vita monotona e solitaria, intravenivano soltanto di quando in quando alcune assenze, di cui a nessuno mai egli disse la ragione, n alcuno mai pot indovinare lo scopo, n il luogo pure dovegli andava.
Il suo desiderio di guadagnare e mettere in disparte del denaro era divenuta unavidit morbosa, una smania incessante, che gli fece abbracciare il scellerato, ignobile mestiere dellusuraio. Egli lo esercitava in segreto, perch ben sapeva che il conte ci non avrebbe tollerato a niun patto in uno de suoi dipendenti, ma con altrettanta crudelt ed implacabile efferatezza quanta segretezza e cautela. Glilleciti guadagni chegli accumulava a capitale, nessuno avrebbe saputo impiegare pi accortamente di lui per cavarne altri e maggiori proventi. Ma la parte peggiore e pi colpevole egli la fece quando, obliato ogni obbligo di riconoscenza che pure avrebbe dovuto sentire verso quella casa che lo aveva accolto, verso quel generoso uomo che aveva posto in lui tanta fiducia, non ebbe scrupolo, non si sent frenato nello avvolgere fra le sue reti e condurre a mal partito il cugino ed amico del conte, il marchese Leonzio Respetti-Landeri, e poscia, pi cattiva azione ancora, il figliuolo primogenito del conte medesimo, il giovanetto Ernesto di Valneve.
Il marchese Leonzio aveva parlato vagamente di certi suoi imbarazzi finanziari allamico Sangr, e questi, vantandogli labilit del suo segretario, e intendente Matteo, lo aveva consigliato di giovarsi di lui, che lo avrebbe certo saputo levare dai mali passi. Il Respetti-Landeri, per sua disavventura, accett il consiglio, e postosi nelle mani dellArpione, questi gliene procur bens di molti denari a mutuo, ma a prezzo esorbitante, facendo figurare un ipotetico, ingordo usuraio, che in realt era poi egli stesso.
Cos pure il giovane Ernesto di Valneve, quando pi tardi usc dallAccademia militare, sottotenente nelle Guardie a 18 anni, di cervello un po leggero, spendereccio, generoso, facile ad essere raggirato da amici interessati, da donne arpie, da cozzoni di cavalli e altri simili animali domestici di rapina, si trov presto con bisogni di denaro assai maggiori di quello a cui potessero bastare gli assegni e regali che gli faceva il padre. La china dei debiti  cos facile a pigliarsi, e il conte figlio la pigli; per essa  cos facile a precipitare anche da soli, figuriamoci poi quando c qualcheduno di dietro che vi d la spinta, e ve la ripete anzi ogni qualvolta vi fermate o accennate soltanto di volervi fermare! E questo qualcuno per Ernesto fu Matteo Arpione.
Chi primo venne a scuotere nel conte padre la fiducia data e serbata allArpione, fu Ernesto Respetti, il quale, nellesaminare minutamente gli affari delleredit paterna, ebbe a scoprire la parte che colui aveva avuta nei dissesti del marchese Leonzio; e non ne tacque al conte di Valneve. Matteo, interrogatone severamente dal padrone, si difese abilmente, seppe dare ai suoi atti lapparenza di amichevole intromissione per levare dimbarazzo il marchese; ma frattanto, persuaso che qualche traccia di dubbio e di diffidenza doveva rimanere nellanimo del presidente, rinunci alla carica di intendente e amministratore del patrimonio dei Valneve, dopo avere dimostrato al capo della famiglia che la sua gerenza per tanti anni era stata vantaggiosa assai allaumento del patrimonio medesimo.
Cessato quellufficio, Matteo Arpione non era pi capitato che raramente nel palazzo Sangr; ma non aveva per smesso dal rendere al giovane conte i suoi tristi e dannosi servigi dusuraio. Tutti sapevano ormai che merc questo sciagurato mestiere lArpione aveva accumulato vistosissime ricchezze, di cui non si poteva precisare la misura; ma nessuno sapeva poi che cosa facesse di quelle ricchezze, perch egli viveva sempre pi miseramente, con una parsimonia che era proprio avarizia.
Le cose erano a tal punto, quando il conte presidente ricevette da Milano una lettera del marchese Respetti, dalla quale fu molto impensierito. Il marchese, informato, come daltronde tutta la societ elegante milanese, di quella matta rivalit fra il cugino Ernesto e lufficiale austriaco, troppo temendo che a Parma, per dove erano partiti ambedue, si venisse tra loro a fatti funesti di dolorose conseguenze, aveva creduto suo obbligo lo scriverne al presidente, perch sapeva che ad un comando e tanto pi ad una preghiera del padre, Ernesto non avrebbe resistito, essendo che egli avesse per lui la maggiore riverenza e il pi caldo affetto che possa albergar mai in animo di buon figliuolo.
E davvero che il conte padre si meritava da tutta la famiglia quella specie di culto ondera circondato, perch, come uomo, come parente, come magistrato, non vi fu mai chi potesse venirgli posto innanzi per bont, per equit, per dignitosa e austera condotta, per naturale e zelante esercizio di tutte le maschili virt. Egli incarnava il tipo del vero gentiluomo, che della distinzione del grado, del privilegio della ricchezza, delleccellenza delleducazione, della superiorit sociale si serve a dare pi luminosi esempi di cuor generoso, di animo leale, di amor patrio e di squisita elevatezza di onore. La moglie e i figli lo adoravano, i suoi dipendenti e tutti quelli che avevano con lui qualche attinenza, lo veneravano; nella magistratura, nel foro, alla Corte, nei saloni, per la citt tutta, il suo nome era emblema di ogni elevatezza, dogni nobilt.
I figli erangli, come ben si pu pensare, carissimi; n i dispiaceri che gi gli aveva dati la scapataggine di Ernesto avevano diminuito dun punto laffetto che aveva pel suo primogenito; onde  facile a pensarsi linquietudine che in lui dest la lettera del Respetti. Voleva partire egli stesso, ma la contessa Adelaide colle sue preghiere riusc a trattenerlo. Da qualche tempo la salute di lui era assai male avviata, e quel viaggio, le emozioni a cui sarebbe andato incontro, lavrebbero dicerto e troppo peggiorata. Il conte, a cui la sua debolezza ispirava pure il timore di non poter resistere a quella prova, fin per arrendersi alle ragioni della moglie, e insieme con questa si diede a cercare chi spedire al figliuolo perch nelle proprie di lui mani consegnasse gli scritti ammonimenti paterni e li rincalzasse colla viva parola. Il secondogenito Enrico era troppo giovane, poco meno lo era il nipote Giulio e daltronde non atto a s difficile missione, e nessun altro in quel punto soccorreva alla mente dei due genitori, quando si present e venne ad offrirsi da s per quellufficio Matteo Arpione, il quale dallormai vecchio Tommaso, divenuto un ciarlone, aveva inteso dei pericoli del contino Ernesto.
Abbiamo veduto come Matteo tentasse adempiere la sua missione e a che cosa riuscisse; il conte padre intanto e lamorosissima madre di Ernesto stavano in una penosissima inquietudine aspettando le novelle, quando loro giunse un bigliettino dellArpione in cui lessero:
Tutte le mie parole erano state inutili presso il contino Ernesto: egli anzi questa mattina era gi partito per la frontiera dove il duello era stato fissato avesse luogo. Ma io, ci non ostante, ho trovato il modo di impedire affatto ogni scontro, e posso assicurare V. E. che il signor conte suo figlio, non potr battersi! Siccome io partir domani stesso, mi riservo di venire a narrarle io medesimo tutti i particolari.
Gli amorevoli genitori furono rassicurati da questa cos positiva affermazione; ma il conte padre fu per preoccupato non poco intorno al modo che il suo mandatario avesse trovato e praticato per impedire il duello.
E quella stessa sera un giornale autorevole di Torino pubblicava fra le ultime sue notizie la seguente:
Siamo informati che ieri alla nostra frontiera verso il ducato di Parma avvenne un duello fra un ufficiale del nostro esercito e un ufficiale austriaco: duello gravissimo che pur troppo ebbe le pi funeste conseguenze. Dicesi che laustriaco sia rimasto ucciso e che il piemontese abbia pur esso tali pericolose ferite che si dispera di salvarlo.
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Capitolo 33.
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Qual fiero colpo producesse questa notizia sullanimo del conte e della contessa di Valneve, pu agevolmente immaginarlo chi  genitore. Il presidente, alla presenza della moglie, degli altri due suoi figli, del nipote Giulio e di parecchie persone che erano a veglia nel salotto quando fu portato il giornale della sera, non diede altro segno di emozione che un pallor cadaverico sparsosi di subito sul suo volto gi da tempo dimagrato e scolorito, e un legger tremito che gli fece batter le palpebre e muover le labbra. La contessa Adelaide non pot frenare un grido, un grido dangoscia materna, e si lev con impeto in piedi, come per correre subito presso al ferito figliuolo. Tutti i presenti, che non sapevano n potevano sospettar nulla della verit, capirono pure che una gran disgrazia era scesa su quella rispettabile ed amata famiglia e con vera sollecitudine daffetto, insieme ai figli commossi e atterriti, si strinsero intorno ai due vecchi percossi dalla sventura, interrogando.
Il conte presidente si lev lentamente da sedere; le membra tutte gli tremavano alquanto ed egli si sostenne colla mano alla tavola che aveva vicina; ma il suo aspetto era fermo e pieno di coraggio.
S, signori, disse: quellufficiale piemontese  mio figlio Ernesto.
Gli risposero le unanimi esclamazioni del pi sincero cordoglio, di caloroso compatimento, di amorevole conforto.
Nostro figlio! singhiozz la madre. O dove si trova? O come poterlo vedere... assistere?... Solo!... In mano di chi?... Senza soccorsi forse?... Ah! chio parta, chio parta subito col nostro dottore... Conte, mandate subito ad avvertire il dottore.
Il presidente, con una calma, che faceva pena a vedersi, perch si conosceva quanto gli dovesse costare, pose delicatamente la sua destra tremante sul braccio della moglie.
Calmati e abbi coraggio, Adelaide, le disse con voce piena daffetto. Andr subito al Ministero e mi far informare di tutto.
Un giovanetto dellet medesima di Enrico, o poco pi, si fece innanzi nel cerchio di luce che mandava la grossa lampada in mezzo al salone, e tutto rosso, come se la sua fosse una grande audacia, disse:
Zio, se crede che io possa adempire questo incarico, in un momento vado e spero esser tornato colle novelle, assai prima che la carrozza possa essere allestita.
Era Giulio, lorfano figliuolo del fratello del conte: un giovane biondo, timido, modesto, che pareva il ritratto della debolezza.
La faccia grave e ora addoloratissima del conte, ebbe pure un melanconico sorriso, mentre la sua mano si posava carezzevole sulla spalla del giovinetto.
Grazie, Giulio: gli disse. Tu hai pur ragione che  troppo lungo indugio laspettare che la nostra carrozza sia pronta. Prender una vettura di piazza... Enrico, suona il campanello: soggiunse rivolgendosi al figliuolo secondogenito che saffrett ad ubbidire.
Allora tutti i presenti soffrirono a gara di andar essi per informazioni, volendo risparmiare al vecchio e malaticcio conte la fatica e limpressione terribile della conferma di uno sventurato evento, se questa si fosse dovuta incontrare; ma il presidente, colla sua cortese fermezza che tutti conoscevano pure irremovibile, rispose:
Son grato di cuore a ciascheduno: ma bisogna proprio che sia io e non altri che io a farlo. Un padre solamente pu avere lautorit e il diritto dimporre un disturbo per tale occasione anche ad un ministro.
Il vecchio servo Tommaso comparve sulla soglia per ricevere gli ordini e il padrone lo mand a prendere sollecitamente una pubblica vettura.
Si ripet a questo punto la gara di pocanzi fra i presenti per offrirsi ad accompagnare linfelice genitore: ma questi, mettendo di nuovo la mano sulla spalla del nipote Giulio, che si trovava ancora al suo fianco, tronc ogni discorso con queste parole:
Uno solo mi accompagner; e sar qui il nostro Giulio.
Il giovanetto arross di nuovo per superba emozione: e lo sguardo de suoi occhi azzurri leggermente inumiditi cerc lungamente le pupille, che rimanevano volte al suolo, della cuginetta, la leggiadrissima Albina, il cui ritratto abbiamo visto aver fatto s subita, vivace, e profonda impressione sul conte di Camporolle.
Ma invano il povero conte corse dalluno allaltro dei due ministri che dovevano essere i meglio informati di quel disgustoso avvenimento: quello dellinterno e quello della guerra. Il primo dichiar addirittura che non sapeva nulla, ma promise che avrebbe scritto subito, che avrebbe provvisto, che avrebbe fatto e che di quella stessa notte sarebbe venuto in chiaro di tutto; il secondo rispose che un qualche cenno del caso glie nera venuto dal colonnello comandante il reggimento di guarnigione a Stradella, ma senza alcun preciso particolare, che avrebbe immediatamente provvisto per ricevere rapide ed esatte informazioni e applicare le pene disciplinari occorrenti agli ufficiali che avessero preso parte a quel fatto; tutti i quali risultamenti de suoi passi non erano tali da consolare n rassicurare dimolto il povero padre angosciato.
Il vecchio conte rientr con Giulio nel palazzo, pi abbattuto e sfiduciato, veramente affranto, e ormai consumata tutta quella forza che aveva raccolto intorno al suo animo. Nel salone lo avevano aspettato tutti quelli che si eran trovati presenti al primo colpo dellinfausta novella, ed altri vi si erano aggiunti parenti ed amici accorsivi appena udita la voce che del fatto sera diffusa rapidamente per Torino. Tutti insieme colla famiglia attorniarono linfelice padre, dalla cui fisonomia compresero non aver raccolto nessuna confortante notizia; ma quando Giulio ebbe in brevi parole esposto lesito delle ricerche, poich il conte non pareva aver manco pi la forza di parlare, e tutti rimanevano muti ed accasciati in presenza di quei due genitori, ecco nelle sale vicine suonare una voce allegra, vivace, affrettata, poi un passo giovanile, sollecito, quindi aprirsi luscio dal vecchio Tommaso, che balbettava e tremava, e precipitarsi verso il conte e la contessa, tutto polveroso, un po pallido, Ernesto di Valneve.
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Capitolo 34.
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La voce e il passo che savvicinavano e chessi ben riconobbero, la vista del figliuolo, diedero ai due genitori un subito nuovo vigore. Sorsero in piedi, e obliato ogni ordinario sussiego, ogni solita austerit di maniere, si slanciarono ambedue verso il giovanotto che li salutava sorridente e cui strinsero appassionatamente fra le braccia.
Ernesto!... Ernesto!... esclamarono due voci tremanti: e quel nome ripeterono con tenerezza e gioia il fratello, la sorella e il cugino del giovane.
Tutti i presenti saffrettarono pure a dare un commosso e lieto saluto di buon arrivo al vivace ufficiale.
Il quale, staccatosi dal seno dei genitori, aiutato ad adagiarsi sul seggiolone il conte padre, dato in giro uno sguardo, un saluto e qualche stretta di mano (ma colla sinistra) ai presenti, prese a dire col suo solito brio: Vedo che ho pur fatto assai bene a venire il pi presto che mi fu possibile. Le notizie che possono far dispiacere corrono di galoppo, e maccorgo che qualche cenno della mia sciocca avventura  corsa pi di me per venire ad inquietare ed amareggiare i miei diletti parenti e i miei buoni amici.
Gli si disse della notizia del giornale.
Che chiaccheroni que fogli stampati! esclam egli. E, come tutti i chiaccheroni, che esageratori!... Il mio avversario, che deve esser morto, ha uno sberleffe sulla faccia che gli taglia una guancia in due... S, non avr mai pi, per tutta la vita, il piacere desser bello; se pure codesto piacere e lebbe mai... cosa di cui mi permetto di dubitare... ma fra una ventina di giorni potr di nuovo comandare il suo squadrone in piazza darmi... Quanto a me la mia grave ferita  una scalfitura a questa mano.
Mostr la destra che teneva fasciata e avvolta in un fazzoletto di seta nera.
Ad ogni modo tu sei ferito! esclam l a madre.
Una ferita! aggiunse il padre. Bisogner farla esaminare...
La contessa Adelaide si volse a Tommaso, il quale, per la straordinariet del caso, aveva avuto laudacia di fermarsi sulla soglia del salone e stava a sentire e ad accarezzare di lontano collo sguardo imbambolato il giovane padrone.
Il medico, dissella,  stato chiamato, non  vero?
S eccellenza: rispose il vecchio servo. Gli si  mandato a dire si tenesse pronto per la partenza a qualunque momento...
Ebbene, correte, interruppe la madre dErnesto, e fategli sapere che invece di partire da Torino, non deve che recarsi subito subito qui.
Tommaso sinchin e spar fuor delluscio.
Allora le interrogazioni fioccarono intorno al giovane conte, per sapere le cause, i modi e le vicende di quel duello, e il protagonista dellavventura, senza farsi punto pregare, subito cominci la narrazione che si desiderava.
Con quel signor austriaco, disse, avevamo avviata fin da Milano una guerricciuola di piccoli sgarbi, di piccole trafitture, della quale, se uno dei due non si decideva a cederla pel primo, non poteva essere altra la conseguenza che uno scontro. Chi sia stato il primo a cominciare, non so manco bene... forse sar anche stato io. Voi sapete che sono cos cedevole alle mie impressioni che lantipatia destatami alla bella prima da quel San Cristoforo dulano... (perch bisogna che sappiate chegli  grande e grosso come una delle torri del palazzo Madama)... facilmente pu essersi manifestata con qualche frizzo... Ma ad ogni modo, una volta iniziata la gara, non volevo certo essere io il primo a lasciarla...
Il conte presidente croll leggermente il capo con un moto che era dubbio se fosse di biasimo o di approvazione; il figliuolo si affrett a soggiungere:
Tanto pi che il mio avversario si era espresso con troppo poco rispetto sul conto dei piemontesi e del nostro esercito.
Questa volta il significato del movimento del conte padre non fu pi dubbio menomamente: era un atto e unesclamazione di sdegno per la petulanza di quello straniero, e di approvazione al figliuolo che aveva voluto sostenere lonore del paese e dellesercito a cui apparteneva.
Per farla breve, continuava il giovane, laustriaco essendo partito per Parma, dopo aver detto quelle belle cose di noi, io gli tenni dietro, e al primo istante in cui potei averlo faccia a faccia lo sfidai. Naturalmente egli accett. Io voleva per arma la punta; ma egli, pretendendo daver diritto alla scelta, mi impose la sciabola, e io, per non andare di pi per le lunghe, accondiscesi. Trovai due bravi giovinotti per testimoni: un conte di Camporolle, delle Romagne, mi pare, il quale, se viene a Torino, come mi ha manifestato il desiderio di fare, vi raccomando fin dora daccogliere quale un caro amico di vostro figlio, e un sellaio, un certo Pietro Carra, un bravo popolano che mi and molto a versi. Combinammo di andarci a battere sulla frontiera a Castel San Giovanni: ci trovammo puntualmente al convegno; e quando gi eravamo sul terreno per incrociar le sciabole, ecco arrivarci addosso due gendarmi parmensi e intimarci di smettere con minaccia anche di arrestarci...
Esclamazioni di meraviglia e dinteressamento interruppero il narratore; pi attento, pi commosso, pi ansioso di tutti, naturalmente, il conte padre.
Confesso che a tutta prima mi venne un brutto pensiero a carico del mio avversario, continu Ernesto. Nessuno fuori di lui, di me e dei testimoni doveva sapere che lo scontro avrebbe avuto luogo e in quel giorno e in quel luogo, e quindi la Polizia non avrebbe dovuto essere informata che da uno di noi. De miei testimonii ero sicuro, dunque...
A questo punto una leggera nube pass sulla fronte del presidente; dicerto gli era nato a tal proposito qualche sospetto; parve anzi voler parlare, ma se ne astenne. Il figliuolo proseguiva:
Fu un pensiero calunnioso, ne sono persuaso, e mi pento daverlo avuto. Rimpiango anche di aver avuto il torto di lasciarlo scorgere; ma la fiamma di rossore che color a quel punto la faccia badiale di quel gigante tedesco, e il modo con cui si condusse nel combattimento, mi chiarirono del mio errore. Impeditoci il duello sul territorio parmense, io proposi di fare una passeggiatina di qualche centinaio di metri e venire sul territorio piemontese, dove non avremmo pi avuto inciampi di sorta. Proposta subito accettata. Ne venimmo tranquillamente al di qua della frontiera; ma il curioso fu che tutti gli abitanti del paese, saputo che potevano avere senza costo di spesa il bello spettacolo di due gentiluomini che tiravano a sgozzarsi, prendendo tanto maggiore interessamento perch dei duellanti uno era austriaco, e quindi detestato, laltro piemontese, e per ci accompagnato dalle loro simpatie e dagli augurii e voti di vittoria, ci seguirono pu dirsi in massa a farci intorno un pubblico di spettatori quali potevano avere i paladini del medio evo in un singolare certame nellarena del torneo.
Fu una specie di sfida di Barletta: disse uno degli ascoltatori.
 In piccolo, saffrett a soggiungere ridendo il giovane ufficiale: oh molto in piccolo... Ad ogni modo fu una lotta fra un austriaco e un piemontese, in cui la vittoria non fu dellaustriaco.
Tutti gli uditori si strinsero con ancora maggiore sollecitudine intorno al narratore.
Non avevamo fatto quattro colpi che io ero affatto chiarito del modo di tirare e del giuoco del mio avversario. Aveva due gran difetti di cui io poteva prendere vantaggio: era largo nei movimenti e tardo alla parata. Con un attento colpo docchio, cogliendo il tempo, io poteva farmigli sotto, colpirlo e senza pur pensare a parare, ritrarmi in tempo fuor di misura. Decisi di aspettare che egli mi porgesse il destro di ci e di stare intanto sulla difensiva. Quel colosso di ulano rovinava gi colpi da far tremare la terra. Poveretto me se uno di quei fendenti mi coglieva! E n anche il parare mi avrebbe bastato; mi salvavo con giri, con passi a destra e sinistra, locchio attento, il pi leggero, la guardia alta. Una volta sola, sotto quel rovinio di colpi che giravano come lala dun mulino a vento, volli star sotto e parare, e me ne incolse male. La sciabola di quel San Carlone fece piegare la mia parata, scivol sulla mia lama e venne a radermi la mano dalla parte esteriore, stata scoperta dalla guardia pel cedere della sciabola. Questa mi scapp dalla presa e rimasi disarmato in presenza di quel Golia che aveva gi rialzata la sua arma per calare un altro fendente.
Tutti gli astanti mandarono una voce di ansiet.
Io non mi mossi, e guardavo quella lama sollevata su di me, che aveva nel filo alcune goccie del mio sangue, trattomi dalla destra, e che stava per ispaccarmi il cranio; ma i miei testimoni mandarono il grido di ferma! e fecero un passo innanzi, mentre da tutti gli spettatori che stavano in cerchio usciva una voce, un grido di emozione. Il mio avversario si contenne: abbass la sciabola, si ritrasse dun passo, drizz la sua alta persona e guardandomi dallins allingi, mi disse:  soddisfatto? Il duello ha da dirsi finito? Punto, punto! risposio: Sono meno soddisfatto di prima, e il duello non incomincia a farsi serio che adesso. E testimoni accertarono che la ferita della mano destra mi rendeva impossibile il tenere e adoperare la sciabola con quella mano, e volevano che il seguito dello scontro fosse rimandato. No, signori, dissio, sha da finire questoggi, e per ci io mi batter colla sinistra. I secondi dellaustriaco dapprima non volevano consentire, ma noi insistemmo tanto che finirono per cedere. Come ringraziai meco stesso in quel punto il mio buon Speirani, il maestro dellAccademia, che aveva voluto mi esercitassi alla scherma tanto colla destra quanto colla sinistra! Mi fasciarono la mano ferita, impugnai la sciabola collaltra e ricominciammo lassalto.
Dopo un brevissimo intervallo come a riprender fiato, Ernesto di Valneve seguit:
Nel trovarsi cos a un tratto un mancino davanti, laustriaco rimase un po sconcertato: il suo giuoco doveva farsi tutto alla rovescia e ci limbrogliava, e di questo imbarazzo si turbava. Vidi che era venuto il mio turno: approfittai della sua esitazione nel tirare per fargli due o tre finte, e mentre egli veniva ad una di quelle sue larghe e tarde parate, colsi il tempo, me gli feci sotto e zaff! una gran tagliata sulla faccia dallocchio al mento, tornando fuor di misura, in parata, prima che la sua sciabola avesse avuto il tempo di ritornare alla guardia. Ma il fatto fu che non ci torn altrimenti: laustriaco gett un gran grido, lasci andare larma di mano, si rec le due palme alla faccia di subito inondata di sangue. Dallosso del sopracciglio, colpito anchesso, un filo di sangue gli veniva gi nellocchio e lo accecava; egli fece due o tre passi indietro, senza pur voltarsi, come per fuggire; barcollando, inciamp non so come e cadde lungo e disteso per terra, mentre con crudele esplosione di gioia tutti gli spettatori si mettevano ad applaudire e gridavano: Viva il Piemonte! Viva lItalia!
E viva davvero! disse uno dei presenti. Tu Ernesto hai fatto onore al nostro paese.
Tutti si associarono a queste parole, e il timido Giulio, quasi di soppiatto, prese la destra del cugino, in cui egli vedeva poco meno che un eroe, e la strinse con forza.
Il conte presidente non disse una parola, non fece un gesto, ma il suo sguardo si pos sul capo del figlio con una tenerezza in cui ci era pure una certa compiacenza.
La madre trasse a s il giovane e lo abbracci e baci di nuovo strettamente, appassionatamente, senza parlare.
Ernesto fin il suo racconto.
Andammo a sollevare quel masso umano che giaceva in sua lenta mole. Venne condotto al paese, dove un medico lo visit subito e disse non pericolosa la ferita. Credo che domani stesso o doman laltro al pi tardi potr tornarsene a Milano. Gli feci domandare se avrebbe ricevuto volentieri il mio saluto daddio; mi mand per risposta un bel no; ed io che, pensando come la novella dello scontro potesse spargersi e giungere fin qui a dar ansia e martello ai miei buoni genitori, avevo una gran fretta di partirmene, riposato quella notte, fattami rinnovare la fasciatura alla mano, dato laddio ai miei testimoni che ripartirono per Parma, presi la posta, ed eccomi qua.
Udita la narrazione di questo interessante episodio, che a quel tempo fece una grande impressione per tutta Italia e fu accolto come un augurio di pi importanti trionfi piemontesi; i visitatori della famiglia di Valneve capirono essere conveniente di lasciare a pi liberi sfoghi quei genitori, quel fratello e sorella insieme col salvato loro congiunto e senza pi indugio se ne partirono.
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Capitolo 35.
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Dopo rinnovati gli affettuosi abbracciamenti, il padre, assumendo pi grave contegno, disse al giovane ufficiale:
Tu hai fatto passare ai tuoi pi stretti parenti alcune ore di terribili angoscie: ma te lo perdono, perch hai valorosamente rivendicato lonore del tuo nome, quello della tua uniforme e insieme anche quello del tuo paese. Innanzi a questo sacrosanto cmpito, un Valneve non indietreggia mai, qualunque sia la prova cui debba sottostare. Non ist quindi neppure a cercare se tu, con meno avventato contegno, avresti potuto evitare che codesto conflitto diventasse necessario; so che la prudenza non  una delle doti principali del tuo carattere, e in generale non saddice col bollore naturale della giovent; e ripeto che ti perdono tutto, bench tu abbia apertamente disobbedito agli ammonimenti che ti avevo mandato.
Ah padre! interruppe Ernesto con vivacit, ma insieme con molto rispetto: Le assicuro che quando a me giunsero le comunicazioni della sua volont era troppo tardi perch io mi vi potessi acconciare, e che non altrimenti avrei potuto obbedire che commettendo una vilt.
Il presidente fece un gesto di viva ripugnanza.
Ed ero troppo certo delle intenzioni del conte presidente mio padre, continu il giovane, per sapere che questultima cosa davvero egli non mavrebbe perdonata.
Ma allora, salt su la contessa Adelaide, come fu che quel Matteo credette di poterci scrivere che ci rassicurassimo affatto, poich quel duello non avrebbe avuto luogo di certo.
Egli scrisse cos? domand meravigliato il figliuolo, a cui balen un subito e spiacevole sospetto.
E tal sua lettera fu cagione che ci producesse un colpo ancora pi doloroso la notizia dello scontro e dei funesti suoi effetti, cogliendoci alla sprovveduta e facendoci passare dalla sicurezza alla disperazione.
Che cosa dunque fece credere a Matteo che il duello non avrebbe avuto luogo? Perch non credo che egli ci abbia voluto ingannare con una affermazione che avesse saputo egli stesso essere una sciocca menzogna. E non credo neppure che sia stato tu ed ingannare lui, dicendo il falso...
No, padre!... Ma temo pur troppo dindovinare la ragione su cui quel... quel tale si fondava. I gendarmi mandati per impedire il nostro duello...
Il conte presidente fece un sobbalzo sul suo seggiolone.
Ah! credi anche tu?...  venuto a me pure un simile sospetto...
Giurad!... cominci il giovane, ma sinterruppe subito, e volgendosi verso la contessa, disse sollecito: perdono, madre mia, ma  una cosa che mi fa dar nei lumi il pensare che uno, il quale si pot credere agisse per ordine o mio o del conte capo della famiglia Valneve, abbia commesso una simile azione.
S, s: aggiunse il padre con accento anche lui di sdegnata contrariet:  spiacevole,  doloroso; ma siamo pur conosciuti...
Limpeto del dispetto che assalse Ernesto era tanto che gli fece perfino interrompere suo padre.
Ma col non siamo conosciuti come qui... E per... lo stemma nostro, non vorrei che, udendo codesto, avessero potuto sogghignare neppure un momento le labbra di quel signor duca... Ah fu una infelice idea quella di mandare presso di me quel tristo uomo di Matteo Arpione!...
Il conte presidente, a queste parole che contenevano una cos precisa e risoluta riprovazione del figlio a un suo fatto, ebbe una mossa di risentito stupore; e il giovane saffrett a soggiungere riprendendo il tono del massimo rispetto:
Oh perdono, padre mio. Non voglio neppure accennare che in Lei sia il menomo torto. So che quel... tale venne ad offrirsi egli stesso; e se Lei non lha respinto, la colpa  mia, tutta mia, perch, ho trascurato di dirle tutto ci che riguarda quelluomo, di farglielo conoscere qual realmente, perch ho taciuto la maggior parte della verit, e ho fatto di tutto, sinora, affinch non arrivasse sino a Lei.
Come? esclam il padre sporgendosi innanzi della persona con mossa di vivo interessamento. Che vuoi dire? Qual dunque codesta verit? Parla, e non tacer pi nulla ora, te lo comando.
Ernesto rimase un momentino perplesso, mortificato, peritoso; si pent dessersi lasciato sfuggire quelle parole, e dicerto avrebbe dato qualunque cosa per poterle disdire e fare che non fossero state pronunziate; ma al comando paterno egli non era avvezzo a disubbidire e credeva una degradazione la menzogna.
Padre, cominci egli esitando, se tacqui, se dissimulai, fu per cagione di bene; credetti poterle e doverle risparmiare un maggior disinganno, un maggior dolore...
Il padre lo interruppe con accento severo.
Avete avuto torto... La mancanza di sincerit, loffesa al vero sono sempre una colpa e producono immancabilmente peggiori effetti... Forse le tristi cose che ora sto per apprendere mi avrebbero fatto men danno, se voi me le aveste dette a tempo, che ora, dopo le crudeli scosse dellanimo che ho sofferto.
Ebbene, padre mio, disse con calda instanza il giovane, proroghiamo ad altro momento pi opportuno questo discorso... Lei sar pi forte e io stesso pi preparato.
No! grid il conte presidente.  in questo stesso momento che voi dovete dir tutto:  ora che ve lo comando, ora che mi dovete obbedire.
Ernesto chin il capo e saccinse a parlare.
Erano presenti suo padre, sua madre, il fratello, la sorella e il cugino; ed era una dolorosa confessione quella chegli aveva da fare; avrebbe dicerto preferito parlare innanzi ai genitori soltanto, ma non pens neppure di chiedere lallontanamento dei giovani; egli si sapeva in colpa e credeva che la confessione a cui saccingeva sarebbe stata una tanto maggiore espiazione di questa sua colpa. I giovani, da parte loro, non osarono accennare nemmanco a partirsene, perch il conte capo della famiglia non aveva manifestata in alcun modo lintenzione che essi avessero da ritirarsi e alla volont del capo, anche tacita, si obbediva da tutti ciecamente.
Quando io tornai alla cara vita domestica, uscito dallAccademia, cos egli cominci, conoscevo nulla del mondo, e degli uomini quel poco soltanto che avevo potuto imparare in mezzo ai compagni, giovani generosi quasi tutti, a quali  ignota la falsit,  in orrore la dissimulazione e la parola non  fatta stromento di inganno e di perfidia. Non avevo idea precisa neppure delle ricchezze, delle condizioni finanziarie della famiglia, dei limiti che la quistione economica deve assegnare a tutti nel soddisfare ai propri desiderii. Mi pareva che ad ogni mio capriccio dovesse soccorrere pronto il mezzo di levarmelo, e siccome di capricci pur troppo ne ho sempre avuti molti, nacque in me un grande sdegno, una specie dumiliazione, quando mi trovai cos presto arrestato nel mio cammino dalla mancanza di denaro. Ella, padre mio, mi dichiar che nulla avrebbe accresciuto al mensile assegno che aveva stabilito per me, e che dovessi quindi rinserrare le mie spese nei limiti di esso e del mio stipendio da sottotenente.
Mi perdoni, padre, se le parlo con tutta la schiettezza del mio carattere; mi parve quello poco meno che un torto che mi venisse fatto; ma pure mi sarei adattato a suoi voleri, non cercando nemmeno se vi fossero mezzi di procurarmi altrove quel pi di denari che richiedevano le mie pazzie, se un serpe tentatore non fosse venuto a mostrarmi il cammino per cui mettermi affine di provvedermi di denaro, e facilitarmene laccesso, e spingermivi con arte sopraffina; e questi fu Matteo Arpione.
Lui, che aveva tutta la mia fiducia! esclam il conte padre. Lui che avevo raccolto quasi miserabile!
Ebbene fu lui che venne, non richiesto, non consultato, a suggerirmi di ricorrere ad imprestiti che egli prometteva procurarmi a patti vantaggiosissimi; lui che mi ottenne denaro a interessi scelleratamente usurarii; lui che mi pose nelle branchie di sfacciati scorticatori, la pi vigliacca, infame e sudicia gena che possa essere al mondo. E sapete che coserano quegli sconci animali di rapina di seconda mano? quelle iene affamate che mi sguinzagliava ai fianchi?. Niente altro che suoi agenti, suoi uomini di paglia, come susa dire, e il denaro che mi procurava a cos enorme tasso era il suo, e suoi erano gli spropositati guadagni che ne faceva.
Lo scellerato!
Non basta. Gli parve forse che io non sciupassi ancora abbastanza, che io non fossi ancora abbastanza sua preda, e per ingolfarmi peggio in quel pantano, per avermi di pi a sua discrezione, volle regalarmi un vizio che almanco non avevo; fece di me un giuocatore.
Oh come?
Fino allora i denari gli avevo spesi in grandigie: in cene agli amici, in cavalli, in regali a... questi e a quelli; non li avevo buttati sul tappeto verde che li ingoia come un abisso senza fondo; Matteo fu a consigliarmi, come un buono e facile mezzo di procurarmi denaro, senza spesa nessuna, il tentare la sorte del giuoco.
Ah! linfame.
Mi condusse lui stesso in una bisca: mi assett lui a un tavolo, mi assistette... Fosse crudele cilecca del caso, fosse perfidia di quei mascalzoni, e primo fra essi Matteo, i quali volevano tirarmi nella pania cos bene che non me ne potessi districar pi, da principio guadagnai... Non insister su questi vergognosi particolari: il vischio tenace di quella sciaguratissima passione si appiccic anche a me, e... fui uno dei pi disperati, dei pi ostinati e dei meno avventurosi giuocatori...
Basta! interruppe con tono di austera severit il conte presidente. La vostra confessione deve essere finita; non vogliamo intenderne di pi. Voi, giovane sconsigliato, avete posto in oblo quanto dovevate a voi stesso, al nome che portate, alla vecchiaia dei vostri genitori... Vi meritate un doppio rimprovero: pel male a cui vi siete lasciato indurre e pel silenzio che avevate serbato; ma questi rimproveri non li pronunzier ora il mio labbro, lascio che ve li esprima la vostra stessa coscienza.
Ernesto chin il capo nella mossa umilissima dun reo veramente pentito, innanzi al giudice, da cui vorrebbe e non osa implorare clemenza. Egli era pallido come un cadavere, e da circa mezzora era assalito tratto tratto da una contrazione, da uno spasimo di nervi che gli scuoteva tutta la persona. La ferita della mano, da tante ore non pi medicata, collo strapazzo del viaggio fatto in tanta furia, lo faceva immensamente soffrire.
Voi dovete ancora... a quel triste uomo che non voglio pi nominare? domand il padre dopo una breve pausa.
S mormor il figliuolo.
Ebbene, domattina direte allintendente la somma del vostro debito verso colui... e anche dogni altro che possiate avere. Lintendente pagher, qualunque sacrificio sia necessario di fare per ci. E intanto dar ordine assoluto che quelluomo, lArpione, non sia pi lasciato penetrare, sotto niun pretesto, sotto il tetto della mia casa.
Successe un silenzio grave, che era a tutti i presenti, ma che nessuno sapeva o ardiva interrompere. Il conte presidente, afflitto, turbato, stava con accasciato abbandono nel seggiolone, impallidito anchegli, soffrente, citando in dolorosa sembianza fra s, le sopracciglia aggrottate, le labbra fermamente chiuse, gli occhi velati dalle palpebre, le mani strette con forza ai bracciuoli. La contessa Adelaide collo sguardo mite de suoi occhi ancora bellissimi, andava dal volto del marito a quello del figlio, e la sua nobile fisonomia esprimeva pena, piet e una tormentosa esitazione innanzi allaccigliamento del capo di casa. A togliere tutti da quellimpacciosa situazione, a rompere quel doloroso silenzio venne la visita del medico, mandato a chiamare, cui Tommaso introdusse con sollecita premura.
Ebbene? Ebbene? domand egli con molto interessamento. Che cos? Una ferita al contino?
Oh! non  nulla! rispose facendosi forza a sorridere il giovane Ernesto che pure provava dolori acutissimi: una graffiatura a questa mano.
Vediamo! vediamo! disse il dottore, accingendosi subito a sfasciare la destra.
Sar meglio che mi ritiri nella mia camera: not il contino.
Oh no! fu sollecita ad esclamare la madre. Lascia pure che il signor dottore ti veda qui subito; sar sempre un po di tempo guadagnato.
La signora contessa ha ragione: aggiunse il medico, che intanto fin di levar la benda e pose a nudo la ferita. Ma appena egli ebbe gettato uno sguardo su questa, il suo volto fece una smorfia e dalle labbra gli usc unesclamazione che dinotava la poca soddisfazione che provava a quella vista.
Che cosa ne dice, dottore? domand ansiosa la madre che aveva osservato quellespressione del volto e avvertito il significato di quellesclamazione.
Dico che questa ferita fu troppo imprudentemente trascurata, che era gran tempo la si curasse... Contino, vada subito subito a porsi a letto, e io la raggiunger tosto a farle una medicatura, per cui ho gi meco tutto loccorrente.
Allora, disse Ernesto che soffriva immensamente, se mio padre e mia madre mi permettono...
Va, va presto, disse senza lasciarlo finire la contessa sgomentata.
S, Ernesto, aggiunse il padre, un po atterrito anche lui, tornando al tono affettuoso di voce e al tu: va subito. Abbiamo forse avuto torto a trattenerti qui in piedi tanto tempo!
Oh no, padre mio esclam Ernesto: poi saccost al padre e alla madre, baci loro con reverenza la mano e usc.
Appena fuori il figliuolo, la contessa domand con premura al medico:
Le pare una cosa grave quella ferita?
Il medico, preoccupato dalle triste condizioni in cui aveva trovato la piaga, non pens neppure in quel primo momento a dissimulare.
La ferita in s stessa non sarebbe stato nulla; rispose: ma sembra che siasi fatto di tutto per esacerbarla: c niente meno che il pericolo del tetano.
Padre e madre gettarono un grido di dolore e spavento.
Il medico volle attenuare le sue parole: disse che questo pericolo si poteva ancora facilmente allontanare: ma il colpo era dato. Il padre, che da parecchio tempo era malaticcio, che quella sera aveva gi avuto al cuore tante strette dolorosissime, ricevette ora una botta mortale. Egli volle assistere alla medicatura del figlio, non acconsent a porsi al riposo che quando vide il ferito, affatto calmo, caduto in un sopore che lo ristorava; ma allorch finalmente si coric nel suo lettuccio severo, nella camera modesta, ahim, fu per non levarsene pi!
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Capitolo 36.
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Matteo Arpione, rimasto a Parma, attendeva con molta impazienza la notizia delleffetto che avrebbe avuta la rivelazione fatta da lui stesso al direttore della Polizia del luogo e del tempo in cui doveva succedere il duello fra lufficiale piemontese e lufficiale austriaco. Egli aveva creduto che di quel giorno medesimo il conte di Camporolle sarebbe ritornato a Parma ed avrebbero potuto avere insieme quel colloquio chegli assai desiderava in una e temeva. Ma per quante volte e si recasse al palazzo abitato dal conte, non mai gli avvenne dudire n che il giovane fosse ritornato, n che alcuna nuova di lui fosse giunta. Inquieto, anzi turbato, egli fin per rivolgersi al Pancrazi medesimo.
Il direttore della Polizia lo accolse accigliato e burbero.
Loro piemontesi, disse bruscamente a Matteo, sono una razza di testardi che vogliono dar del capo anche nel muro, Finiranno per romperselo, glielo dico io. Intanto se Lei sinteressa per quel conte Sangr di Valneve, gli faccia pur sapere che nei dominii di S. A. sar assai meglio per lui se non metter pi i piedi. S. A.  in collera, in una collera!... in una collera!... Ed ha ragione: e se quel matto viene ancora a cimentare la bont di S. A., il serenissimo nostro signore far benissimo a dargli prove patenti di questa sua giusta collera.
Ma che cosa  capitato? domand Matteo con qualche ansiet.
Ah! che cosa  capitato? Ma Lei dunque non sa limpertinenza con cui quello sfacciato nobile piemontese ha osato, in pieno teatro, fissare col suo cannocchiale langusta faccia del nostro signor duca? Ma Lei dunque non sa che, sprezzata lautorit sovrana di S. A. Reale, rappresentata da due gendarmi, quel temerario si fece ardito di violare impudentemente la proibizione fattagli di battersi?
Come! esclam lArpione con ispiacevole meraviglia. Si sono battuti?
Sissignore! grid il Pancrazi con indegno che a Matteo sembr affatto vero.
Ma Lei che aveva assicurato?...
Eh! interruppe con pi ira ancora il rettore di Polizia. Chi avrebbe potuto supporre tanta impertinenza, tanta pazzia? Varcarono la frontiera per battersi in Piemonte. E quegli stupidi gendarmi non furono capaci di prenderli, arrestarli tutti, duellanti e testimoni e condurli qua in fortezza, magari colle manette!...
Anche i testimoni? esclam Matteo turbato.
Sicuro! afferm con vigore il Pancrazi, scrutando bene la fisonomia del suo interlocutore. I testimoni sono colpevoli al pari degli altri. Quando udirono lintimazione fatta a nome di S. A., per obbedienza alla legittima autorit del sovrano, dovevano a ogni modo ritirarsi. La disprezzarono e...
Ne pu loro venire qualche danno? qualche punizione? domand lArpione, a cui linquietudine diede il coraggio dinterrompere il terribile poliziotto.
Eh, eh! fece questi con un sogghigno e un dondolar del capo assai poco rassicuranti.
Allora, soggiunse sollecito Matteo, il meglio pel conte di Camporolle sarebbe eziandio di non tornare pi qui... di abbandonare addirittura il ducato.
Il direttore di Polizia finse un nuovo piccolo accesso di sdegno.
Come! grid. Credono potersi sottrarre cos agevolmente alla giusta ira, alla meritata vendetta di S. A. R. il duca Carlo terzo?... Ma non sanno che laugusto nostro signore ha le braccia lunghe, pi lunghe di quello che credono e che pu raggiungerli dove vuole?
Matteo pensava fra che dove Alfredo fosse venuto in Piemonte, le braccia del duca, per quanto lunghe, non lavrebbero potuto cogliere; ma egli in Piemonte, per certe sue ragioni, non voleva a niun modo che il giovane si recasse. Ora era pur vero che nel ducato di Modena, nel Lombardo-Veneto, negli Stati pontifici, anche in Toscana, il duca di Parma gli avrebbe potuto nuocere. Determin cercare di ammansire la belva minacciosa nella persona di quel tracotante e burbero poliziotto.
Il conte di Camporolle, disse, chio conosco per bene, fin da bambino,  dindole eccellente, di opinioni le pi assennate, dei migliori principii che possano aggradire al Governo e al duca medesimo. Lui come lui, certo non sognerebbe neppur mai di farsi ribelle, di indugiare soltanto lubbidienza a qualunque ordine di S. A. Qui fu il caso, furono le circostanze...
Il Pancrazi lo interruppe.
S,  vero che quel giovane venne qui colle migliori referenze e con lettere di raccomandazione da personaggi degni dogni riguardo... Tanto  vero che io stesso ho avuto per lui certe attenzioni e dir anche tolleranze... e S. A. medesima non lha ammesso a Corte? Ma ci tanto pi doveva imporgli lobbligo di andar cauto, di vegliar bene sulle sue azioni, di guardarsi attentamente dallo spiacere... loffendere... dallirritare il duca.
Come! esclam lArpione. Forse che ci sarebbero altre ragioni di malcontento di S. A. verso il conte?
Il direttore di Polizia parve lasciarsi andare ad un momento di abbandono; rispian la fronte, fece una smorfia che avrebbe quasi potuto dirsi un sorriso amichevole, e, chinandosi verso linterlocutore, disse con voce sommessa e in tono pressoch confidenziale:
Ci sono!... Eh! benedetta giovent!... e maledette donne!... Queste e quella sono due clementi di guai, a quali si devono la maggior parte dei trambusti del mondo.
Anche Matteo prese un tono pi famigliare e fiducioso, ed abbassando egli pure la voce, domand:
Ah! dunque centra di mezzo qualche gonnella?
Ma il poliziotto cambi subito accento e maniere: si tir in l quasi sdegnoso, riprese il suo cipiglio e il tono burbero di prima.
Che cosa mi volete tirar fuori? esclam corrucciato. Io non ho detto nulla, non ho voluto dir nulla, e vi ammonisco a guardarvi bene di voler capire pi di quanto suonino le mie parole. Se voi vinteressate pel conte di Camporolle, raccomandategli anzi di tornar presto a Parma, ch sar meglio, di esser prudente e di affidarsi alla clemenza e generosit di S. A.
Fece un gesto che voleva indicare finito il colloquio e congedato linterlocutore.
Matteo Arpione finse di volere arrendersi a questo congedo: si alz, fece una gran riverenza e disse:
La ringrazio de suoi preziosi consigli, che saranno scrupolosamente seguiti e pei quali il conte di Camporolle non mancher di manifestarle la sua viva riconoscenza. Quel nobil giovane  molto ricco, ed  generoso ancora pi: io, che amministro le sue sostanze, so quanto egli possa spendere... senza risentirne il menomo danno, per levarsi un capriccio, per fare un regalo, per mostrare altrui la sua magnificenza... Io stesso, per fargli un servizio, sarei in grado di impiegare una bella somma, senza chegli se ne accorgesse nemmanco... E cos a chi mi sapesse indicare in tutta confidenza, colla promessa che darei del massimo segreto... oh! si potrebbe esser certi che non uscirebbe dalla mia bocca la menoma parola che potesse compromettere alcuno; a chi, dico, mi sapesse consigliare come regolarsi, quello che ci fosse da fare per mettere il conte in buona vista di S. A., io sarei disposto a dare fin dora e per intanto, per esempio... un biglietto da mille lire...
E accompagnando la parola collazione, furbo tir fuori pian piano dal portafogli un bel biglietto di banca di color bianco e lo fece scivolare sopra un cantuccio della scrivania a cui sedeva il Pancrazi.
Questi non ismise il suo contegno serio, anzi severo; colla coda dellocchio osserv il moto delle mani di Matteo, ma fece mostra di non accorgersene; locchio suo per lasci la durezza di espressione che aveva assunta, e anche la voce si fece pi umana.
Linteressamento di Lei per quel giovane mi piace, disse, mi commove; e creda pure che io sono disposto a fare in suo favore... in favore di quel giovane che mi fu caldamente raccomandato... di fare, dico, tutto quello che posso; beninteso che non sia contrario, che non sia neppure una menoma mancanza ai doveri del mio ufficio.
Oh certo! esclam lArpione, che torn ad accostarsi al poliziotto e a chinarsi verso di lui. Gi, glielo ripeto... tutte le parole che Ella pronunzier scendono nel mio petto come in una tomba.
Il Pancrazi riprese il tono confidenziale, anzi quasi facetamente amichevole:
Dunque, disse, ecco: la gonnella c proprio; ma, eh! mi raccomando...
Oh! pensi!... Si figuri!...
Il duca  giovane anchegli, e come tutti quelli della sua razza... razza di Francesco I, dEnrico IV di Francia, re donnaiuoli...  molto propenso al sesso gentile... Gi, del resto sono cos tutti i principi... Ed  venuta qui ultimamente una famosa bellezza... che fu gi un tempo fiamma del duca... e la quale pare che ora abbia di nuovo saputo risuscitare la fiamma medesima.
Vuol dire colei che si fa chiamare baronessa di Muldorff? domand Matteo interrompendo con tono anche lui di amichevole domestichezza, quale fra due persone che sintendono e che son fatte proprio per intendersi.
Precisamente!
E che in realt  lantica danzatrice sui cavalli, Zoe, detta la Leggera? continu Matteo.
Appunto! rispose il Pancrazi abbassando ancora la voce. Vedo che Lei  bene informata... Ma codesto passato della donna non sha da dire... A Vienna fu chiamata baronessa di Muldorff, e la distinzione di cui  fatta segno dal principe, la onora, la solleva la rende uguale a qualunque dama.
Matteo Arpione sinchin con unapparenza di convinzione perfettamente simulata.
Sicuro! disse. Tutto quel passato non esiste pi.
Ora, continu il poliziotto prendendo sempre meglio unaria di bonariet confidenziale, se a tutti gli uomini rincresce il dividere la buone grazie duna bella, figuriamoci poi un principe!
E lusuraio, abbondando anche lui nelle mostre dun sincero abbandono:
Capisco! esclam. E non possiamo dargli torto... Io gi non gli do torto menomamente.
Erano fronte a fronte due volponi, ciascuno diserto collintesa di servirsi dellaltro come stromento per qualche suo fine; ma intanto sentivano ambedue di avere innanzi un avversario abilissimo e procedevano cauti, guardinghi, chiamando in aiuto tutta la loro finezza ed accortezza in quella gara dimpostura.
Sia o non sia, riprese il Pancrazi, questo non  affar mio e non ci tengo ad appurarlo... ma si crede, e il duca ne ha sospetto, che quella donna  venuta qui non per altro che per raggiungere il conte.
Il quale per non ha mai saputo, che S. A. avesse un tempo gettato gli occhi su colei.
Lo credo bene: ma il quale si assicura  pure innamorato pazzo della cosidetta baronessa.
Oh innamorato!... Oh pazzo poi!... Sa pure anche Lei!... Un giovane che si intoppi con una donna bella ed elegante, la quale gli faccia gli occhi dolci...
Il guaio sta che la nostra eroina del romanzetto fa al conte assai pi che gli occhi dolci; e il diavolo ha voluto che S. A., rivedendo quella maliarda, se n incapricciato ancora di pi. Questa notte il duca fu da lei: abbass ancora pi la voce: e la pettegola seppe metterlo bellamente alla porta.
O diavolo!
E v di pi... Il duca apprese che mentre egli veniva congedato, un altro era nascosto nella camera da letto della sirena e che questaltro... gi la nostra Polizia sa tutto!... questaltro era il conte di Camporolle.
Diavolo! Diavolo!
Pu immaginarsi i sentimenti di S. A.!
Li immagino.
E questo fortunato rivale, disubbidendo agli ordini del principe, assiste ancora un nemico del suo trono, un insolente che ha bravata lautorit ducale, un piemontese, in un duello che S. A. voleva assolutamente che non succedesse!
Ha ragione! esclam Matteo facendo laria spaventata. Ha mille ragioni... Quel povero contino, senza badarci, senza volerlo... oh, rispondo della innocenza delle sue intenzioni... si  cacciato in uno spineto... Ma nella condizione delle cose, le ripeto, Eccellenza, non sarebbe meglio addirittura che non tornasse nemmen pi a Parma?
Le ripeto di no: disse con autorevole cipiglio il direttore della Polizia. Venga, anzi, e dimostri colla sua condotta il rispetto e la deferenza pel duca.
Come sarebbe a dire? Non veder pi quella donna?
Ecco!... Essere un po piu zelante a far la corte al principe... e se questi degnasse scherzare su di lui... S. A.  certe volte molto di buon umore ed ha tanto spirito... far bocchin da ridere e applaudire lui primo...
Sinterruppe come uomo cui la parola abbia trascinato ben al di l di quanto avrebbe voluto; e salz per accennare risolutamente che il colloquio doveva essere finito.
Lei vede con quanto interessamento e con quanta fiducia io abbia risposto alle sue domande... forse fin troppo... A Lei e al conte il trar vantaggio dalle mie parole... Ma sopratutto le inculco la prudenza. Di quanto s detto qui...
Matteo non lo lasci finire.
Oh! protest, le giuro di nuovo...
Va bene, va bene. La saluto, e possa tutto questo finire felicemente, come le auguro e desidero.
Arpione ringrazi, sinchin e part naturalmente lasciando sul piano della scrivania quel biglietto da lire mille che vi aveva umilmente fatto scivolare. Intanto pensava fra s:
Far tutto il mio possibile per condur via di qui Alfredo... Avessi anche da mandarlo fin laggi a Napoli.
E il Pancrazi pel mezzo sicuro del suo fidato Michele, faceva ricapitare nelle mani della Zoe un biglietto che diceva:
Ci sar chi far di tutto per deciderlo a partire. Ostacoli aizzeranno vieppi la passione. Sappiate regolarvi.
La donna, lette queste parole, stracci in minutissimi pezzi la carta e la butt ancora sul fuoco; si guard allo specchio, sorrise stranamente e disse fra s con superba sicurezza:
Oh so ben io quel che ho da fare!...  da tanto tempo che ci penso!
Prese un elegante foglio di carta profumata e ci scrisse sopra le poche righe che seguono:
Signore! Quando ebbi la fortuna di conoscervi a Vienna voi dimostraste per me una benevolenza di cui mi tenni molto onorata e mi sento ancora assai orgogliosa. Quel sentimento  affatto estinto in voi? Se ora, in unoccasione per me difficile, facessi appello alla vostra gentilezza e alla vostra generosit, mi vorreste voi rifiutare il valido aiuto del vostro consiglio? Onoratemi di una visita e vi spiegher il motivo per cui ricorro con tanta fiducia a voi. Zoe baronessa di Muldorff.
Sulla busta in cui chiuse questa letterina, la donna scrisse lindirizzo: A sir Tommaso W... ministro S. A. R. il duca di Parma.
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Capitolo 37.
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Quando Alfredo di Camporolle fu di ritorno a Parma con Pietro Carra, trov nel salotto Matteo Arpione che sera piantato l, risoluto a non muoversi pi fin dopo avergli parlato, e stava aspettandolo di pi fermo.
Ah! Ella  pur qui finalmente! disse lusuraio al giovane, andandogli incontro con aspetto commosso.
Ma Alfredo lo respinse con un gesto e pi collespressione fredda e sdegnosa del volto.
Avete fatto bene ad aspettarmi, disse, e a trovarvi qui, subito al mio arrivo; perch preme anche a me non tardare dun momento quella spiegazione che  necessaria fra di noi.
Matteo parve dolorosamente colpito di quellaccoglienza; ma si ritrasse dun passo e prese il contegno del pi umile rispetto.
Io sono sempre agli ordini di Vossignoria soggiunse, ma vorrei pure farle osservare che ora Ella  stanca ed ha bisogno, pi dogni altra cosa, di riposarsi...
Alfredo lo interruppe vivamente.
Ho bisogno, anzitutto, di sapere alla fine con esattezza quali attinenze passano fra di noi, perch, come, con qual titolo vi siete arrogato per laddietro, vi arrogate ancora il diritto di immischiarvi nelle mie faccende... E voglio saperlo subito!
Chiuse tutti gli usci del salotto, venne a piantarsi in faccia a Matteo colle braccia incrociate e con tono di comando soggiunse sdegnoso:
Rispondete!
LArpione, malgrado la sua abilit nel dissimulare, si vedeva che trovavasi molto a disagio. La sua faccia era pi terrea del solito, le sue labbra scolorate, delle goccioline di sudore gli spuntavano alla radice dei capelli, e locchio irrequieto girava intorno come farebbe quello dun animale rinchiuso in trappola che cerca una via di scampo.
Pure rispose con tono freddo e tranquillo:
Ho gi avuto lonore di spiegare al signor conte pi volte tutto ci che Ella desidera ora di riudire...
Le vostre spiegazioni datemi pel passato, interruppe Alfredo, non mi bastano.
Ebbene, riprese umile e rassegnato Matteo, se in qualche cosa Ella desidera maggiori dilucidazioni, abbia la bont dinterrogarmi, e io mi far un premuroso dovere di risponderle.
Alfredo si raccolse un momento, serrandosi la fronte colla destra; poi rialzando risolutamente il capo disse:
E sia!... Chi era mio padre?
Gli occhi di Matteo balenarono pi irrequieti e quasi direi ansiosi, le labbra gli tremarono un pochino; ma rispose subito, senza esitazione e con fermezza:
Le ripeter che Luigi Corina, il suo signor padre, era lultimo rampollo dunagiata famiglia...
Di Lugo?
S signore: di Lugo.
E mia madre?
Una povera fanciulla del popolo... Il padre di Luigi, il suo avo, signor conte, non volle consentire che il figlio la sposasse: il signor Luigi fugg con essa.
Ed  per ci chio nacqui in un casale non molto lontano di queste parti?
S signore.
 Mia madre mor col? 
 S... s signore.
Ebbene, esclamo Alfredo con maggior forza, voglio che voi mi conduciate almeno sulla sua tomba...  un dovere che ho trascurato finora, e che voi pure avete colpa non avermi fatto compiere.
Ma... balbett Matteo tutto impacciato; io veramente non so bene... non ho veduto... non ho potuto assistere.
Come! interruppe con isdegno il giovane: voi avreste abbandonato la mia povera madre morta, prima che le fossero fatti i funerali?
Arpione chin basso basso il capo, e gli occhi fissi al suolo in atto di colpevole profondamente pentito, rispose:
Che vuole?... Io allora era poverissimo... non potevo star molto tempo fuori e lontano dal mio lavoro... mi premeva provvedere al bambino... lo presi meco e partii...
Alfredo gli tronc le parole con una esclamazione piena di sdegnoso disprezzo; poscia, quasi parlando a s stesso pi che alluomo l presente, riprese:
Ma alcuno se ne ricorder ancora col! e interrogando accuratamente... Si volse a Matteo pi imperioso di prima. Voi non mi avete mai detto il nome di quel villaggio... Me lo direte.
Che so io, rispose il vecchio. Non me lo ricordo nemmeno pi... Si viaggiava in fretta; per ubbidire alle volont di suo padre, signor conte, io conduceva meco la signora... Ci dovemmo fermare... La cosa succedette in tanta fretta...
Codesta vostra fu unazione indegna: e vimpongo ora di ripararla.
Come?
Voi cercherete villaggio per villaggio, finch troverete quello nel cui camposanto dorme il sonno eterno mia madre...
S, signor conte: saffrett a rispondere Matteo.
E mio nonno? riprese Alfredo.
Le ripeter che quel signore orgoglioso atrabiliare mor anche lui poco dopo, senza perdonare al figlio n alla nuora, e senza voler pur sentire a parlare del nipotino, lasciando tutte le sostanze che gli rimanevano ancora alle opere pie.
E le mie ricchezze onde provengono?
Il nonno, quando band per sempre da suo figlio, non volendo pi aver da far nulla con lui, gli diede la parte che poteva spettargli nelleredit. E sono quei capitali che da me impiegati, amministrati...
Ed  impossibile che pi nessuno rimanga della mia famiglia?
No, signore, nessuno.
E di quella di mia madre?
Era una povera orfana. 
 Ritrovato il sepolcro di mia madre, mi recher a Lugo a rintracciare tutte le memorie che potr raccogliere della mia famiglia.
Vi accompagner.
Alfredo guard bene in faccia Matteo e poi gli disse bruscamente, ruvidamente:
No!
Questo monosillabo colp il vecchio una sferzata e lo fece trasalire.
Gi abbastanza, gi troppo, continuava il giovane, voi vi siete intromesso nella in vita.
Matteo lev il capo e con voce alquanto commossa domand:
Crede Ella di aversene da lamentare?
Alfredo esit un pochino, poi, come uomo che ha preso una risoluzione e la vuole mettere in atto, disse con impeto:
Ebbene s... perch non so con qual titolo abbiate ci fatto, e vi ridomando ancora di dirmelo finalmente.
Come, signor conte! esclam il vecchio con profonda amarezza. Io delle sue agiate condizioni le feci una splendidamente ricca fortuna... Alfredo scosse il capo impaziente. Io mi adoperai perch ella avesse tutte le qualit, tutte le virt, tutte le supremazie dun vero gentiluomo: ed Ella?...
E io ve ne sono grato: interruppe Alfredo con crescente impazienza: ma ho pur diritto di sapere perch avete fatto tutto questo, chi ve ne ha dato lufficio...
Ma ci glie lo dissi gi tante volte; interruppe Matteo, lasciando scorgere sempre pi il tormento che gli dava questo interrogatorio. Perch lho promesso solennemente a suo padre... E fu appunto il volere... lultimo volere di suo padre, signor conte, che mi diede questufficio, questautorit, e dir anche questo debito verso di lei...
E tutto codesto io debbo crederlo alla vostra sola affermazione? proruppe con animazione maggiore Alfredo.
E perch non mi crederebbe? esclam Matteo con nuova forza e quasi con autorit.
Non uno scritto di mio padre, non una sola parola... non un ricordo di lui!
Arpione si strinse nelle spalle a significare che il fatto era quello e che lui non poteva cambiarlo.
Mi diceste che voi avevate degli obblighi verso mio padre?
S, obblighi sacrosanti..,. e ho accettato volentieri di pagarli al figliuolo.
Quali sono codesti obblighi?
Ah, signor Alfredo! Le dissi pure che ci non avrei potuto dirle... che non minterrogasse... Ed Ella me lo aveva pur promesso!
Alfredo fece un atto di impazienza, di doloroso dispetto, e si pose a passeggiare su e gi per la stanza, concitato, febbrile.
Il vecchio lo seguiva cogli occhi, e nel suo sguardo cerano insieme dolore e paura, tenerezza e sospetto.
Il conte si ferm innanzi a Matteo.
Avevo promesso...  vero: ho torto: disse cercando padroneggiare la sua agitazione: ma gli  che mi sento circondato da un mistero, da un buio che mi impazienta, che mi irrita, che mi ispira mille dubbi tormentosi: e che darei non so che cosa per illuminare quel buio, per penetrare in quel mistero... Finora non fui che un ragazzo; ma comincio ad essere un uomo e voglio conoscere me stesso.
Ma non c mistero... cominci Matteo.
Il giovane linterruppe con un gesto vibrato.
Ora comincio ad essere uomo, vi dico, e non ho pi bisogno della vostra tutela, della vostra sorveglianza, della vostra intromissione ne fatti miei.
Matteo impallid.
Ma questo  dunque un congedo in tutte forme che lei mi d?
Alfredo lo fiss duramente, e rispose con crudele severit:
S!
Il vecchio balen un istante come chi vacilla sotto un gran colpo ricevuto: apr le labbra per parlare e non disse nulla: ne suoi occhi scuri affondati, sempre freddi e muti, ci fu qualche cosa che parve il bagliore duna lagrima.
Signor conte, disse dopo un poco che il suo interlocutore era rimasto l, silenzioso, colle braccia incrociate, come non aspettando altro se non chegli se ne partisse: non credo daverle recato mai troppo disturbo n fastidio colla mia presenza. Se questa, che non le fu mai molto gradita (e cos dicendo parve che la sua voce, quasi sempre senza espressione, si commovesse un poco) ora le  divenuta ancora pi uggiosa, io far di tutto per risparmiargliela sempre pi... Non mi lascier vedere da lei che raramente... (Alfredo fece un gesto; egli saffrett a soggiungere con vivacit:) mai! Non corrisponder con lei che per lettera: ma non mi tolga di potere amministrare i suoi interessi... di poter vegliare sulle cose sue... su di lei...  una sacra promessa che ho fatta a suo padre...
Ve ne sciolgo io: interruppe bruscamente Alfredo. E sono persuaso che, se vivesse, mio padre mi approverebbe.
Ma perch?... perch? domand con accento quasi supplichevole quelluomo, innanzi a cui tanti e tanti infelici avevano supplicato invano. A Lei che cosa deve importare chio le risparmi tanti fastidi? che io faccia prosperare il suo patrimonio? che quantunque aumentino sempre le sue spese, io faccia ogni anno accrescersi le sue rendite?
Il giovane fece un gesto dimpazienza: Arpione riprese con pi calore:
Anche su di Lei, sulla sua persona, io mi sento in obbligo di vegliare... Ella  giovane, mosso dalle passioni della sua et, circondato, per le stesse sue doti, da mille tentazioni e seduzioni, senza poter avere, per la sua poca vissuta, lesperienza e la conoscenza del mondo degli uomini e degli inganni che si trovan dappertutto, per cui potrebbe pararsi da mille pericoli e salvarsi in molti cimenti... Lasci che quella pratica della vita che io ho pur troppo, ladoperi in beneficio di Lei... Ed  appunto per ci che ho fatto il viaggio sin qui: per ci e non per altro, glie lo giuro. Appena ho saputo che Ella col suo gran cuore, col suo animo generoso, correva pericolo di rimaner vittima duna mala femmina...
Alfredo interruppe:
Non vi permetto di parlar cos...
Oh me lo permetta! ripigli con forza il vecchio.  questa la verit... Sono ben informato. Quella donna fu una danzatrice su cavalli...
Lo so!
Fu una mantenuta...
Del duca di Parma, quandera a Torino: lo so.
Ma non solamente questo...
So tutto, vi dico: ed  inutile prolungare questo colloquio. Il mio desiderio lo avete inteso, conformatevi ad esso e subito.
Ella non me ne ha ancor detto il perch.
Non lo indovinate? Volete che ve lo dica a chiare parole?... Ebbene sia: perch uno dei mestieri pi sciagurati, a mio avviso,  quello dellusuraio; e non voglio, non voglio, capite, che uno di tal razza abbia pi attinenze coi miei affari e con me.
Ah signor Alfredo! esclam Matteo, dimenticando questa volta di dargli del conte e con pi dolore nellaccento di quello che si sarebbe potuto credere in lui. Non mi sarei aspettato da Lei un simile compenso a tutte le cure...
Un compenso! interruppe il giovane. Domandatemene quel che volete; per quanto vistoso sia, ve lo accordo; ma non pretendete che io mi lasci riverberare sul nome, su me stesso, lonta che accompagna... il vostro mestiere.
LArpione mand un sospiro soffocato e curv il capo basso basso.
Se mai si potesse sospettare che anche i miei redditi fossero accresciuti da una partecipazione!... Oh!
Interruppe con unesclamazione inorridita una supposizione troppo per lui vergognosa.
Voi vedete bene come assolutamente sia necessario che tutto venga troncato fra di noi.
Matteo fece latto di chi ingoia dolorosamente un boccone amaro.
In pubblico, sia: disse con una forzata, penosa rassegnazione: ma segretamente, senza che alcuno lo sappia...
Voi mi avete pur detto che mio padre era un uomo dei pi nobili e generosi sentimenti? interrog Alfredo.
S.
Ebbene: vi avrebbe egli affidato quellincarico che vi diede, se vi avesse conosciuto qual siete ora? Ve lo lascerebbe continuare?... Ora basta: finiamola... Voi non avrete pi rapporti con me che per una cosa sola.
Quale? domand Matteo con ardore, in cui cera un poco di speranza tuttavia.
Procurarmi gli atti di morte di mio padre e di mio nonno; sapermi dire esattamente dov sepolta mia madre, perch io possa recarmi sulla sua tomba a pregare.
Arpione stette un momentino col capo basso, meditando fra s, poi disse lentamente, a voce sommessa:
S, signor conte, far luna cosa e laltra.
Presto?
Fra pochi giorni... Ma frattanto mi conceda chio le rivolga una preghiera e mi prometta desaudirla...
Sentiamo.
Qui Ella  circondata da mille pericoli... lo so di certo... Quella donna pu esserle fatale... La fugga... il meglio sarebbe chElla abbandonasse addirittura questa citt.
Alfredo fece un gesto risoluto di negazione.
Usi almeno prudenza, continuava Matteo, dando al suo accento unespressione di preghiera sempre pi viva: compromettersi per colei, affrontare un pericolo pur anche menomo per simile creatura non val proprio la pena.
Risparmiatemi i vostri consigli.
Sastenga almeno dal comparire innanzi al principe... Oh questo glie lo chiedo come una grazia.
Perch? domand fieramente il giovane aggrottando le sopracciglia.
Perch il duca  geloso di quella... tale; ed  cos insolente... potrebbe lasciarsi andare a qualche parola...
Credereste di ispirarmi paura? interruppe il conte pi aggrottato.
 No; ma sono io che temo... Conosco il coraggio, la generosa impetuosit del suo sangue, e non vorrei...
Avete fatto benissimo a parlarmi cos... Questa sera medesima a teatro potr vedere il principe e andr a piantarmigli in faccia.
Per carit, signor Alfredo...
Non pi una parola!... Ricordate voi quello che dovete fare per mio comando... e non comparitemi pi innanzi che per porgermi i documenti richiestivi della mia famiglia e per additarmi con certezza il luogo dov sepolta mia madre.
Matteo chin la testa e rispose con voce che avreste detta soffocata dallemozione:
Il signor, conte sar obbedito; e spero che non mi rifiuter lonore e il favore di accompagnarlo io stesso alla tomba di... della sua signora madre.
Alfredo fece un legger cenno che poteva dirsi insieme dassentimento, di saluto e di congedo; e pass senzaltro nella sua camera, per cambiarsi e riposarsi.
Il vecchio, lasciato solo nel salotto, stette un poco quasi sbalordito, non sapendo che farsi, in unincertezza penosa procuratagli da mille contrarii pensieri, e paure, e disegni; poi si riscosse, cerc della governante e dellaio che egli stesso aveva scelti con molta cura per metterli al fianco dAlfredo, e che avevano quindi per lui deferenza e quasi sommessione, e, dato loro il suo ricapito, che era in una povera casa al fondo duna viuzza deserta, si raccomand perch dogni cosa che facesse Alfredo o chei giungessero a sapere chegli volesse fare, subito lo tenessero informato per un bigliettino, trattandosi di gravissimi pericoli che il giovane correva, e da cui egli solo avrebbe forse potuto salvarlo. Quandebbe ricevuta lassicurazione che quei due avrebbero fatto a suo senno, Matteo Arpione usc da quel palazzo, il capo chino, abbattuto dellanima, affranto di corpo come se dopo qualche immane fatica sostenuta, quasi invecchiato di pi anni.
E pensava fra s: pensiero pungente, doloroso che gli mordeva crudelmente il cuore:
Ho voluto farlo nobile, generoso, entusiasta per tutto quello che vha di buono e di bello, ripugnante, odiatore di ogni bassezza, quanto esser possa uomo al mondo. Ci sono riuscito; e la sua virt, la sua delicatezza di onorabilit lo fa inesorabile verso di me. Mi sono fatto ferire colla stessa arme che io gli ho posto tra mano!
Si rec sollecito alla stanzuccia dove aveva preso alloggio; col era una vecchia, la padrona del quartiere, con cui avremo pure a fare di poi pi precisa conoscenza, e la quale, dal modo di trattare verso lArpione, sembrava avere con esso antichi e piuttosto stretti rapporti e una dipendenza che pigliava certe sembianze di gratitudine. Matteo si chiuse in camera con questa vecchia e stettero insieme parlando, forse mezzora: poscia ella usc e torn con un calesse da nolo.
Matteo, che stava aspettando impazientemente, discese ratto, diede al cocchiere lindirizzo dun villaggio lontano circa otto miglia, disse alla vecchia: a questa sera; e part.
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Capitolo 38.
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Alfredo era entrato nella sua camera per cercarvi un po di riposo; ma questo, di cui pure egli aveva tanto bisogno, non doveva essergli cos tosto concesso dai suoi sensi eccitati e dal suo spirito turbato, perch ad accrescere questo turbamento e quelleccitazione, lo aspettavano l, presso al suo letto, un mazzolino di fiori odorosissimi e una letterina pi profumata ancora dei fiori.
Subito quel profumo intenso e sottile, che aveva qualche cosa di acre insieme e di soave, lo aveva assalito, lo aveva avvolto come in unonda, gli era salito al cervello. Ah quel profumo egli lo conosceva bene: aveva respirato per delle ore, due notti prima, un ambiente impregnato di esso, se nera sentito accarezzare, compenetrare per tutti i pori, possedere. Chiuse istintivamente gli occhi e rivide una camera voluttuosa, in una penombra piena di dolci misteri e un quadro colla cornice dorata, in cui un sorriso di donna, provocatore, lusinghiero, promettente e uno sguardo pieno di fuoco. Riapr gli occhi e fece due passi protendendo le braccia, quasi nella certezza che di dietro alle cortine dovesse venir fuori viva e reale quella bellezza di cui limmagine gli si era destata nel cervello; vide sul marmo del tavolino il mazzetto di viole e la busta di carta color crema. Esit un momentino; poi prese, quasi con violenza, quei fiori e ne aspir lungamente gli effluvii.
Una cortigiana! mormor, i denti stretti, con un misto di rabbia, di dolore, di passione. No! Una vittima... Presa, deturpata e poi lasciata nel fango da un principe corrotto... che ora vorrebbe riavvilirla co suoi sconci amori!... Ma se lanima non s degradata? Se?...
Rigett con dispetto il mazzolino, il cui acuto odore gli faceva ora una dolorosa impressione, e afferr la lettera: ma questa emanava un profumo ancora pi forte, ed  quello che egli aveva sentito nella camera lei, negli abiti, nei capelli, nelle carni di lei!...
Apr con mano agitata la busta, spieg il fogliolino e lesse:
Siete partito per affrontare un pericolo; ah lansiet e linquietudine che provo mi rivelano di quanta forza sia laffetto chio ho per te. So che anche qui a Parma pericoli vi minacciano. Tremo: tamo: darei la vita per salvarti, per procurarti la felicit... Venite subito, appena siate di ritorno; venite perch abbia fine la mia dolorosa aspettazione, perch possiamo studiare insieme i mezzi di allontanare da voi ogni minaccia. Non faccio che pensare a voi... Oh tamo tanto!
A queste parole il sangue de venti anni riboll ancora pi forte nelle vene di Alfredo; saffrett al tavolino e scrisse sopra un foglio di carta azzurrigna ornata delle sue cifre sormontate dalla corona di conte queste poche parole:
Fra mezzora sar da te. Alfredo.
Poi suon pel cameriere; si ordin un bagno e si fece preparare abiti eleganti da vestire dipoi. Ma ecco una stranezza che non seppe spiegare neppur egli a s stesso: mentre credeva tutto lessere suo occupato dun solo pensiero, lanima piena duna sola immagine, a un tratto, e chi ne avrebbe saputo dire il perch? a un tratto affacciarglisi alla mente unaltra gentile, pi gentile. pi soave, ammirabile figura muliebre.
Eppure quella figura egli non laveva vista mai viva e reale; egli non laveva ammirata che per un fugace momento in un ritrattino miniato. Come sera essa potuta imprimere cos vivamente nella sua memoria, nellanima sua, che era pur tutta piena dellimmagine dunaltra donna? E quanta dolcezza in quello sguardo mite dagli occhi cilestri, quale aura di paradiso intorno a quella candida fronte, a quelle chiome finissime, pallidamente dorate, quale incanto dal vivace color di rosa di quelle labbra che non sorridevano e non eran meste, dallovale di quel volto sereno e ilare, pur pensoso! Quelle sembianze, sorgendogli nel pensiero, parvero spirare su di lui un alito di pura freschezza che gli calm alquanto leffervescenza del sangue. Trov egli stesso un paragone: gli parve passare a un tratto affocato splendore duna giornata destate alla brezza leggera e graziosa dun vespro primaverile. Ah che nobile, distinta, sublime bellezza di fanciulla! Chi sa quando egli lavrebbe potuta vedere, la sorella del conte di Valneve! Chi sa se lavrebbe veduta mai! Chi sa se, vedendola, leffetto della realt non avrebbe distrutto quello suscitato dal solo ritratto! E tuttavia Alfredo sentiva che pur la vista di quelle sembianze dipinte aveva sminuito in lui il fascino delle accorte, procaci bellezze di Zoe; linflusso vertiginoso, inebbriante di questa, se a contatto con lei poteva ancora essere potente come prima, in lontananza si urtava in un influsso diverso, quasi pu dirsi opposto, e non ne aveva facile vittoria. Di pi il giovane saccorse ancora che se linflusso della Zoe lo turbava, gli lasciava lanimo sconvolto, mal soddisfatto, amaramente irrequieto, quello della nobile fanciulla infondeva in lui una specie di tranquillit, di pace serena, di pura e vaga tenerezza, che lo sollevavano e gli pareva, a lui medesimo, lo rendessero migliore.
Numerose volte e nel bagno e vestendosi egli cambi intenzioni e voglie.
E se non ci andassi da colei? si disse: sarebbe forse meglio... S,  meglio... C qualche cosa di fatale, di funesto, intorno a quella donna, che mi pare un presagio di sventure e di danni.  un abisso col; meglio evitarlo: ma appunto tutti gli abissi attraggono. Ah che occhi di fuoco i suoi!... Un fuoco dinferno forse. La luce di quelle pupille azzurre  luce di cielo. Chi mimpedisce di recarmi tosto a Torino? Ernesto mi ci ha invitato. Siamo diventati cos buoni amici in quel poco di tempo! Sono sicuro mi accoglierebbe con verace affetto. Fuggirei anche ogni rischio che qui mi circonda: rischi che,  pur vero, non valgono la pena dessere affrontati. Domani stesso potrei partire. Ma qui che si direbbe?... Che direbbe lei?... Dopo quello che mha confidato... dopo quello che mha scritto: dopo il tanto che ho fatto per poter giungere a ci che un giorno mi pareva mi sogno ineffettuabile!... E il duca? Con quel suo ghigno! No: rimango... Ma rimanere non vuol dire lasciarmi precipitare in quel buio, che  lamore di quella donna: buio che mattrae s, ma mi sgomenta eziandio... Non ci andr... Glie lho scritto:  una promessa: bene, trover un pretesto, le scriver due righe... Non ci andr almeno finch il mio sangue sia un po pi calmo, siasi posato alquanto il turbamento che provo dentro di me e io possa vedere un po pi chiaramente nellanima mia. Non ci andr!
Parve fermarsi su questa risoluzione, eroica per un giovane di quellet, che da mesi sospirava per un istante quale la donna gli aveva offerto; ma frattanto egli era venuto abbigliandosi e non gli restava pi che vestire il soprabito, mettersi il cappello e calzare i guanti. Si accost al letto, dicendo fra s che farebbe ottimamente a spogliarsi di nuovo e cacciarsi fra le lenzuola a riposare; ma allora da quelle coltri su cui aveva gettato il mazzetto e la lettera di Zoe, venne a colpirlo, ad assalirlo quasi inopinatamente un soffio di quel profumo eccitante. Era pi blando, perch gi un po svanito; ma pareva tanto pi sottile e penetrante; ed egli ne sentiva maggiormente la carezza. Alfredo stette un momento perplesso; poi si gett su quei due oggetti odorosi; li afferr, li brancic, li spiegazz, li port alle labbra, dove li baci e morsicchi quasi con rabbia: e poi corse in casa della Zoe.
Questa esperta, abilissima commediante aveva preparata unaltra scena deffetto. Sera vestita con una semplicit che nulla toglieva allincanto delle sue belle forme, ma con cui aveva pur saputo dare a tutta s stessa una sembianza, unespressione di schiettezza, e, se tal parola potesse usarsi, trattandosi di tal donna, anche per finta, direi di purit, che riusciva prima di tutto a levarle in apparenza quasi una diecina danni e poi a sconfessare, a far dimenticare, a far credere quasi impossibile ogni onta del suo passato.
Per le notti vegliate, per leffetto di quel suo pensiero fisso, di quella passione che la dominava, per lemozione del giuoco terribile che mandava innanzi, in cui era posta la vita di parecchi e la sua, ella era pallida come una statua di marmo di Carrara, meglio, come un avorio su cui mandi qualche calore di riflesso dorato un raggio di sole; le chiome senza ornamenti di sorta aveva attorcigliate alla nuca in treccie ricche, pesanti, fulve, che parevano oro fuso, mentre una corona di piccole ciocche ricciolute, ribelli ad ogni disciplina, le sfuggivano dalla massa tuttintorno alla fronte e le facevano come unaureola al pallore della faccia. Gli occhi, dietro unespressione dumilt e di dolore, ardevano come carboni accesi; il petto agitato dinotava una emozione potentissima a stento contenuta; le labbra socchiuse pi rosse che mai lasciavano scorgere nellanelito frequente i dentini che parevano di latte; intorno al collo, che si estolleva dal petto fiero ed elegante, un vezzo di corallo del colore del sangue, del colore delle labbra; alle braccia, che le maniche larghe della veste lasciavano denudarsi a ogni mossa fino al gomito, cerchietti di corallo eziandio: niun altro gioiello; un abito candido di lana finissima con nastri color di rosa. Essa si studi bene innanzi allo specchio, studi i gesti, gli sguardi, le mutazioni di fisonomia, tutto, e, secondo il solito, si sorrise contenta di s. Nessuna figura avrebbe potuto rappresentar meglio una virt perseguitata e una bellezza infelice. La commedia poteva incominciare: ella era pronta; gli altri attori, ancorch inconsci, ella aveva provveduto perch non potessero mancare.
Alla letterina dellavventuriera, sir Tommaso, il ministro confidente del duca, aveva risposto cos:
Gentilissima e bellissima signora,
Non ho dimenticato n limpareggiabile baronessa di Muldorff, n il poco tempo che ebbi la fortuna di praticarla a Vienna. E chi potrebbe mai non conservare per tutta la vita s preziosi ricordi? Fin dallaltra sera che ebbi la felice sorpresa di vedervi inaspettatamente a teatro, mi proposi domandarvi subito il favore desser ricevuto da voi; e se ieri stesso non mi sono presentato a casa vostra, attribuitelo solamente alle molte mie occupazioni che non me ne lasciarono il tempo. Ma ad una chiamata vostra, come quella che mi fate la grazia di mandarmi, non c occupazioni che tengano. Fatemi sapere il momento in cui vi sar meno incomodo il ricevermi, e io voler ai vostri piedi.
Zoe fece aspettare il messo Michele per averlo pronto al momento che le sembrasse opportuno. Quando ebbe ricevuto il motto dAlfredo: Fra mezzora sar da te; scrisse in fretta un altro motto essa pure: Venite fra unora; conto sulla vostra esattezza duomo galante e dinglese: e per mezzo di Michele lo sped a sir Tommaso; poi si occup seriamente di quellacconciatura che ho detto e diede alla sua governante certe particolareggiate istruzioni.
Si sdrai sul sof a due posti nella sua camera da letto, elegante, profumata, misteriosamente ombrosa per le bandinelle abbassate, piena di un voluttuoso calore, di guizzi rossigni di luce dal gran fuoco acceso nel camino, dun silenzio incantevole cui non venivano a turbare i rumori della vita umana, che pareva segregare quel piccolo Eden dal resto del mondo, e stette aspettando.
Non ebbe gran tempo da aspettare: si ud nelle stanze vicine un suono di voci, un aprirsi dusc, poi un passo frettoloso, ammortito dai tappeti; la porta si spalanc e Alfredo con impeto venne a gettarsi ai piedi della donna. Dietro di lui la governante fece un cenno leggerissimo cogli occhi alla padrona, come per riaffermarle che stesse tranquilla che gli ordini suoi sarebbero eseguiti a puntino, poi si allontan discretamente, chiudendo con precauzione il battente delluscio.
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Capitolo 39.
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Zoe, nella sua cos bene studiata e preparata messa da signora delle camelie allultimo atto naturale come la verit, efficace come la menzogna dellarte, vedendo Alfredo gett un grido di gioia, damore, di trasporto ineffabile, unesplosione di sentimenti e daffetti, sorse con impeto, lev le braccia le maniche larghe ricadendo indietro le lasciarono nude per gettarle al collo dellamato garzone, accenn volere slanciarsi allincontro di lui per andargli a cadere sul petto; ma le forze le mancarono e saccasci di nuovo con un gemito. Egli per fece a tempo a stringerla alla vita, a caderle in ginocchio ai piedi, mentre essa si abbandonava sul sof, serrandogli al collo quelle belle braccia, premendosi sulla spalla, sul petto la testa di lui, precisamente come la prima donna al tenore della Traviata nel duetto finale.
Alfredo sentiva caldissimo quel seno su cui posava il suo capo, sentiva palpitare violentemente davvero il cuore di quella donna le cui braccia lo stringevano con tanta passione. Essere amato da quella creatura splendidamente leggiadra, possederla alla fine dopo tanti spasimi di desiderio, gli parve tutta la felicit della vita. Voleva parlare, ma le parole mancavano alla sua emozione; il sangue concitato gli faceva frastuono nelle orecchie, gli velava duna nebbia infuocata la vista; le sue braccia strinsero quasi convulsivamente quel bel corpo pieghevole; il suo volto si lev in su avido, le labbra frementi con un sospiro, un gemito, quasi un singhiozzo.
Essa lo allontan da s con tutta la sua forza, alla distanza delle sue braccia cos bianche, cos carnose, cos ben tornite; e mentregli non trovava parola, non trovava voce, quasi non trovava il respiro, essa parl con accento sommesso, soffocato, commosso dal palpito, rotto dallaffanno pieno di affetto.
Alfredo! Alfredo!... quanto ho sofferto sai! Per te! Ho desiderato morire.
Il giovane la interruppe con unesclamazione di calda protesta, quasi di spavento e di orrore.
S, morire: ripet la donna con pi forza. Tu mi eri mancato: la tua partenza, che supposi una fuga da me, mi fece piombare nella pi amara disperazione. Ho creduto che tu mi abbandonavi, mi disprezzavi, e non volevo reggere a questultimo dolore pi crudele di tutti.
Abbandonarti... no... Disprezzarti... no: balbettava con voce mozzicata, scuotendo il capo, il giovane in cui cresceva sempre pi la confusa agitazione della mente, dei sensi.
La maliarda continuava:
Dopo la mia sventura ho respinto sempre ogni omaggio duomo: te lo giuro. Ho fatto di tutto per respingere anche il tuo, anche te, verso cui mi spingeva pure con tanta potenza il cuore. Mi dissi chio non era degna di te...
Alfredo mand unaltra voce di protesta.
Un istinto mavvertiva che tu mi saresti fatale, o io a te... Dio mi  testimonio: non cedetti che a gran pena, dopo terribili lotte, al fascino che spira dalla tua persona, che irradia dal tuo amore, cui getta irresistibile la tua sullanima mia... Ma per cedetti, a poco a poco, senza volerlo, senza accorgermene... finch ero gi vinta. Allora un sogno delizioso venne a tentarmi: il sogno del nostro amore diviso, assoluto, unico scopo e tesoro della nostra vita, gioito allinfuori e colloblo di tutto il mondo... un sogno impossibile...
No! grid Alfredo.
Fui tanto debole da accarezzarlo meco stessa, questo sogno, da lusingarmene, da obliare per esso financo lo scopo che avevo assegnato alla mia vita, una vendetta che  sacrosanta.
Oh s! oh s! esclam il giovane trasportato: dimentichiamo tutto il mondo. Nulla ha da esister pi per noi, fuori di noi, dellamor nostro... Cercheremo una solitudine; quella che vuoi tu, dove vuoi tu, lontano lontano, anche nelle terre pi remote, dove non giunga pi neppure uneco di questa esistenza in cui tu trovasti la sventura, dove nulla venga pi a ricordarci un passato che per noi sar come se non fosse stato mai.
Ed essa, con un abbandono appassionato, le sembianze illuminate da una fiamma che parea damor sublime, un crescendo abilissimo e pieno deffetto del sentimento che animava le parole di lui, proruppe impetuosa, palpitante, fremente:
Tamerei tanto! Saprei amarti tanto che tu non rimpiangeresti nulla di quel che avresti abbandonato in questo mondo fallace, che non ricorderesti pi nulla...
E con parole sempre pi concitate, con immagini sempre pi vivaci, con aspetto e sguardi sempre pi accesi, seppe evocare al pensiero del giovane un Eden damore sensuale, ma ineffabile, potente, delirante, di gioie supreme. Era un trasporto febbrile, era un entusiasmo di passione cacciato nel sangue, era un sogno debbrezza quale ne procurano i filtri orientali. Ma quando Alfredo era pi dominato da quella irresistibile ebbrezza; quando a lui meglio pareva, e in buona fede, che tutto, pi che la vita, avrebbe dato, avrebbe dovuto dare per quella felicit da paradiso di Maometto; quando, ogni nervo, ogni fibra palpitante in lui, le sue braccia si tendevano a serrare quella bellezza di corpo in un amplesso di passione quasi furibonda; essa con forza inaspettata, con subita risoluzione riusc a sciogliersi da lui, lo respinse con impeto che pareva di rabbia, di sgomento, di orrore, fu dun balzo allaltra estremit della camera, e con voce vibrante, secca, risoluta, grid:
Impossibile! impossibile!... Basta!... Lasciatemi... Non culliamoci in una follia che tutto condanna.
Alfredo si alz sbalordito, la mente confusa, vacillante come ebbro, e guard la donna con uno sguardo stupido. Essa era pi pallida di prima; le ciglia fieramente corrugate, pi feroce che mai il fosco bagliore delle pupille. Era una Nemesi terribile, e supremamente bella. Poich il giovane fece un passo incerto per accostarsele, essa tese violentemente la destra innanzi, come per tenerlo in l, e col medesimo accento prosegu:
Il passato!... Voi credete poterlo distrarre, obliare solamente colla lontananza!... Non so di voi quello che accadrebbe; ma per me ci non baster di certo.
Saccost lentamente di nuovo ad Alfredo, camminando al passo cadenzato e leggero duna tigre che sta guatando una preda.
Quel passato  troppo impresso qui e qui, segn la fronte ed il cuore, perch si possa cancellare cos facilmente. Sono sette anni che lo porto meco, un peso, un dolore, una vergogna, una rabbia... Non c che il sangue a lavarne limpronta... Non te lho ancor detto, Alfredo? Ho giurato che non sarei pi di uomo al mondo finch vivesse colui che mi ha infamata. E i miei giuramenti io mantengo... Ma anche in mezzo alle pi deliranti gioie del nostro amore io vedrei spuntare oltraggioso, scellerato, orribile, avvilente il cachinno di quelluomo che mha fatta zimbello suo e dei suoi vili cortigiani...
Era giunta presso al giovane, gli afferr il braccio e lo strinse con rabbioso vigore.
Dimmi! Non lo vedresti anche tu?
Alfredo si riscosse tutto e mand una esclamazione di furore: in verit parevagli a quel punto medesimo vedere in un angolo della semi-buia stanza il volto insolente del duca di Parma ghignare con insultante disprezzo.
La Zoe pose le sue labbra presso allorecchio del giovane e con voce soffocata, col caldo anelito che usciva dalle sua labbra gli susurr:
Bisogna che quello scellerato muoia... e allora io sar tua.
Alfredo fremette; gli parve ricevere un colpo, si ritrasse un passo, si strinse colle mani il capo.
Essa ripigli con accento in cui vibrava ora come una nota di compassione:
La mia vendetta lho giurata, e la compir o soccomber io stessa... vedi bene che tu non puoi essermi compagno; tu non puoi n devi sposare il mio odio: sei troppo mite, sei troppo buono per ci... Io far da sola o trover bene chi mi possa comprendere e secondare.
Alfredo fu assalito da un movimento di gelosia feroce.
No, disse fremendo, nessun altro, nessun altro, per Dio!
Zoe continu, come non badando a questa interruzione:
Il separarci  dunque una necessit. Bisogna che vi dica tutto, Alfredo... Quel vigliacco... il duca, ha sentito rinascere un capriccio per me; mi perseguita, mi annoia colle sue istanze...
No! no! non pu, non deve essere! grid il povero giovane quasi inorridito.
Io lodio... e penso a Debora, a Giuditta...
No: url ancora Alfredo fuori di s: piuttosto vado io l, nel suo palazzo, e lo uccido in mezzo alla sua Corte.
La donna gli fece un pallido sorriso e ponendogli le mani sulle spalle, disse collinteressamento compassionevole che si ha per la debolezza:
Voi invece dovete sottrarvi allira di quel piccolo Tiberio, che vuole vendicarsi dellaltra notte, che alla prima occasione  capace dinsultarvi a suo modo. Voi dovete esaudire la mia preghiera... e partire subito di qua.
Era la seconda volta che un simile consiglio veniva dato ad Alfredo, e se la prima eragli riuscito assai poco gradito sulle labbra di quelluomo cui aveva imparato ultimamente a disprezzare; ora ancora pi spiacevole gli torn dalla bocca di quella donna, che pareva crederlo incapace di virile coraggio e di fatti violenti.
Non partir; dissegli asciuttamente coi denti stretti.
Essa prese il tono di carezzevole preghiera che usa una madre per ottenere qualche cosa da un capriccioso bambino:
E sio te ne prego?... Se te lo domando per mio piacere, per mia tranquillit?... Lamore che ho per te mi rende fiacca, mi fa vulnerabile... Quando ti sapr lontano, al sicuro da ogni pericolo, camminer pi franca e pi risoluta alla mia meta.
Perch mi hai tu fatto venir qui allora? domand Alfredo bruscamente.
Perch tamo... perch volevo vederti volevo averti meco... Oh guarda! Sar compiutamente sincera: perch mi passava pure per la mente il pensiero, la speranza, il delirio che tu, amandomi, potresti essermi un aiuto, un coraggio, uno sprone anzi nellopera.
Ah!
Oh perdonami... Quando si ama si trasmette nelloggetto del nostro amore tutte le nostre pi vive speranze.
Ed ora?
Ed ora ti voglio lontano... e ora ti amo troppo...
Ma non abbastanza per rinunciare alla tua vendetta.
La strinse egli a sua volta forte ad un braccio: ma ella si sciolse con energia quasi selvaggia.
Ah no Alfredo grid, questo non volerlo, non domandarmelo!... Sarei forse tanto debole da cedere... e ne avrei dopo eterna vergogna e rimorso... Ma sappilo! Questa  la mia riabilitazione:  la riconquista del mio onore...
Era fremente, era terribile, era bella!
Alfredo si gett come un pazzo su di lei, per afferrarla, per istringerla, per abbracciarla.
Ma io far tutto quello, che vuoi: grid egli: voglio che tu sia mia e io sar per te il pi cieco strumento.
Essa lo respinse quasi con violenza, fugg, pose fra s e lui una barriera di mobili:
Non mi fare spergiura! rispose con una vibrazione che pareva di furore nella voce, con un lampo di odio negli occhi. Non lo perdonerei... n a te n a me stessa... Nissun uomo pu giungere a me finch colui vive; nessuno, lo amassi tanto da dannarmi per lui lanima eternamente.
E linfelice giovane, dominato, aggirato, delirante:
Che vuoi tu? Che vuoi tu? Fa di me quello che brami... comandami... Vuoi che io sia il ferro che colpisca?... chio mi faccia lo strumento della tua vendetta?
Si trascinava, strisciava quasi verso di lei; essa immobile lo lasciava accostarsi; il suo sguardo lucente, caldo, profondo, indescrivibile, infernale promettitore di gioie ineffabili, lo fissava, lo attraeva, lo avvolgeva, lo accarezzava.
E se io, seguitava Alfredo con voce tanto affannata, che appena poteva formar la parola, se io un giorno ti venissi innanzi... qui... macchiato di quel sangue?...
Zoe gett un grido; la sua persona parve farsi pi alta; una fiamma le corse negli occhi, sulla fronte, nel sorriso, nei ricciolini agitati della sua chioma che sembrarono sanguigni.
Se ti dicessi: non c pi ostacolo fra te e luomo che hai detto damare; lautore della tua sventura non  pi!... Premiami, sii mia: lho ucciso.
La donna aveva data una ratta occhiata allorologio a pendolo: il tempo che essa aveva calcolato era trascorso. Mand un altro grido, un grido di gioia feroce: dun balzo da tigre si slanci su di lui, lo strinse, gli stamp sulle labbra un bacio che era di fuoco, gli susurr come in unestasi di vaneggiamento:
Tua! tua!... Per sempre tua!... Pi nissun ostacolo al nostro paradiso... Tu, tu solo saresti luomo degno di questa leonessa, tu il mio leone, tu il mio signore, tu il mio Dio!
Quel bacio era un tormento per Alfredo, era una delizia; lo abbruciava, lo inebbriava; mai non aveva sofferto a quel modo, mai non aveva sentito una s grande volutt: gli pareva dessere di pi e maggiore di quanto fosse stato mai, si sentiva presso a svenire: mormorava, fremeva, delirava. A un tratto ud un rumore chegli non seppe discernere; Zoe si svincol bruscamente dalle braccia di lui.
Lasciami!... Zitto! gli susurr: viene alcuno.
E poi con voce ferma, fredda, tranquilla:
Avanti: disse.
Alfredo vide aprirsi luscio e presentarsi sulla soglia la governante che annunzi:
Signora baronessa, S. E. sir W... chiede parlarle a nome di S. A. il duca.
Il conte di Camporolle sent come una doccia fredda scendergli per le spalle; essa, la donna, si torse le braccia con atto di disperata indignazione.
Ancora! esclam. Sempre!... Infame, scellerata persecuzione!... Teme forse che io possa obbliarlo!...
Non riceverlo! grid Alfredo; rimandatelo al suo iniquo padrone, questo antico mozzo di stalla, degno inviato e ministro di simil principe... Oh lasciate chio stesso...
Fece un moto per andare nella stanza vicina, ma la donna gli si slanci dinanzi e lo trattenne.
Che fate? gli disse. Voi perdereste me e voi... Gli aggiunse sottovoce: Quando fossimo cacciati luno e laltra in qualche segreta di fortezza, chi ne salverebbe? Lasciami fare da me... Parti... va... ti far sapere...
Voi dunque lo riceverete?
Subito... per liberarmene pi presto.
Ordin alla governante che accompagnasse fuori il conte per la camera da pranzo.
Ti scriver questa sera: gli disse allorecchio mentre lo spingeva fuori: e appena Alfredo era uscito per una porta essa entrava per laltra nella sala dove stava aspettandola sir Tommaso W.
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Capitolo 40.
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Presentandosi al ministro del duca, quella donna era tutta unaltra: aveva bastato un minuto secondo per una compiuta metamorfosi. Linglese si vide dinanzi un volto tranquillo, uno sguardo gentile e sereno, una bocca seducente per un cortese sorriso, un contegno di dama che vuole onorare di amichevole domestichezza la persona che riceve. Cominci essa per ringraziare con poche e dignitose parole sir W... della premura chegli aveva avuta di recarsi presso di lei; e con galanteria alquanto grossolana luomo rispose quanto gi le aveva scritto che limpressione fatta in lui dalle attrattive della baronessa quando laveva veduta a Vienna era stata cos forte da non cancellarsi pi, e che stimava una sua preziosissima fortuna il poterla rivedere l, nella stessa Parma dovegli era condannato a rimanere, e dove egli avrebbe tutto messo in opera quel che potesse per trattenere il pi lungamente possibile una s cara, preziosa, adorabile ospite.
Il fuoco de suoi sguardi, mentre cos diceva, che era quel medesimo, il quale aveva gi balenato nelle sue pupille grigie due sere prima quando egli aveva vista in teatro la Zoe dal palchetto del conte di Camporolle, il fremito delle narici del suo gran naso e una lieve emozione della sua voce sempre fredda, disarmonica, monotona, provavano chiaramente chegli diceva la verit.
E nera persuasissima la Zoe, la quale su ci appunto faceva assegnamento.
Non istette a schermeggiare di galanterie e a provocare complimenti e dichiarazioni merc civittesche moine: ma ringraziato il suo interlocutore con uno sguardo che diceva uninfinit di lusinghe, entr senzindugio a parlare di quel che sera prefisso.
La polizia di Vienna, incominci, voi ben lo sapete sir Tommaso, sa tutto quel che avviene in Italia, anche quello che non sanno le polizie locali dei nostri sovrani.
Mi permetterete di farvi osservare, disse linglese, che la nostra, grazie allabilit del Pancrazi,  abbastanza bene informata.
S, certo: soggiunse la donna: assai bene, ma tuttavia non perfettamente... E  parve esitare un momentino, poi fissando in quelli di lui i suoi occhi affascinatori, diabolici, riprese abbassando la voce: e, se voi siete uomo da capire il mio disegno, da entrare in esso ad aiutarmi, a noi converr moltissimo che la polizia del Pancrazi abbia parecchie e importanti ignoranze.
Il W... si appress vieppi alla donna e con grande interessamento interrog:
Come? Come? Perch?
Ascoltatemi! disse la donna colla seriet dun diplomatico in un congresso; e voi, che siete di mente acutissima, mi comprenderete subito senza chio abbia bisogno di spiegare troppo diffusamente e troppo minutamente le mie idee.
Linglese inchin leggermente la sua rigida persona, aggrott le folte sopracciglia nel lavoro di concentrazione delle sue facolt mentali, e stette immobile, senza batter palpebra, ad ascoltare.
Il Gabinetto di Vienna  stanco di questa continua agitazione in Italia, mantenutavi dai diportamenti del Piemonte, la quale, bench sorda e impotente a ogni fatto pure turba il quieto andamento della sua politica. Vuole, appena resosi un conto precisamente esatto delle condizioni vere della penisola, dei mezzi e dei propositi della rivoluzione, dei rapporti fra le sette e il Governo subalpino; vuole, dico, agire risolutamente per finirla una buona volta. Il principe K. mi ha pregata di rendergli il servizio di percorrere lItalia a questo scopo e fargli pervenire la verit, proprio tale e quale. Le informazioni gi comunicatemi da Vienna, le referenze che il principe medesimo mi pot dare, e, lasciate chio lo dica pure, la mia non inetta attivit, mi posero in grado di apprendere a questo riguardo pi di quanto sappia altri al mondo, di sapere forse tutto quello che  da sapersi a questo riguardo.
Ebbene? Ebbene? fece linglese interessatissimo.
Ebbene, ecco la mia convinzione. I rivoluzionari non potranno mai fare nulla che valga ad atterrare il dominio delle attuali signorie, finch lAustria possiede una parte dItalia. Mancano di mezzi e mancano anche deroismo per ci. Quelli che son pronti a morire per la patria non sono forse pochi, ma non sono molti neppure, e converrebbe per trionfare che fossero tali tutti glitaliani. Il Piemonte lusinga vanamente gli spiriti liberali delle altre regioni: esso non sar mai cos folle da scendere unaltra volta solo in campo contro lAustria, e se lo fosse, gli avverrebbe di nuovo quel che gi gli avvenne nel 1849. Ma le congiure che serpeggiano per lItalia, se non riusciranno mai a una vittoria in campo aperto, possono riuscire a qualche isolato colpo temerario di vendetta, dove basti il coraggio dun disperato o la pazzia dun fanatico. Il principe K. mi diede una lettera da porre sottocchio al duca di Parma... e gi glie lho mostrata... e forse ve ne avr detto qualche cosa egli stesso?
No, rispose Tommaso W...
E in quella lettera lo avvisa che qui stesso, nella sua capitale, si ordisce una congiura intesa ad assassinarlo.
Linglese diede in una scossa.
Impossibile! esclam. E il Pancrazi non ne saprebbe nulla?
Ve lho detto che ne sanno di pi a Vienna.
E i particolari?
Questi signorano ancora: e questi nel mio disegno dovremmo essere noi a scoprire e a rivelare al principe... noi due, se riusciremo a metterci daccordo.
Cos dicendo essa lo guardava in modo da far nascere pensieri peccaminosi a qualunque SantAntonio.
Sir Tommaso mand quel suo grosso rifiato che poteva essere interpretato per un sospiro, e con tutta la elegante galanteria di cui fosse capace la sua rigida persona e il suo passato da cozzone di cavalli, prese la mano di lei e la baci.
Con voi, disse, io sar sempre daccordo. Non avete che da comandare e io obbedir.
Forse voi avete gi capito qualche cosa delle mie intenzioni?
Forse s! rispose linglese il cui occhio mand un lampo vivo dintelligenza: ma se non vi rincresce spiegarvi anche meglio, ve ne sarei grato.
Mi spiegher chiarissimamente. Voi pei vostri meriti (il W... sinchin) per la vostra finissima accortezza, (laltro sinchin di nuovo e pi profondamente) avete saputo acquistare un grande influsso sul padre del nostro duca, e poi su costui medesimo, tanto da potere a vostro talento guidare lamministrazione non solo del patrimonio privato di ambedue, ma del ducato eziandio.
Linglese interruppe con quella sua soffiatina:
Eh! non tanto quanto forse pare e quanto molti credono...
Ecco! aggiunse sollecita, di rimbalzo, la donna. Io appunto do fede a codesta vostra modesta riserva; e vi dico che bisognerebbe fare in guisa che fosse in realt quanto apparisce e avesse ragione chi crede alla assoluta autorit del vostro influsso.
Gli occhi di Tommaso brillarono, brillarono: ma egli non fece altro che mandare unesclamazione.
Ah!
Qui, ora, codesta vostra influenza  molto combattuta...
Lo sapete? esclam vivamente linglese.
Eh! fece la donna con un maliziosetto sorriso pieno di grazia: ve lho gi detto e ridetto che da Vienna si sanno tante cose!... Il conte Anviti vorrebbe esser lui solo a volgere lanimo del principe...
 vero: balbett linglese coi denti stretti.
La duchessa, lasciata cos sprezzosamente in disparte, non si rifiuterebbe a compire qualche atto per acquistarsi un poco di quellautorit che le si crede dovuta.
Oh la duchessa non  da temersi...
Chi sa!... Ella  molto in buone relazioni col maresciallo Radetski e col Ministero viennese... E se poi il duca mancasse ed essa diventasse reggente...
Goddam! si lasci scappare sir Tommaso.
Dunque a voi che cosa conviene? Che il duca sia salvo, che rimanga dalla sua salvezza sempre pi obbligato a voi, che fra le donne le quali hanno impero su di lui, quella che lo abbia maggiore, che sia tale da saperselo acquistare quasi unico, quasi esclusivo, sia amica vostra.
Il W... con un moto brusco e vivace prese la destra della baronessa, la strinse, la port alle labbra, la baci con ardore di passione.
Vi avevo indovinata: disse: ora vi ho compreso per laffatto. Vi comprendo e vi ringrazio. Voi siete la donna fatta per ci e io sono luomo che vi pu servire meglio di qualunque. Lega assoluta fra di noi; e il principe, lo Stato, tutto sar nelle vostre mani, e io mi rider di ogni cabala ordita a mio danno, e voi non avrete a temere n rivali n ostacoli di nessuna specie.
La donna lo interruppe con un leggero accento di superiorit.
Va bene: vedo che avevo pensato giusto calcolando sul vostro concorso. Mostreremo al duca che noi soli lo abbiamo salvato dallassassinio; lo persuaderemo facilmente che noi soli siamo capaci di salvarlo in avvenire; lappoggio di Vienna io lavr sempre maggiore per mezzo del principe K.; quanto allinflusso che possano venire ad esercitare altre donne... ci penser io.
Sorrise ed occhieggi in modo trionfante come donna sicura della vittoria.
S certo; disse linglese con vera ammirazione, ribaciandole la mano; Voi siete impareggiabile. Dite dunque i vostri patti, io sono pronto a sottoscriverli.
Qualunque siano?
Qualunque siano.
Ebbene, di patti non ve ne faccio che uno solo: voi non farete nulla senza venirmi a consultare, ommetterete tutto quello che vi proibir e ubbidirete cecamente a quanto mi piacer suggerirvi.
 molto!
Ah! se non vi piace...
Sarebbe poco, sarebbe nulla, soggiunse il W... facendo gli occhi di pesce morto, se a compensarmene si incaricasse non lassociata politica, ma la donna...
Essa gli sorrise e con atto pieno di vezzo lusinghiero del capo e delle spalle, disse furbamente:
Chi sa?
Dunque quando vogliamo cominciare? domand con ardore il ministro.
Subito.
Bisogner che voi mi comunichiate tutto quello che sapete e che mi diate gli elementi per poterne scoprire di pi.
E voi aiuterete il capriccio, che ha per me il principe, perch diventi passione?
Credo di avere assai poco o nulla da fare per ci; a ogni buon conto comincer stassera medesima, e sapr in avvenire mantener viva la fiamma.
Ebbene, eccovi il regalo di prime importantissime informazioni. C una frotta di giovani che si raduna di notte in una povera casa duna via delle meno frequentate, e l con giuramento si sono votati tutti a abbass la voce ad ammazzare il duca.
E voi conoscete il ricapito di quella casa?
Lo conosco.
Me lo direte?
S, quando sapr che cosa intendereste di fare.
Accerchiare coi gendarmi quella casa quando ci sia adunanza e pigliare in una tutti i congiurati...
La Zoe scosse il capo con un sorriso burlatore.
Male, male, mio caro alleato. Coloro negheranno tutto; non c riga di scritto: non esiste ombra di prova e non farete bella figura: bisogna lasciarli fare finch la cosa sia presso al compimento e coglierli poi tutti quando abbiano cominciato ad operare.
Avete ragione.
Mi promettete dunque anche qui di non far nulla, finch io ve ne dica?
Ve lo prometto.
Eccovi lindirizzo: strada X, casa N... presso una vecchia di nome Antonia, che fu gi levatrice.
Per una strana combinazione del caso quello era appunto il luogo dove era alloggiato e dove aveva preso stanza, ogni qual volta era venuto a Parma, lusuraio Matteo Arpione.
Dopo aver parlato ancora assai e vivamente, sir Tommaso W... salz come per prendere commiato; ma invece si ferm innanzi alla baronessa, gli occhi grigi lucenti come carboni accesi.
Finora, disse, non c stata meco che lalleata politica... Quando potr esser tanto felice di trovare la donna?
Essa si alz, e pose le sue due mani in quelle nervose, agitate, bollenti dellinglese.
Quando questi si part, unora dopo, essa lo segu con uno sguardo pieno di scherno e di disprezzo.
Oh gli uomini! mormor fra s, tutti burattini che si fumo muovere come piace, chi sappia tirarne i fili.
Quindi per mezzo del fidato Michele mand a dire al direttore generale della Polizia che si recasse da lei quella stessa sera, prima chella andasse a teatro.
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Capitolo 41.
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Il Pancrazi era venuto, colle solite precauzioni per mantenersi incognito, esatto al convegno, e trovavisi solo collavventuriera nello stanzino dabbigliamento di lei, gi bella e pronta per andarne allo spettacolo dellopera.
Lacconciatura della Zoe era affatto diversa da quella con cui sera mostrata la prima volta alla curiosit dellelegante societ parmigiana. Una veste nera con ornamenti di color rosso di fuoco, faceva spiccare maggiormente la candidezza della carnagione; sulle treccie semplicemente annodate in capo, ma ricche del loro volume, una sola gala di velluto nero, in mezzo a cui una rosa color di sangue; un nastrino di velluto nero disegnava mirabilmente la base del bellissimo collo e lasciava pendere su quel petto di s leggiadra modellatura una croce di rubini; rubini alle orecchie, braccialetti di rubini ai polsi; nelle mani inguantate di grigio perla un ventaglio di tartaruga tempestato di rubini nelle due stecche maggiori.
Ella stava dritta innanzi al grande specchio posto sopra il caminetto, e secondo il solito vi studiava per entro la sua fisonomia e le sue mosse, pur parlando ed ascoltando; mentre il suo interlocutore, seduto sopra una bassa poltroncina presso al fuoco, chinato verso questo, batteva colle molle i tizzoni, in atto di famigliare abbandono e insieme di pensosa preoccupazione.
Io vi capisco bene, Zoe, diceva egli, voi volete avere pi corde al vostro arco, perch, se una manca, possiate ancora servirvi di qualche altra; ma badate che molte volte il giuoco non riesce e torna in danno di chi lo tenta.
Lo so: interruppe la donna con una bruschezza impaziente: e appena mi sar assicurata che una di queste corde sia buona, spezzer tutte le altre per attenermi a quella; e anzi sapr trovar modo che il gttito delle inutili mi afforzi la buona. Quella congiura, voi stesso me lo avete assicurato, non ha fin adesso nulla di veramente serio; non posso fidarmici; e io star a vedere. Piglia consistenza e forza? laiuter a riuscire; si perde in fremiti paurosamente segreti e buoni da nulla? io getto tutti quegli sciocchi in gola al duca, ne acquisto maggior fiducia, ne svio i sospetti e mi faccio pi aperta e pi facile la strada.
Benone!... esclam luomo sempre battendo i tizzi: non si pu dire che abbiate troppi scrupoli...
Ah quando si vuole arrivare a una meta! proruppe la donna con una disdegnosa fierezza.
E quellaltro? domand il Pancrazi dopo una breve pausa.
Chi? Il Camporolle?
Il direttore di Polizia accenn di s.
Ah! riprese la donna con accento di trionfo:  su di lui che ho fondate le maggiori speranze. Bisogna sapere destare e irritare le passioni in un uomo per...
Fargli perdere ogni lume di ragione: interruppe insolentemente Pancrazi, e fargli commettere qualunque pazzia... Voi quel poveretto lavete gi quasi ridotto a quel punto.
La donna fece col capo un segno affermativo accompagnato da un feroce sogghigno.
Lo farete entrare nella congiura?
Forse! Un giuramento, a unanima come quella, sar nuovo stimolo... e ad entrarci volenteroso lo spingeranno i mali tratti del duca che egli ricever, ne son certa, questa sera medesima in teatro.
Avete lavorato per ci?
S.
E poi? Entrato nella congiura?...
Sar lui che spontaneo soffrir a compire quello che gli altri non hanno tanto fegato da tentare... E io glie ne dar occasioni... qui... dove far venire colui: dove il furore della gelosia accrescer in quel giovane di carattere bollente limpeto dellira e la ferocia dellodio.
Va bene: disse freddamente quelluomo, curvandosi vieppi sul fuoco e tormentando i tizzoni.
Successe una breve pausa.
E dopo? susurr quindi il poliziotto con voce bassa bassa, ma che pure ella ud e comprese benissimo. Volete che sia perduto?
La trista donna scosse le spalle: il Pancrazi fece un sardonico sogghigno.
Avrete spremuta larancia, disse: che vimporter della buccia?... Ma io vi dico che sar necessario il salvarlo; per voi... e per me.
Ah! fece freddamente la donna.
S, signora, per me: ripet luomo con qualche calore. Io vi ho promesso e vi ho dato il mio aiuto, ma non voglio darvi la mia vita.
Zoe si aggiust la rosa ne capelli.
Codesto  affar vostro: star a voi il provvedere.
Provveder: ma ricordatevi che voi mi ci avete ad aiutare, e quindi che dovrete fare quanto io vi dir a questo effetto.
Lo far, se ci trover la mia convenienza: disse superba la donna.
Pancrazi lev vivamente la testa, e que due si guardarono un poco, fissi, gli occhi negli occhi: un incrociarsi di sguardi da demoni.
Voi non dovreste obliare, riprese lentamente luomo, pesando sulle parole, che voi e i vostri disegni, e tutti i mezzi che sperate di porre in atto, sono nelle mie mani, e che io posso distrurli, schiacciarli... e voi prima!
Ella si volse di scatto verso di lui.
Ah sarebbe orribile!... Eppur s, ne sareste capace.
Voi lo siete pure di perder me!
Non perdiamoci n lun n laltro; soggiunse la donna sorridendo un po forzata: continuiamo a camminare daccordo... Far tutto quello che mi direte.
Va bene!
Il direttore di Polizia si curv di nuovo verso il fuoco, e si stette un altro poco in silenzio tuttedue.
Fu luomo che ricominci dopo un poco il discorso.
S gi detto fra di noi che sarebbe opportuno, il duca irritasse viemmaggiormente certi alti sdegni e rancori.
Ah! la duchessa?... susurr Zoe.
Voi potreste... e dovete sapere ottenere codesto.
La donna chin il capo in atto di affermazione e di consentimento. Si scambiarono di nuovo uno sguardo, ma ora con ben altra espressione: si erano capiti e si trovavano perfettamente daccordo.
Voi dunque avete pur mezzo di avviare e continuare attinenze segrete anche col?
 cosa fatta: disse freddamente il poliziotto: e salz con unaria di contenuta soddisfazione, da modesto trionfatore. Poscia, volte le spalle al fuoco, mut subito discorso, dicendo con un certo tono di leggerezza:
Unimportante e curiosa serata questa a teatro! Ci sar da divertirsi, e ne potranno avvenire chi sa quali gravi conseguenze. Voi sapete certo quel che accade?
Non so niente.
Ed  pure importante che ne siate infarinata. Quella nuova ballerina venuta da Milano, e per cui si sono battuti quei due matti ufficiali, uno austriaco, laltro piemontese, ha dato nel genio anche a S. A.
Ah davvero?
Gi era da pensarsi. Gli sarebbe piaciuta ad ogni modo, perch la  belloccia; ora poi, con quel tanto di spolvero che le diede la rivalit dei due ufficiali, venne ancora stuzzicata la curiosit viziosa del principe... A farla breve, il duca lebbe seco tutto il giorno ieri, e oggi spinse la mattina fino a menarla a spasso al fianco in breack, che conduceva egli stesso, per le strade di Parma.
Che razza di principe! esclam Zoe con disprezzo.
Tutta la citt ne  indignata; la giovent, fra cui corse voce essere colei venuta qui accompagnata da un ufficiale austriaco, si  proposto di dare a lei una buona lezione e di fare in pari tempo uno sfregio al duca, fischiandola questa sera senza misericordia.
E il duca lo sa?
Non sarei un buon direttore di Polizia, disse Pancrazi col suo ironico sogghigno, se non lavessi informato esattamente.
Ed egli?
 andato su tutte le furie. Per poco non ha ordinato che lartiglieria e la cavalleria fossero radunate sulla piazza e il teatro fosse invaso da tutto il suo glorioso esercito. Gli feci capire che era meglio cogliere al laccio i malintenzionati, non mostrando nessuno sfoggio di forza, ma riempiendo la platea e il loggione di gendarmi travestiti e di agenti subalterni e spie. Quando si fischier, costoro abbrancheranno i fischiatori, li trascineranno in prigione... e chi pu dire che confusione e parapiglia ne nascer, e qual nuova messe di odii per colui!
 giusto! Sar davvero una serata divertente... Oh non ci mancherei per nulla al mondo. Ve ne andate?
S, vado appunto a disporre i miei uomini per la battaglia di questa sera.
Michele?
 qui sotto.
Mandatemelo su un momento.
Michele venne: ebbe collavventuriera un colloquio di dieci minuti.
Mezzora dopo la baronessa di Muldorff compariva a teatro nel medesimo palchetto che aveva la prima sera, quasi in faccia a quello in cui stava gi, impaziente, nervoso, un po pallido, il conte Alfredo di Camporolle.
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Capitolo 42.
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Affollatissimo era davvero il teatro, e tutto in preda a una sorda agitazione che pareva foriera e annunziatrice di qualche guaio. Nella platea notavansi gruppi di giovani dallaria risoluta e irritata, e dal loggione si sporgevano in fuori certi cappelli senza salda sotto la cui tesa tormentata brillavano sguardi audaci e apparivano faccie animate. Il chiacchiericcio che in tutti i teatri dopera italiani ha barbaramente luogo mentre si rappresenta il melodramma, era quella sera ancora maggiore del solito; aveva anchesso un non so che dinquieto, di turbato, di curioso; di tratto in tratto esso taceva subitamente, gli succedeva un silenzio che avreste detto pieno daspettazione e gli sguardi dellaffollato pubblico si rivolgevano tutti sospettosamente curiosi verso il palchetto in cui il duca, venuto ancora pi presto del solito, in mezzo allusato suo seguito di cortigiani, ciarlava, sghignazzava, movevasi pi agitato, pi chiassoso, pi petulante dogni altra volta.
Egli aveva cambiato il palchetto, era a quello del proscenio di destra e cos trovavisi in faccia alla Muldorff: lo aveva fatto apposta, avidamente desioso di vedere quella donna e osservare che contegno tenesse. Di l il duca non poteva scorgere Alfredo n esserne visto. Intorno gli stavano, come sempre, lAnviti, sir Tommaso, gli altri ordinari adulatori, e in fondo al palchetto, quasi appiattato, pronto a ricevere gli ordini del principe e a farli eseguire, il direttore della Polizia, Pancrazi.
La comparsa della baronessa fece anche quella sera un grande effetto, bench lambiente fosse cos stranamente irrequieto. Tutti i cannocchiali, s degli uomini che delle donne, si volsero a quella parte; un susurro dammirazione, dinvidia corse per quella fitta ressa di teste, per quelle file eleganti di bellezze agghindate. Carlo di Borbone lasci sfuggire una delle parolaccie del suo dizionario di bestemmie e sconcezze, e piant fissa la mira del suo cannocchiale sulle spalle della bella donna.
Dico sulle spalle, perch essa, con una noncuranza disdegnosa, venne a sedersi al parapetto voltando la schiena al palco e degnandosi appena di guardare fugacemente col suo cannocchiale di tartaruga qualche acconciatura di signora qua e l. Il duca aveva una smania da non dirsi, di vederla in viso e sarrabbiava di non poterlo: avrebbe volentieri mandato lAnviti o qualcun altro dei suoi cagnotti a comandarle di voltarsi verso di lui; ma la conosceva abbastanza per prevedere che simile comando sarebbe stato inutile, e che quella capricciosa, impertinente creatura, sarebbe piuttosto partita senzaltro, che obbedirgli, se non le garbava.
Ma intanto quellattenzione universale che poteva dirsi ammirativa, gli faceva capire quanto ella avesse di seduzione, e a confermare ed accrescere leffetto che ei gi ne provava, ecco suonargli vicino un grosso sospiro, quasi affannoso: si volse il duca e si trov allato sir Tommaso W... che si sporgeva innanzi per poter veder meglio anche lui quelle candide spalle.
Ah che donna! mormor linglese. Una donna come quella io non lho vista mai... Non  soltanto una bellezza,  qualche cosa di pi,  una seduzione: senza contare che ha una testa la quale vale quelle di due uomini furbi. Che si facciano pazzie per una creatura simile, ecco, lo capiscono tutti.
Per bacco che entusiasmo! esclam il duca con una risatina a suo modo: vuol dire che ne faresti anche tu di pazzie, mio vecchio Tommaso?
Questi rispose con un sorriso e con una di quelle sue soffiate da mantice.
Tu sei andato a vederla quella p... duna serpe seducente?
S, altezza: rispose il W. a bassa voce nellorecchio del principe: e ne ho apprese cose dimportanza di cui avr lonore dintrattenerla.
Il Borbone interruppe col suo riso sguaiato:
Non mi vorrai far credere, vecchio peccatore, che non avete parlato daltro che di politica con quella birbona.
Oh! Ella ha tali contegni, ha preso modi e tratti da gentildonna, cosiffatti, che non incoraggia davvero.
Sicuro! interruppe il duca accrescendo il suo riso sguaiato. Una virt fenomenale!... Che! Una santa da beatificare! Per edificarti di meglio, mio ingenuo e virtuoso Tommaso vuoi sapere il nome di colui che pass con lei laltra notte?... Quello dellamante di ieri la mia brava Polizia non me lha saputo dire: ma ci sar pure stato, va l. Interroga Pancrazi e saprai.
Il direttore della Polizia, che aveva udito menzionare il suo ufficio e poi pronunziare il suo nome, saccost pian piano; e il duca che lo vide, gli disse con quel tono beffardo:
Suvvia, tu che sei fatto apposta, ripeti un poco chi  che laltra notte quella famosa baronessa di Muldorff si tenne chiuso in camera?
Il conte Alfredo Corina di Camporolle: rispose freddo e impassibile come un automa il direttore della Polizia.
Questa notizia non parve produrre piacere n anche nel flemmatico inglese: strinse le labbra, croll il capo, soffi forte e disse:
Quel bellimbusto  un mariuolo ben fortunato.
S davvero! esclam il duca non senza qualche dispetto. Con quellaria di ragazza stupida, che pare buono n anche a fumare un sigaro n a masticare un sacrato! Di che cosa vanno a incapricciarsi le donne!... E quelle l ancora che devono intendersene... Dicono che quel pulcino bagnato sia ricco; alla croce di Dio, per quante vistose rendite abbia, spero bene che potremo sempre spendere pi denaro noi... col tuo aiuto, sir Tommaso, mio abile ministro di finanze.
Ma in quella i colpi battuti dal capo orchestra sul leggo annunziarono che si stava per cominciare a suonare, e un moto, un mormorio, una specie di brivido corse per tutto il teatro. Era il ballo che doveva principiare, e tutti sapevano che durante il medesimo avrebbe avuto luogo qualche torbido.
Ah zitto! comand il duca stesso ai suoi seguaci. Siamo al buono. Pancrazi, tutte le disposizioni sono prese?
Il Pancrazi sinchin profondamente in segno di rispettosa affermazione.
Carlo di Borbone appoggi allargati i suoi gomiti al parapetto della loggia, si sporse bene in fuori per farsi vedere e per vedere egli tutto quel pi che potesse del teatro e della folla degli spettatori, fece scorrere in ogni parte il suo sguardo insolente, provocatore, minaccioso; ma anche dalla platea e dal loggione si saettavano verso di lui occhiate piene di rabbia e di odio. Il telone si alzava in mezzo ad un silenzio, quale nessun celeberrimo artista di canto ha mai saputo ottenere da un pubblico italiano, per far sentire la sua cavatina.
Le prime scene dellazione coreografica passarono senza incidenti: si notava per una certa impazienza nel pubblico e veniva crescendo lirrequietudine: finalmente venne il tempo del passo a due, in cui la ballerina milanese doveva comparire. Il duca si sporse ancora pi avanti e fulmin tuttintorno unaltra sua occhiataccia come per intimazione. La Carlotta usc fuori col suo guarnellino corto, le labbra sorridenti, ma gli occhi un po inquieti e la faccia un po pallida. Vi fu un alto silenzio. Forse a quel momento, vistisi osservati e accerchiati da poliziotti, i giovani venuti per fischiare sentirono mancarsi il coraggio. Ciascuno aspettava che un altro cominciasse; e questaltro non trovandosi, la ballerina pot venire alla ribalta e cominciare i suoi passetti.
Ah, ah! fece il duca trionfalmente, rivolgendosi ai suoi. Vedete che cenci bagnati sono tutti codesti bravi miei rivoluzionari di Parma! Non uno che osi zittire! Cheti e mansueti come tanti agnellini di cartapesta. Scoppi in una risata. Par di essere in una chiesa piena di devoti!... Se lo sapeva io!... E vorrei che ci fosse ancora qui quello sciocco di von Klernick perch ne dicesse le novelle al maresciallo; ma quello stupido s andato a far tagliare la faccia da un pigmeo di piemontese!
Il duca rideva e parlava tanto forte che la sua voce, se non le parole, e il suo riso furono intesi per tutto il teatro, come da tutti fu vista le petulante aria di scherno e di trionfo che aveva sulla sua faccia antipatica. Lirritazione crebbe; ma come se non bastasse ancora, per ferire vieppi il pubblico risentimento, il principe allung ben bene le braccia fuori del palchetto, si mise ad applaudire e a gridare colla sua voce chioccia: Brava! Brava! e tutti quelli che erano nel palchetto con lui ad imitarne lesempio.
Nel pubblico corse un fremito, come di stupore, per un momento si stette in silenzio, e quegli applausi di pochi suonarono per la vasta sala non contrastati: poi a un punto, dal loggione, nella parte opposta a quella dove si trovava il duca, part un fischio forte, fermo, acuto, sonoro, lungo. Carlo terzo alz vivamente il capo a guardare col: vide la faccia energica di Pietro Carra che teneva una grossa chiave bucata alla bocca.
T! esclam. Quel birbone del mio sellaio!... Che cosa gli salta a quel miserabile?...
Ma non ebbe tempo a continuare; quel fischio aveva rotto il ghiaccio; da varii altri punti del loggione, della platea scoppiarono sibili, urli, e in mezzo ad essi una voce forte che grid: Abbasso laustriaca!
Il duca si lev in piedi con impeto, rosso in volto come un galletto e facendo rotare minacciosamente quelle sue vitree pallottole di occhi, fulmin tutto il pubblico duno sguardo da Nettuno sdegnato contro i flutti in tempesta; ma n la sua mossa, n il rosso della sua collera, n il lampo delle sue pupille non valsero a racchetare luragano; i fischi, le vociaccie, i grugniti, gli abbasso, si scatenarono della pi bella, coprirono col loro rumore quello della musica, vennero a percuotere come unonda dinsulti non solo la faccia imbellettata della ballerina, ma la fronte corrugata e i lineamenti contratti per isdegno del principe. Lagitarsi dei gendarmi travestiti e dei poliziotti frammisti al pubblico per islanciarsi sui fischiatori, afferrarli, trarli fuori di teatro, accrebbe il tumulto, facendo nascere un generale parapiglia. Gli agenti della polizia a procedere troppo manescamente al solito, e da parte degli spettatori, grida, proteste, contrasti, rampogne indignate, qua e l qualche colluttazione. Le donne strillavano e accrescevano lurlo: i timidi volevano fuggire e aumentavano il ribollimento, la confusione, lo sconquasso.
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Capitolo 43.
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La Carlotta, causa o meglio pretesto di tutto quel baccano, aveva dapprima tentato di far fronte al temporale, aveva seguitato a ballare col suo sorriso stampato sulle labbra; ma lorchestra, bench continuasse a suonare, non si sentiva pi, pareva che gli archetti dei violini per ischerno seguitassero ad agitarsi senza produrre rumore; la povera ballerina divenne pallida pallida pur sotto il belletto, gli occhi le si intorbidarono, e cessato a un tratto di danzare, corse verso le quinte scoppiando in pianto. Limpresario venne mezzo fuori a far capolino, vide quel fragoroso tumulto che pareva dover inabissare il teatro, perdette la bussola e diede ordine senzaltro che si abbassasse il telone. Il quale venne gi lento lento in mezzo a quel chiasso indiavolato; e i suonatori dellorchestra sbalorditi, assordati, si levarono in piedi e presero a riporre i loro strumenti, con premuroso desiderio di battersela; ma in quella il direttore alz per fortuna gli occhi verso il palchetto dove era il principe. Questi da rosso era diventato pallido per ira, si agitava sempre ritto al parapetto e moveva le labbra certo a saettare comandi, che in quel fracasso non si sentivano. Ma dal moto violento delle braccia principesche, il capo orchestra e i suoi seguaci capirono che S. A. voleva che nessuno di loro si movesse da posto, e con malcontenta umilt si rassegnarono a rimanere ed a riprendere i loro strumenti.
Il duca si volse allinterno del palchetto e con labbra tremanti chiam:
Pancrazi!
Questi era a due passi da lui e sinchin profondamente.
Carlo terzo, con voce che lira mozzava, tormentando colla mano convulsa il cannocchiale, come se stesse per lanciarlo al capo di colui al quale parlava, disse:
Questo scandalo non avrebbe dovuto succedere... Dovrebbe essere impossibile in Parma, nel Nostro teatro!... innanzi a Noi!...  una vergogna,  uninfamia
Altezza, rispose il poliziotto senza scomporsi, tutte le disposizioni possibili erano state prese...
Male! interruppe con pi irosa bruschezza il principe. Se aveste fatto a dovere, s brutte cose non si vedrebbero... Ora andate, agite, provvedete; quegli insolenti abbiano una buona lezione, fateli trattare da villani ribelli, come sono, fate loro assaggiare il gusto delle manette e gli agi delle prigioni in fortezza... Animo, senza riguardi, senza sciocchezze di buone maniere.
Proceder con tutto il rigore: disse il direttore di Polizia, avviandosi.
Il duca gli grid dietro:
Se fra cinque minuti tutti questi botoli che ringhiano non sono ridotti al dovere, guai a voi!
Pancrazi si volse ancora a fare un inchino al principe come affermazione della sua pronta ubbidienza e spar.
Carlo terzo comand al colonnello Anviti:
Tu va subito da quellasino dimpresario, digli che faccia riprendere il ballo, e se qualcuno di quei cani dartisti manca, io caccio in prigione lui, limpresario, per primo, e il mancante, chiunque sia.
LAnviti corse come un fulmine.
Il duca si rivolse di nuovo verso il pubblico. In mezzo al tafferuglio sempre maggiore un fischio s acuto e potente da farsi distinguere, veniva gi da quel punto del loggione donde era partito il primo; era Pietro Carra armato della sua gran chiave.
Quello scellerato dun sellaio! esclam il principe. O che non son buoni a pigliarlo?
E in quel momento appunto due gendarmi vestiti da borghesi, fattivi strada a spintoni in mezzo alla folla, furon sopra al sellaio e gli gettarono le loro mani sulle spalle ad abbrancarlo.
Pietro Carra, robusto e colla forza accresciuta dallindignazione, sorgendo di scatto in piedi, ributt da s gli aggressori con un forte pugno nello stomaco per ciascuno. I due gendarmi traballarono e sarebbero caduti sotto quellurto violento, se la compattezza della folla circostante non li avesse tenuti su.
Ah! scellerato! birbante! gridarono: vi ribellate alla forza pubblica! Siamo gendarmi di S. A.
Il sellaio non istette l ad ascoltare i loro rimproveri e le imprecazioni; ma trammezzo alla calca degli spettatori, che compiacentemente fecero del loro meglio per lasciargli il varco, scavalcati con agilit da ginnastico i banchi che aveva di dietro, sgattaiol e in due salti fu al corridoio della scala per scendere alluscita. Il numero degli agenti della Polizia era per troppo perchegli potesse scapparla: al grido dei gendarmi: arrestatelo, arrestatelo, si gettarono in cinque o sei dietro al fuggente; questi pot pure sbarazzarsi del primo che gli capit dinanzi, mandandolo a gambe levate; ma in quattro gli piombarono addosso, lo afferrarono, lo percossero, lo gettarono a terra e lottante invano, dopo pestatolo senza piet, tutto illividito e sanguinoso, lo ammanettarono e a spintoni, a calci, a pugni nelle spalle e nei fianchi, muto, ma terribile nello sguardo, ma schiumante di rabbia la bocca, lo trasportarono quasi di peso alle carceri della Polizia.
Meno male! disse il principe. Hanno preso quel matto di Carra... Che cosa gli  saltato a costui di pigliarsela a quel modo contro la Carlotta? Un po di ombra quieta della prigione e due o tre giorni di pane ed acqua gli metteranno in calma il cervello.
Lo sguardo del duca, scendendo dal loggione, si ferm al terzordine dei palchetti, su quello della Zoe. Lo spettacolo che ci vide, dovette essergli assai poco gradevole, perch si morse le labbra e le sue guancie tornarono ad arrossarsi di sdegno.
Innanzi alla seducentissima donna, era venuto a sedersi il conte di Camporolle, ed essa gli parlava, lo guardava, gli sorrideva, aveva per lui le moine e gli attucci amorosi ed ammirativi, lo ascoltava rapita, tutto come suol fare una donna innamorata verso luomo che regna sul suo cuore.
Era essa che, dopo avergli ammiccato civettescamente tutta la sera da lontano, gli aveva fatto lusinghiero cenno di andare da lei. Ad Alfredo non era venuto neppure il pensiero di non obbedire; era corso: e ora trovavisi l, avvolto le gambe dalle onde leggere, profumate, quasi tepenti della gonna di lei a svolazzi e balzane, avvolto la persona tutta dallonda magnetica dello sguardo di quelle pupille di magico influsso. Parlavano vivacemente; almeno era lei che discorreva con allegra animazione, e probabilmente dei fatti che avvenivano; ella rideva maliziosa: parve al principe che una sguardata schernitrice di lei venisse di sottecchi ad avvertirlo che gli era pur anche di lui, anzi principalmente di lui che si rideva.
La rabbia del principe era intensa, quando sopraggiunse il direttore della Polizia, il quale collaria soddisfatta di un buon funzionario che ha compito con zelo e con buon frutto il suo dovere, gli disse:
Altezza, ne abbiamo arrestato una trentina; tutti o quasi tutti i rei sono nelle nostre mani.
Va bene! grid il duca secco secco, e lo grid tanto forte, che fu inteso da buona parte del teatro in cui ora regnava un silenzio di tomba. Tutti in fortezza, a pane e acqua... fino a nuovo avviso.
Il Pancrazi sinchin.
C uno degli arrestati, soggiunse poi, il quale ha osato rivoltarsi contro gli agenti di V. A...
Il mio sellaio eh? chera lass nel loggione? interruppe il principe sempre ad alta voce. Birbante! Miserabile! Non sa che lultimo dei nostri agenti rappresenta Noi?... Sia messo ai ferri corti subito!...
Per quante ore? domand il direttore della Polizia.
Fino a nuovo avviso: ripet il duca.
Il poliziotto part per andare ad eseguire gli ordini ducali.
La elegante sala del teatro era rimasta mezzo vuota; quasi tutti tacevano impauriti: appena se qua e l si faceva sentire qualche bisbiglio di voci sommesse: non cera che il palchetto della baronessa di Muldorff da cui si udiva un gaio chiacchericcio con qualche risatina. Carlo terzo si mordeva le labbra con un dispetto ogni momento maggiore.
Ma che cosa fa quellimpresario della malora? esclam ad un punto. Ho ordinato che il ballo si riprendesse: dunque avanti, presto.
Ed ecco appunto in quella presentarsi limpresario tutto umile e tremante ad annunziare essere impossibile far ballare la Carlotta, perch questa sera svenuta, e ora appena tornata in s dichiarava che non avrebbe potuto far nemmeno un passo, per tutto loro del mondo.
Il principe mand una bestemmia, quale pu uscire dalla bocca dun carrettiere ubbriaco e disse: Vedremo se non baller questa smorfiosa... Vado a persuaderla... e giuraddio!
Con passo concitato, e seguito dallimpresario tremante, discese dal palco scenico ed entr con impeto nel camerino della danzatrice.
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Capitolo 44.
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La Carlotta giaceva abbandonata sopra un sof, il busto mezzo slacciato, la pettinatura disfatta, le lagrime negli occhi, gemente come una donna che sta per morire o poco meno; intorno le si affaccendava la vecchia che soleva farle laccompagnatura dappertutto, e le metteva sotto il naso vasetti ed ampolline di profumi e di sali, e le bagnava con una pezzuola umida dacqua di colonia le tempia e le narici.
Carlo terzo entr come un buffo di vento da temporale, facendo suonare forte nel passo i suoi talloni, mordendosi i peli dei baffi, rotando minaccioso gli occhi, e non si ferm che accosto al sof, dove stette, le braccia incrociate al petto, a guardare la ballerina, la quale, visto o non visto che lavesse, aveva trovato bene di rinchiudere gli occhi e di gemicolare pi di prima.
Via, sora Carlotta, grid limpresario di dietro le spalle del principe; si faccia coraggio... guardi chi c qui... (La ragazza non si moveva ed ansava dolorosamente). Tiratevi su, animo; aprite gli occhi, vi dico... seguitava limpresario, ed ella scuoteva languidamente il capo, per accennare che non poteva. Oh la vuoi capire, sciocca, che qui c S. A. medesima in persona! grid alla fine limpresario impazientato.
E il duca, dando uno spintone alla vecchia che gli stava dinanzi a premere sotto il naso di Carlotta una boccettina, proruppe col suo accento incollerito:
Che cos codesta commedia, giuraddio!... Su in gamba, pettegola, e subito, e fra cinque minuti a ballare sul palco scenico, o corpo del diavolo!...
Diede un pugno violento sul tavolino che era l presso e fece traballare i vasetti e le ampolle e le scatole che ci stavano su. La vecchia si ritrasse spaventata: la ballerina apr gli occhi e si lev un po su della persona, ma sospirando con un gemito di moribonda.
O cielo! esclam. O Altezza!... Io mi sento tanto male da morire...
Un corno: interruppe vivamente il duca: e sei proprio una sciocca senza sugo se credi che io mi lasci ingannare dalle tue smorfie. Su, in due colpi di mano rassetta pi o meno le tua acconciatura, e va a ballare.
Ah per carit! gemette essa: impossibile!
Ah signore Iddio! esclam la vecchia alzando le mani al cielo.
E il duca vltosi allimpresario:
 tutto pronto?
S, Altezza.
Ebbene va, e fa dare il segno di principiare.
Limpresario part di corsa.
Carlotta port ambe le mani agli occhi e scoppi in un pianto dirotto.
Presentarmi di nuovo innanzi a quel mostro di pubblico... a quelle bestiaccie che mhanno fischiata in tal modo... Dio! mi pare ancora di sentirli... No, no, piuttosto qualunque supplizio.
Ah s! appoggi la vecchia. La signorina  tanto sensibile!... Ne morrebbe.
Il duca le volse unocchiataccia che le mozz la parola in gola.
Tu devi sapere, bambina mia, disse poi alla Carlotta, che quando io dico voglio, non c da ribattere...
Oh Altezza, la prego, la scongiuro... Non mi sento davvero... Avessi ascoltato mio cugino Pietro e non fossi pi comparsa su queste malaugurate scene!
Tuo cugino Pietro! interrog il duca: chi ?
Pietro Carra...
Oh oh! il sellaio?
S, Altezza.
 tuo cugino?
Figliuolo duna sorella di mia madre.
E tha detto?
Che me ne andassi da Parma, che come amica dun austriaco mavrebbero fischiata, e lui per il primo...
E ha mantenuta la parola.
Dunque, Altezza, abbia compassione di me... Non mi faccia pi comparire innanzi a quei scellerati... Proprio non posso... le giuro che non posso.
La non pu: ebbe la cattiva ispirazione di aggiungere la vecchia in appoggio alla sua padrona.
Il duca le fu addosso come un basilisco, la prese alle spalle, la volt e con un calcio la mand fuori delluscio del camerino.
Al diavolo, vecchia strega.
La Carlotta si trov ritta in piedi, spaventata.
A chi dico? per la croce di Dio! urlava il duca. Voglio essere ubbidito, e non si creda pigliarmi a zimbello. Tu andrai a ballare, dovessi farti trascinare fin sul palco scenico da due gendarmi... e se mi contenti, avrai il regalo dun migliaio di svanziche.
O Altezza! esclam la ballerina con tono affatto cambiato, per ubbidire a Lei, per farle piacere, andrei anche nel fuoco... Mi permette che faccia tornare la mia donna di compagnia?... mi  necessaria per aiutarmi a vestirmi.
Venga la vecchia strega, e faccia presto e bene, e stia zitta.
Carlotta chiam la sua compagna, la quale venne tutta umile e saffrett intorno alla ballerina senza far nemmeno sentire il suo rifiato.
Il duca torn nel palchetto di prima, e subito dopo il telone si alz pel ricominciamento del ballo. Questo fu eseguito nel pi completo silenzio; la ballerina venne, danz, non vi fu il menomo rumore; lo spettacolo pareva aver luogo innanzi a un pubblico di morti. La bizza del principe non era ancora passata, anzi nemmeno diminuita; egli guardava soventissimo la loggia di faccia nella quale la Zoe si mostrava sempre pi amorosa e teneramente lusinghiera per Alfredo, e si mordeva con ira concentrata i peli dei baffi. Lazione coreografica non era ancora finita, quando si ripresent dal principe il direttore di Polizia a render conto degli ordini eseguiti e di certe informazioni attinte. Gli arrestati erano tutti in fortezza, il Carra era coi ferri ai piedi e alle mani; e dalle risposte date da qualcheduno dei prigionieri, da certi indizi, si poteva argomentare che la brutta scena di quella sera fosse leffetto di un complotto, che aveva trovato incoraggiamento e forsanco aiuto di denaro in alte sfere, presso certe auguste persone...
Questultima informazione era data dal direttore della Polizia con molte reticenze, con accorta peritanza e riserve, ma in modo da fare tuttavia effetto sullanimo del duca, il quale a un punto interruppe:
Suvvia, parlatemi chiaro, che faremo pi presto. Volete dire che la trama  stata immaginata nel circolo che attornia la duchessa?...
Oh no, non dico ci...
Almeno che vi fu approvata?
Si  forse saputo persuadere alla principessa, che per essere comparsa in pubblico con V. A., quella ballerina meritava una lezione...
Oh la duchessa  capace di averlo pensato essa stessa...  capace di ci e daltro... va bene... Ci ha da rimanere assolutamente fra di noi!
Non dubiti Altezza... Ho fatto il mio dovere, dicendo a Lei tutta la verit; ora se V. A. crede, io potr molto facilmente far dileguarsi ogni traccia di questa verit.
E sar meglio! disse risolutamente il duca, e fece un cenno di congedo.
Pancrazi part.
Carlo terzo si rivolse verso il pubblico e rivide le sempre maggiori moine che Zoe prodigava al conte di Camporolle.
Anviti, disse bruscamente, come in uno scoppio di dispetto. Va da quel figurino di Camporolle e intimagli lordine di venir subito qui a sentire quello che abbiamo da dirgli.
Il colonnello di gendarmeria obbed colla umile sollecitudine dun domestico.
Quando Zoe ud lambasciata di cui era apportatore il conte Anviti, e con una ratta occhiata ebbe veduto il volto irritato del duca, non pot nascondere un guizzo di gioia nelle sue accese pupille; si verificava quello che essa aveva previsto e che stava attendendo da un momento allaltro.
Alfredo rimase un po turbato; e incerto, confuso, non seppe a tutta prima che cosa rispondere, che cosa fare.
Oh vada, vada subito, caro conte: disse con mostra di grande interessamento la scellerata donna: il duca non  di quelli che si possano far aspettare.
Il giovane salz di mala voglia e tese quasi timidamente la mano alla baronessa. Questa glie la strinse forte e soggiunse con accento di supplichevole raccomandazione:
E badi ad esser calmo e prudente... Il duca  un po impetuoso, certe volte ha la parola un po vivace, potrebbe lasciarsi sfuggire qualche espressione meno misurata! Non ne faccia caso, non se ne adonti...
Il conte di Camporolle lasci la mano della donna, sinchin e disse freddamente:
Far quel che mi consiglieranno il mio decoro e la mia coscienza.
Appena uscito Alfredo, la baronessa si volse al colonnello Anviti col pi lusinghiero sorriso di questo mondo.
Saccomodi cost in faccia a me... al posto che occupava il conte di Camporolle. O che le rincrescerebbe farmi compagnia per cinque minuti?
LAnviti rispose con un complimento e sedendo nel posto indicatogli.
Dopo discorso allegramente delle avventure di quella sera, la donna a un tratto, come per unidea subitamente sopravvenutale, disse al colonnello:
Dovrebbe farmi un piacere Lei.
Comandi.
Due notti fa, S. A. e Lei mi onorarono duna visita... Domandi al duca e mi sappia dire se gli sarebbe molto discaro chio andassi a restituirgliela questa notte medesima... a palazzo?
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Capitolo 45.
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Alfredo era entrato nel palchetto del duca col cuore che gli batteva e la testa un po confusa. Lanimo in lui era coraggioso, ma il carattere timido; un pericolo, anche della vita, e lavrebbe affrontato senza tremare, una cattiva figura innanzi a sciocchi eleganti che lo schernissero, gli faceva paura e gli levava la padronanza della mente e la presenza di spirito.
Il principe lo tenne per due minuti, che al poveretto parvero ore, sotto lo sguardo minaccioso, sdegnato, de suoi occhi da gatto, senza parlargli; mentre tutti i cortigiani appuntavano pure nel giovane le loro guardature insolenti. Alfredo si sent venir rosso, per tutto il sangue che gli si precipit al capo, dalla vergogna e insieme dallira; e poi farsi pallido pel restringersi del sangue medesimo al cuore. Avrebbe voluto profondare sotterra; desider ardentemente non esser venuto, pens di fuggire, ma non ne avrebbe avuta nemmeno la forza; pens a quello che gli avevano detto lArpione e la Zoe delloltraggiosa prepotenza di quel tirannello, che gli stava l davanti terribilmente corrucciato, e si aspett qualcuno dei pi villani tratti soliti a colui, e trem in prevenzione di doverlo subire, e si domand con angoscia che cosa avrebbe dovuto, che cosa avrebbe potuto fare.
Carlo terzo, come usava il pi spesso, prefer la beffa e lironia in cui si credeva dessere assai spiritoso.
Ah, ah: eccolo qui il campione, leroe, lamico del piemontese! esclam ghignando.
Perbacco, signor conte di Camporolle! Lei ha dimostrato un gran valore a guardare due che si misuravano le sciabolate. Quante camicie ha bagnate?
I cortigiani risero.
Alfredo sent un gelo corrergli per la spina dorsale, poi per tutti i nervi; cap di essere diventato pi bianco di un cadavere; le pupille erano volte a terra come trattevi da un peso che non potessero sollevare: quasi gli mancava il respiro.
Questo timoroso e umile di lui contegno diede ansa maggiore allimpertinenza del duca e allo sguaiato buon umore de cagnotti di lui.
Ma Lei, nel trasporto del suo indomabile valore continuava il Borbone, ha dimenticato una cosa; che disobbediva a me, a me che avevo proibito che quel duello avesse luogo, e che a Noi, signor conte, a Noi non si disubbidisce impunemente.
Aveva smesso il ghigno beffardo e il suo piccolo volto da mela cercava darsi unaria terribile corrugando le sopracciglia; i parassiti che lattorniavano pigliarono per istantaneo riflesso un aspetto severo e burbero.
Il giovane non seppe trovar parola, soffriva, malediceva a se stesso; avrebbe dato dieci anni di vita per essere capace a rintuzzare quella principesca insolenza.
Dovrei farle gustare un poco di fortezza, proseguiva il duca; ma sono troppo buono e mi decido a farle grazia quando Ella mi domandi debitamente perdono...
Tacque un momento, guardando sempre a quel modo Alfredo, come aspettandone la risposta. Il giovane cap pure che era necessario parlare: tent, ma la bocca era arida come per febbre, la lingua attaccata al palato; apr le labbra e non ne usc una voce.
E cos riprese dopo un poco il duca, tornando alla beffa insultante. Attendo di udire la sua bella voce... O che avrebbe perduto la favella?... Le si deve dire come ai bambini quando sono stati cattivi: il gatto ti ha portato via la lingua?
La stupidit adulatrice dei cortigiani scoppi in una sghignazzata.
Alfredo fece uno sforzo: le orecchie gli zufolavano; aveva una dolorosa confusione in capo e una grave oppressione nel petto.
Il suo sforzo non riusc che a fargli pronunciare con voce appena intelligibile una sola parola:
Altezza!...
Oh oh! grid con quel tono di scherno il principe: un automa perfezionato!... Parla! Non c pi che da vederlo muovere. Suvvia, giudichiamo se  bene articolato e se il meccanismo giuoca bene. Bisogna inginocchiarsi qui, ai nostri piedi.
Il conte di Camporolle, nella confusione del suo cervello, credette non aver capito bene, e ripet quasi balbettando:
Inginocchiarsi?
Appunto! Sissignore. Per domandare debitamente perdono a un principe offeso,  il meno che si possa fare.
Ad Alfredo parve che tutto gli girasse intorno; fece forza a star saldo sulle gambe che gli si piegavano sotto, e con voce semispenta, ma pure abbastanza chiara, disse:
Io sono gentiluomo e non sono suo suddito.
Il duca rifece gli occhioni di pocanzi, sorse di scatto in piedi e cammin per due passi verso il malcapitato. Tutti gli astanti espressero sulle loro fisonomie da parassiti di Corte, la pi grande indignazione, il massimo orrore per la temerit di quello sciagurato.
Ah! tu sei gentiluomo! grid il duca con uno scoppio della sua voce squarrata che sud per tutto il teatro. Insolente! Non sei che un paltoniere appetto a un Borbone come sono io... Non sei mio suddito?.. Qui comando io, io solo per tua norma, e chiunque vive nei miei Stati ha da star sottomesso ai miei voleri, alla mia autorit, ai miei ordini... Hai capito?... Tho detto dinginocchiarti a nostri piedi; e lo farai, dovessi farti abbassare a forza da due dei miei robusti gendarmi... In ginocchio! Subito!... Per Dio!
E fece ancora un altro passo verso il giovane, col braccio levato, quasi volesse percuoterlo.
Alfredo si ritrasse vivamente indietro; le gambe mal lo reggevano, barcoll; una mano, non seppe mai bene di chi, la mano di uno di quegli uomini che vilmente ghignavano alla sua umiliazione, gli si pos pesantemente sulla spalla e lo spinse gi; il giovine si trov con un ginocchio a terra.
Va bene! disse sprezzosamente il Borbone. Mi basta. Lasciatelo andare.
E senza curarsi altrimenti pi del conte, torn trionfante al palchetto a squadrar le ballerine. Il Camporolle rimase l, per un momento, che a lui torn lunghissimo, annientato; gli parve che qualche gran cosa gli fosse crollata dattorno, che un terribile disastro gli era capitato, di cui nella presente confusione non sapeva rendersi ben conto; nel capo aveva un immenso rumore che era come il complesso, la quintessenza di tutti i fischi, di tutti gli urli che aveva udito strepitare pocanzi e che ora veniva a insultarlo, a sferzarlo, ad avvilirlo lui. Sorse in piedi proprio automaticamente: gett intorno unocchiata quasi da pazzo, travide fra una nebbia che gli offuscava lo sguardo il duca che gi gli voltava le spalle, i volti ghignanti de cagnotti, e al di l dellinquadratura della loggia, una regione tutta luce in cui gli parve udir suonare unimmensa risata di scherno per lui. Se avesse avuto in quel punto unarma, si sarebbe precipitato su coloro che aveva dinanzi, primo il duca, e avrebbe colpito e colpito e non cessato di colpire finch tutti fossero caduti, o lui stesso. Si morse il pugno, mand una specie di ruggito soffocato, scapp.
Corse via come impazzito, pei corridoi, gi delle scale, fuori del teatro, senza pensare a prendere il pastrano, senza veder nulla, senza accorgersi di nulla: nemmeno che un uomo avvolto in un mantello, con apparenza di popolano, che pareva stesse aspettando alla porta del teatro, gli si pose dietro e non cess di seguitarlo.
Il tumulto nellanima e nella mente di Alfredo era dolorosissimo e immenso. Mille risoluzioni feroci facevano ressa nel suo cervello: voleva sfidare a duello mortale tutti i presenti a quella scena: ma e il principe? Come vendicarsene? Aspettarlo in qualche pubblico luogo  volargli addosso e schiaffeggiarlo; e perch non trafiggerlo?... S, insultarlo con uno schiaffo, collo sputargli sul viso, e poi piantargli un pugnale nel cuore. Gli pareva a quel punto, che avrebbe avuto la forza e laudacia di far luno e laltro. Poi se la prendeva con se stesso. Si era regolato da stupido, da inetto, da vile. Aveva vantata la sua qualit di gentiluomo. No, che non sera mostrato tale; un gentiluomo avrebbe sofferto tutto quello? Pens a suo padre di cui lArpione gli aveva detto s nobile lanimo. Che cosa avrebbe fatto suo padre se posto in quel caso? Che avrebbe detto se avesse saputo cos pusillanime il figlio? Ah! bisognava ad ogni modo vendicarsi, vendicarsi, vendicarsi; questo gli pareva ora lo scopo principale a lui assegnato. Aveva ragione la Zoe che da tanto tempo proseguiva su quello scellerato di principe una sua vendetta. Ma egli non voleva aspettare tanto. Tutta Parma al domani... che! quella stessa sera, avrebbe saputo linsulto; tutta Parma doveva poco dopo apprendere la sua vendetta.
La freschezza dellaria notturna non aveva calmato lagitazione del suo spirito, ma ne aveva raffreddato il sangue e intirizzite le membra.
Uscito dal caldo ambiente del teatro, senza riparo alla temperatura duna notte piuttosto fredda, Alfredo si sent a un punto cogliere da brividi; per fortuna aveva tuttavia in mano il cappello e pot almanco ricoprirsi il capo fra le cui lunghe chiome bionde soffiava il vento ghiacciato. Si abbotton il soprabito, scosso da un tremolo che pareva di febbre e si guard dintorno trasognato, mal sapendo in qual punto della citt si trovasse. Le gambe lo avevano portato sotto le finestre del quartiere abitato dalla Zoe. La strada era scura, dai vetri dellappartamento della baronessa non veniva neppure un filo di luce: invece dalla casa di faccia una finestra illuminata mandava fuori un fascio di raggi rossigni. Era la modesta cameretta dove lavorava, vegliando e attendendo, una povera madre di famiglia, la moglie di Pietro Carra. Attendeva essa il ritorno del marito, e doveva attenderlo invano tutta una notte di spasimante inquietudine.
Alfredo pens di salire in casa della Zoe, riscaldarvisi, prendervi qualche ristoro, che davvero dal freddo e dallemozione si sentiva mancare, e attendervi il ritorno di lei, la quale lo avrebbe confortato, consigliato, invigorito; ma nellatto di entrare sotto il portone di quella casa, di subito gli venne proprio meno ogni forza ed egli dovette appoggiarsi al muro per non cadere. In quella Alfredo sent avvolgersi da un caldo mantello, e una voce duomo che si mostrava impressa di interessamento gli disse:
Coraggio, signor conte! Cominci per invilupparsi bene qui dentro a ripararsi dal freddo. Quanto poi alla sua vendetta, io, se vuole, potr fornirle i mezzi di ottenerla.
Era luomo che laveva sempre seguitato fin dalla porta del teatro.
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Capitolo 46.
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Alfredo, da quella voce amichevole, da quella cura che una mano pietosa prendeva di lui, dal tepore di quel caldo mantello onde lo si avvolgeva, prov un conforto, che nel quasi smarrimento di sensi in cui si trovava, gli fece un poco effetto che fa al naufrago il soccorso inaspettato duna tavola da aggrapparsi. Egli saggrapp davvero a quelluomo per sorreggersi, mentre balbettava, poco meno che inconscio:
S, ho freddo... Ho pur la testa che scoppia... Ah! la mia vendetta?... Voi me la darete?... Siate benedetto!... Datemela subito; voglio subito... Lo potete voi?... Voi!... Ma chi siete voi?
Volle scostarsi un poco da quelluomo, per esaminarlo bene; ma sent che non avrebbe potuto reggere in piedi da solo, e si abbranc pi forte al braccio dello sconosciuto.
Lei non mi ravvisa? disse questi, scoprendosi meglio la faccia col tirare indietro il cappello a cencio e volgendosi a ricevere sui lineamenti la poca luce che filtrava dalla finestra della casa di prospetto a quella di Zoe.
Il conte di Camporolle lo guard con occhi ancora appannati: gli parve e non gli parve aver gi veduto in altra occasione quel volto; ma fin per iscuotere il capo in segno negativo.
Laltra notte, disse quelluomo, io ho avuta la fortuna dandare a cercare di Lei sulla porta della sua casa e di condurla appunto sin qui.
Ah! fece Alfredo riscuotendosi: siete luomo inviatomi dalla baronessa?
Appunto... E, se lo ricorda, mi son presa la libert di offrirle i miei umili servigi, dicendole che per qualunque siasi bisogno, non avrebbe avuto che da cercare di me... Michele... al caff della Piazza Grande, e avrebbe sempre trovato un uomo disposto a servirla in tutto.
Il giovane, che veniva riacquistando il dominio di s stesso, si pass una mano sulla fronte, e chiese lentamente:
E ora come  stato che vi siete abbattuto qui nel mio cammino?... ancora la baronessa che vi manda.
No, signore, rispose quelluomo, il quale, dietro le istruzioni ricevute, aveva bene studiato ed era abilissimo a fare la parte assegnatagli. E la pu dire piuttosto che  la Provvidenza, perch (e qui abbass la voce) di fargli ottener quello che lei desidera, quello di cui lei ha bisogno, non c altri forse al mondo pi capace di me.
Alfredo trovavisi in una debolezza e in un disagio fisici che conferivano a renderlo debole anche moralmente e intellettualmente. Non gli parve un assurdo che quelluomo, capitatogli cos in buon punto, quandegli stava per abbandonarsi affatto, rappresentasse davvero un aiuto mandatogli dalla sorte.
Quello che io desidero, mormor, quello che io ho bisogno!... Che cosa ne sapete voi?
So tutto... Non ha ella udito le parole che le ho detto pocanzi, accostandola? Per la sua vendetta, se vuole, io potr fornire i mezzi di averla.
La mia vendetta!... La mia vendetta! ripet Alfredo, quasi balbettando, battendo i denti, assalito da un brivido di febbre.
Ma ora, per prima cosa, salt su Michele Ella ha bisogno di qualche cordiale, di qualche ristoro; altrimenti comincier col fare una malattia, che non sar certo il miglior mezzo da ottenere lo scopo... Venga meco.
Lo prese sotto unascella e sostenendolo con braccio vigorose lo trasse con s in una delle parti pi deserte della citt: il giovane, sbalordito, col tremor della febbre che gli cresceva nelle ossa, si lasci guidare come un bambino.
Sostarono sotto il chiarore rossiccio di una lanterna appesa alluscio duna bottega. Era un miserabile spaccio di liquori, che in quel momento, per lora tarda, per la solitudine delle strade in quel rione rimoto, non aveva nemmeno un avventore. Michele, che l dentro pareva di casa, fece un cenno particolare degli occhi a un omaccione sonnacchioso che al sentire il campanello delluscio aveva levata la testa, e gli disse:
Presto, Melchiorre; un ponce al rhum, ma vero rhum, sai, e dimolto... pel signorino che  mezzo basito di scalmana, e per me che gli faccio compagnia.
Subito: rispose lomaccione, levandosi lentamente di dietro il banco.
Non c mica nessuno nello stanzino?
No.
Michele col conte si diresse verso un uscio alla destra.
Aspetta gli disse il zozzaio: non c manco il lume. Vado ad accendervi il lucernino.
Prese un lume a mano e pass in una stanzetta vicina che non aveva altra uscita, e i due avventori ve lo seguirono. Alfredo, entrando nel caldo ambiente di quella bottega, satura di vapori alcoolici e di esalazioni carboniche della stufa, aveva sentito accrescersi ancora la confusione della mente, il subbuglio dellanimo e il malessere di tutta la persona. Appena entrato in quel secondo stambugio, e sera lasciato cader seduto sopra una panca contro il muro e stava l abbandonato, quasi inconscio di s e delle cose che lo circondavano.
La sua guida susurr allorecchio del venditore che accendeva un lume pendente al soffitto:
Qui si ha da esser soli, sai?
Va bene!
Tua moglie?
 di sopra.
La non verr mica gi a ficcare il naso?
No certo. Ci ha quel suo forestiero, il quale  stato tutto il giorno fuor di citt, e ora si sono chiusi in camera e discorrono fitto fitto.
Misteri eh?
Misteri: rispose con laconica tranquillit il zozzaio.
Non ti viene la curiosit di penetrarli a te, ciccione dun Melchiorre?
A me?... Peuh!... fece luomo alzando le spalle e dondolando il capo.
Gi, tu quando hai mangiato e bevuto...
Vivi e lascia vivere: conchiuse Melchiorre, il quale intanto aveva finito di rassettare il lume, lasciandogli per economia il bambagio tanto corto che appena una fioca luce se ne spandeva per quei quattro palmi di stanza. Vado a farti un ponce proprio da risuscitare un morto; e sta tranquillo che non penetrer nessuno.
Se ne and, e Michele sedette in faccia al conte di Camporolle, dallaltra parte dun tavolino.
Come si sente ora signor conte?
Alfredo fece una mossa col capo che non voleva dir nulla, e non rispose.
Capisco che ella debba star poco bene, riprese con tono pi confidenziale quelluomo, curvandosi verso il giovane.  venuta fuori dal teatro che pareva un pazzo che scappa dallospedale... Quel duca fu molto prepotente, molto villano con lei?
Il giovane fu riscosso tutto da un tremito, ebbe un lampo dira negli occhi solitamente cos miti, batt col pugno serrato sul tavolo; ma non rispose parola.
Eh lo conosco bene: continuava quellaltro. Lo conoscono tutti oramai qui a Parma e lo apprezzano per quel che vale. Non c quasi famiglia chegli non abbia oltraggiata, non c quasi individuo che non abbia ferito, umiliato, offeso nella roba, nel decoro, nellonore. Si pu scommettere per cosa sicura, che non visse ancora mai un principe che abbia raccolto su di s un cumulo s grande dodio, e dun odio tanto accanito.
Alfredo, come tocco dal suono di quelle parole che erano cos bene intonate allintimo suo sentimento, colle labbra pavonazze e i denti stretti esclam sommesso:
Lodio!... Oh s lodio!... Ah quanto!
E laltro, sempre pi insinuante e con tono di fiduciosa dimestichezza:
 da stupirsi, non  vero, che i parmigiani, gente fiera, che in punto allonore... massime in fatto a donne... patisce terribilmente il solletico, tollerino un simil principe, che fra loro non vi sia almanco stato uno pi coraggioso e determinato che alle scellerate tracotanze di quel maledetto non abbia risposto una buona volta con una brava coltellata.
Il conte trasal e appoggiati i due gomiti alla tavola si strinse colle mani il capo.
Ma bisogna considerare, seguitava Michele, che uninsurrezione popolare, cogli austriaci a ridosso,  impossibile, sarebbe una pazzia da rovinar peggio la Citt e tutto lo Stato; e di petti generosi, danimi eroicamente risoluti, di quelli il cui patriottico valore tutti poi ammirano e glorificano, ce n pochi.
Alfredo sollev la faccia e guard il suo interlocutore con occhio fisso, acuto, fra interrogatore e cruccioso.
Ce n pochi, ripigliava quellaltro dopo una breve pausa, e chinandosi vieppi, traverso il tavolo, presso la testa bionda del conte di Camporolle: ma in Parma ce n pure, e se Vossignoria volesse, io potrei anche fargliene vedere e sentire parecchi che hanno giurato...
Qui sinterruppe, guardandosi intorno e il giovane stesso che aveva di fronte con sospetto.
Hanno giurato! ripet Alfredo. Che cosa hanno giurato?
Zitto! disse vivamente Michele: ecco qui compar Melchiorre col ponce.
Il zozzaio entrava appunto con una grande terrina piena di liquido coronata da fiamme azzurre e la deponeva trionfante sul tavolo in mezzo ai due avventori.
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Capitolo 47.
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Michele mescette nella tazza del conte e poi nella sua; e per un poco non si parl pi n dalluno n dallaltro dei due, come se non pensassero che a ingollare quellinfuocato e infuocante liquore.
In Alfredo i brividi cessavano: al freddo che gli era penetrato fin nel midollo delle ossa, succedeva anzi un calore che gli invadeva a poco a poco tutte le membra e veniva salendo a ondate verso il cervello. Ed egli beveva e beveva. Gli pareva che la sua vitalit si accrescesse, che il suo coraggio, la forza s fisica che morale, la risoluzione ingigantissero, e con tutto questo, ancora pi, il suo odio, il desiderio di vendetta. I vapori alcoolici del ponce, assalita la sua ragione, gli facevano intorno un mondo di immagini, di figure fantastiche, di chimere, che sagitavano in una ridda vorticosa. A un punto, in mezzo alla nebbia rosata dunincipiente ebbrezza, gli sembr di vedere la faccia schernitrice, poi minacciosa, poi beffardamente trionfante del duca: del duca, innanzi a cui egli si era inginocchiato. Tutto il sangue gli riboll; lasci calare il pugno chiuso sulla tavola e ruppe in una bestemmia, egli cos mite e gentile.
Alla croce di Dio! S,  una vergogna che non ci sia un uomo capace di schiacciarlo quel rettile coronato... Ma voi mi dite che ce ne sono di tali uomini, qui in Parma? i quali hanno giurato?... Che cosa hanno giurato?
Michele, il quale, pur bevendo, aveva conservata tutta la freddezza della sua mente, rispose abbassando la voce e curvandosi cos da mettere le sue labbra quasi a contatto dellorecchio del conte:
Di liberar Parma da quel mostro a ogni modo.
A ogni modo? esclam il giovane pi che a mezzo fuor di s, digrignando i denti e stringendo il bicchiere che aveva in mano come se lo volesse rompere. Ce n uno, il pi spiccio: ammazzarlo.
Bravo! disse luomo venduto al Pancrazi, appoggiando la sua mano sul braccio di Alfredo. Lei s che si vede essere uno di quei valorosi allantica... Vigliacco chi subisce linsulto, lingoia e lo digerisce tranquillamente.
S, vigliacco! ripet il giovane.
Basta un uomo solo come Lei a liberare tutto un popolo: e se Ella avesse laiuto e i mezzi che pu darle una congiura... perch la congiura c... la cosa presto sarebbe fatta.
Congiura! balbettava Alfredo. Voglio conoscerla, voglio entrarci. Voi mavete detto che lo potreste?
Sicuro!... Se Ella volesse proprio...
S, voglio... Quando?
Anche subito; c adunanza questa stessa sera.
Dove?
A pochi passi da qui.
Alfredo tracann il ponce che aveva ancora nel bicchiere e disse risolutamente:
Andiamo.
Punt le due palme delle mani al tavolino e si alz con impeto. Il sangue tutto gli ardeva; sentiva delle vampe come flutti di lava salirgli alla testa; vedeva tutti gli oggetti intorno a s nuotanti in una nebbiuzza rossigna.
Signor conte, gli disse Michele, Ella comprender che per penetrare dove si radunano quei generosi, ci vogliono alcune formalit o meglio precauzioni.
Dite subito tutto quello che sia da farsi; qualunque cosa occorra, son pronto.
Converr che si lasci bendare gli occhi.
Sia.
Che si contenti, anche quando introdotto e levata la benda, di non vedere che faccie mascherate e non conoscere pure un nome dei presenti...
Che mimporta? interruppe Alfredo impaziente.
 dunque davvero risoluto?
Andiamo!
Alfredo usc di dietro il tavolo e cammin sollecito verso la stanza dovera il bottegaio, Michele lo segu, ma quando il giovane stava per aprire luscio a vetri, la spia del Pancrazi gli pose risolutamente la mano sul braccio e lo trattenne.
Un momento, gli disse, e zitto!
Due persone, un uomo e una donna, erano discese dal piano superiore, per la scala interna, nella bottega, e discorrendo fra loro savviavano alluscio che metteva nella strada.
Bene, diceva luomo, se volete aspettarmi, Antonia, io non istar gran tempo a ritornare. Vado questa stessa sera dal conte, perch mi preme tranquillarlo il pi presto possibile e combinare subito quella gita, e perch sono assai inquieto anchio de fatti di lui, e avrei una notte agitata se non sapessi come sta e che nulla di spiacevole gli  avvenuto; ma non mi tratterr che poco e sar di ritorno, al pi tardi fra unora.
Al sentire quella voce, Alfredo fece un brusco movimento di meraviglia e di disgusto; malgrado leccitamento de suoi sensi e la nebbia debbrezza che avvolgeva il suo spirito, aveva riconosciuto Matteo Arpione.
Ancora lui! mormor egli: sempre lui!
Come? interrog sollecito e malcontento la spia:  qualcheduno che Lei conosce?
Il conte gli fece con impazienza cenno che tacesse e chin lorecchio alla fessura delluscio per udir meglio.
Fate pure a vostro comodo: rispondeva la donna: a qualunque ora torniate, troverete la bottega aperta o non avrete che da picchiare allimposta perch vi si apra.
Gi! Sicuro! Brava! salt su brontolando il corpulento Melchiorre e ti credi forse, femmina senza giudizio, che io stia qui a grattarmi le ginocchia e sbadigliare al soffitto fino alla santa ora per farti piacere? Vado a dormire, io: ho gi un sonno che ne casco.
Vi dico che torner presto: susurr umilmente lArpione.
Ma la donna con accento di sdegnosa impazienza:
E tu, otre rigonfia, se hai sonno va e sdraiati e russa come un porco che sei, che tu possa dormire centanni e mezzo... Star io stessa qui ad aspettarvi, Matteo.
Ma non vorrei che vi scomodaste troppo, disse lArpione sempre umile.
No, no, niente affatto: rispose Antonia troncandogli la parola, ci sto molto volentieri. Ho gran desiderio anchio di avere le nuove di quel giovane. Sarei tanto curiosa di vederlo!
Matteo aveva gi aperto luscio a vetri e posto un piede fuori della soglia; si volse indietro per dire alla donna che laccompagnava: E lo vedrete... quel giorno che lo accompagneremo alla tomba di sua madre.
Queste parole giunsero intelligibili fino allorecchio di Alfredo, e non ostante lebbra confusione della sua mente lo scossero fino nel fondo dellanima. Una esclamazione gli sfugg dalle labbra; e aperto rapidamente luscio, egli fece per islanciarsi nella bottega; ma alla sua volont non obbedivano con zelante prontezza le membra; e Michele, assai spiacente di quellatto, ebbe tempo a ritrarre indietro il giovane e rinchiudere il battente, prima che Alfredo potesse eseguire il suo disegno.
Non si lasci vedere, per Dio! gli disse a bassa voce, ma con forza; o ci vuol perdere tuttedue.
Antonia, che dava le spalle a quello stanzino, non pot veder nulla; Matteo, invece, che stava mezzo voltato verso quella parte per parlare colla donna, travide il ratto aprirsi e rinchiudersi delluscio, e in mezzo, come nel batter dun lampo, la figura dun giovane, che, quantunque scorta solo di sbieco, gli parve tutta quella del conte di Camporolle. Ebbe un mezzo grido, torn indietro e richiuse dietro di s luscio da via.
C qualcheduno cost? disse vivacemente a Melchiorre.
Sicuro! rispose lomaccione, pi burbero che mai, crollando le sue spallaccie. Ci ho due avventori.
Chi sono? domand Matteo, facendo un passo verso il gabinetto. Voglio vederli.
Oh, oh! esclam il zozzaio, mettendoglisi innanzi: questa poi a casa mia non s mai vista, e non si vedr n anche adesso. Ci ho due avventori che sono entrati l dentro per essere soli, che vogliono discorrere senza essere disturbati, e manco se foste il direttore di Polizia in persona o il duca medesimo, non vi ci lascerei entrare.
Nel gabinetto intanto, Michele aveva, senza punto cerimonie, tratto il conte fino alla panca alla parete, dove lo aveva fatto risedere, dicendogli:
Per carit, non muova, non zittisca!
Poi, aperto a mezzo luscio, aveva messo fuori la sua faccia volgare e non affatto da onestuomo, e colla voce rauca dellubbriaco di liquori e laccento particolare della parte meno educata e pi viziosa della plebe, aveva detto Melchiorre:
Ol, vecchio trippone, ancora due bicchierini di cognac, ma di quel famoso, eh! non della solita tua acqua sudicia che dai a minchioni.
Subito, vi servo: disse il zozzaio andando al banco a prendere la roba.
Ah!  Michele: esclam Antonia, e soggiunse a Matteo, come per levarne ogni sospetto: un nostro antico e buono avventore.
Michele era sparito; lArpione stette un momento infradue. Quella figura di giovane e laveva vista cos poco! era pur facile che lo averla sempre impressa nella mente fosse causa di una momentanea illusione: che probabilit ci era che il conte, forestiero in quella citt, con sole attinenze nella pi alta sfera sociale, fosse l, a tal ora, in s povera bottega, insieme con un ubriaco plebeo, antico avventore di quel luogo? Si persuase daver preso uno strano sbaglio, ed usc sollecito per affrettarsi al palazzo dove abitava il conte Alfredo di Camporolle.
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Capitolo 48.
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Alfredo rimaneva accasciato sulla panca dove Michele laveva rimesso a sedere; ma quel nome soave che era giunto fino alla sua intelligenza offuscata, il nome di madre, sembrava lottare contro linflusso dellebbrezza e fare in questa uno spiraglio alla ragione; in quella, il suo compagno, preso dalle mani di Melchiorre il vassoio coi due bicchierini di cognac, gli venne presso e ponendogli in pugno uno dei due bicchierini, gli disse con accento quasi dautorit:
Animo, cacci gi del gorguzzolo questa porzione di coraggio in liquido, e se lanimo le vacilla...
Il conte si drizz in piedi con impeto.
Non mi vacilla niente affatto, grid intanto, afferrato il bicchierino, ne tracann in una volta tutto il liquore, e sent subito aumentarglisi il fuoco interno, da sembrare quasi infernale. Andiamo: ripet poscia passando risoluto nellaltra stanza a bottega.
Antonia rimase meravigliata nel vedere insieme con Michele quel bel giovane biondo, elegante, bench cogli abiti scomposti, daspetto signorile e distinto.
Alfredo gett sul banco innanzi a Melchiorre una moneta doro.
Eccovi per la vostra roba e pel vostro incomodo.
Lomaccione acchiapp lesto con tuttedue le mani la moneta, che suon sul marmo del banco, festosamente; e levatosi in piedi fece al generoso donatore inchini profondi quanto gli concedeva la corpulenta persona. 
Ah signore... Eccellenza... ai suoi ordini... sempre disposto a servirla...
E corse con tutta lagilit di cui era capace e che si mostr maggiore che non si sarebbe creduto, ad aprire e tenere spalancato luscio da via al passaggio del generoso signore.
Michele, uscendo subito dietro Alfredo, scambi con Melchiorre un altro ammicco, che annunziava come presto presto, fra quei due degni galantuomini ci sarebbe stata una conferenza per reciproche spiegazioni.
Antonia, dopo aver tenuto lo sguardo fisso sul giovane finch gli era stato levato dalla vista per luscio richiusosi alle spalle di Michele, domand con interessamento al marito:
Chi  quel giovane?
Ma! rispose con placida indifferenza lomaccione, che dritto in mezzo alla bottega sotto la luce della lampada esaminava con attenzione compiacente il marengo del forestiere. Chi lha mai veduto quel belluccellino? Ti so dire io per che devessere una persona proprio dabbene, un marengo per due ponci e due cognac!
Fu Michele a condurlo?
Gi?
E per che cosa?
Oh bella: te lho detto: per bere un ponce poi un cognac.
E non ti ha detto nulla?
Chi?
Michele.
No.
E non lo ha nominato?
No.
Parlando insieme quei due, non hai sentito parole che potessero far capire chi sia?
Io no... Sai bene che io non sono curioso.
Certe volte torna conto di esserlo.
Lo sei tu la parte mia.
Eh devo far io tutto... anche la parte che toccherebbe a te, che non sei buono a nulla.
Melchiorre si pose a fischiettare sommesso una canzoncina fra i denti e and tranquillamente a prendere un lume a mano.
Dove vai? grid la moglie.
Vado a dormire;  gi tardi e tu hai voglia di litigare: due buone ragioni per andarmene. Tanto e tanto non hai detto a quel tuo amico forestiero che lavresti aspettato tu qui sotto in bottega?
E senza dar pi retta alla moglie che brontolava incollerita, lomaccione accese il lume e se nand piano piano su della scala, senza commuoversi agli improperii e alle maledizioni che lAntonia gli mandava dietro.
La storia del matrimonio di questi due  narrata in poche parole. Una ventina danni prima, lAntonia, che faceva la levatrice e che non era pi giovane, trovavasi in poco prospere condizioni: guadagnava appena tanto da sfamarsi, e anzi certe volte non guadagnava neppur questo, ed essa, parte per consolarsi, parte per tener luogo con quello dellacquarzente al sostentamento che le mancava del cibo, aveva preso labitudine di frequentare una botteguccia da bevande spiritose, dove cera per garzone un tocco di giovinastro con certe spalle da facchino e un torace da suonatore di tromba che avrebbero fatto invidia ad un modello di Ercole; e fosse per quelle sue forme, fosse perch aveva sempre una parola gentile per lAntonia, codesto garzone aveva fatta breccia nel cuore di costei, che contava almeno una diecina danni di pi che lui. Il fortunato giovane, che era Melchiorre, si lasciava voler bene colla placida rassegnazione della sua natura; e la levatrice a promettergli almanco una volta al giorno, che appena avesse potuto gli avrebbe messo su lei una bottega dove egli sarebbe il padrone, lavrebbe fatto vivere come nella bambagia e, per lo manco male, lavrebbe sposato. Melchiorre dimenava la sua testaccia, diceva di s, ridendo, e non ne credeva unacca, come nessun altro di quanti capitavano l dentro, che pigliavano in burla gli amori stantii della povera levatrice. Ebbene, sissignori, che contro la beffa di tutti ebbe ragione la fiducia nella sorte, di Antonia. Un bel giorno si era venuti a prendere la levatrice per condurla fuori, dove essa era rimasta forse una settimana senza che mai n allora, n poi ella volesse dire in qual luogo; e di ritorno cominci a mostrare una maggior famigliarit che non avesse mai avuta prima colle monete da cinque franchi; famigliarit che venne sempre crescendo tutti gli anni, finch a un bel punto ella disse al suo Melchiorre, col quale non aveva cessato mai damoreggiare:
Il tempo  venuto. Sposiamoci; comprer una casa: tu ci avrai la bottega; io lascer il mio seccante e faticoso mestiere; non far pi nulla che amar te e averti ogni sorta di cure, e vivremo felici come due colombi in un buon nido.
E cos fecero. La casa fu comperata, la bottega impiantata, il matrimonio celebrato; i colombi  vero si bisticciavano sovente, cio era lei che spesso, forsanche troppo spesso, saltava agli occhi del placido Melchiorre; ma questi non se ne crucciava affatto, ingrassava e intascava denari.
Alcuni anni prima del tempo in cui si svolge la nostra storia, nella monotona vita di quella degna coppia era avvenuta una novit, ed era un ospite a cui Antonia aveva manifestata la maggiore deferenza, una soggezione, una devozione senza limiti e col quale essa ebbe vari colloqui segretissimi. Melchiorre non era sospettoso e assolutamente non ci poteva essere pretesto a gelosia, ella essendo oramai vecchia e quel forestiero quanto lei ma pure si stup molto nel vedere la moglie in tali rapporti con uno di fuori, di cui non aveva mai sentito a parlare e che non capiva proprio che cosa potesse aver di comune con lei, e quindi ne espresse un po le meraviglie. Al che ella molto animatamente rispose:
Quelluomo l, vedi, a servirlo come un principe, noi due non si farebbe di troppo.  lui lorigine, la causa di tutta la nostra fortuna.
Per poco curioso che fosse Melchiorre, pure gli avrebbe piaciuto sapere in che modo ci fosse, e gliene domand; ma essa, con certa imponenza che sapeva prendere nelle grandi occasioni, gli rispose, che questo era un segreto che nessuno avrebbe mai saputo da lei, nemmeno il carissimo marito, ed egli nellapatica placidit della sua natura, se ne content senzaltro.
Un mese, o poco pi, prima che in casa sua, o meglio di sua moglie, tornasse per la seconda volta quel misterioso forestiero, che, come il lettore sa, era Matteo Arpione, Melchiorre un giorno fu preso in disparte da Michele, uno dei suoi pi antichi e fedeli avventori, il quale frequentava gi la bottega in cui il futuro marito dAntonia non era che garzone.
A te che non fa disgusto il denaro, gli disse Michele, non dovrebbe dispiacere il guadagnarti una buona sommetta senza far nulla.
Il zozzaio fece saltare lepa madornale in un riso di compiacenza.
Sicuro che mi piacerebbe.
Ebbene, io vengo a proportene il mezzo.
O bravo! Sentiamo un poco.
Del vero mestiere esercitato da Michele sotto le apparenze del commissioniere, del domestico di piazza, come si usa dire, del cicerone pei forestieri, forse e senza forse il grosso Melchiorre aveva qualche sospetto; ma a lui che cosa glie nimportava di ci? Quel tale gli lasciava ogni giorno qualche pizzico di soldi sul banco, gli procurava avventori: ce nera abbastanza da chiamarselo amico e da voler contentarlo, tanto pi quando ci aveva un profitto anche lui.
Tu hai qui dietro nella casa, disse Michele, a pian terreno certi locali vuoti in cui ci ballano i topi.
S: non si  mai pi potuto trovare un pigionante. Siamo troppo lontani dal centro.
E quei locali hanno unuscita nel cortile e un usciolino che mette dallaltra parte nellaperta campagna.
Appunto.
Ebbene, se vuoi, il pigionante  trovato.
Davvero! Oh bravo!... Chi?
Ah, chi sia non sha da sapere...  lunica cosa che si richiede da te: che tu intaschi i denari dellaffitto e non cerchi dapprender nulla; n chi vada col, n che cosa si faccia, e non dica manco a nessuno che quei locali sono affittati.
La cosa non  difficile a farsi, disse Melchiorre un po sopra pensiero: ma permettimi soltanto due interrogazioni.
Falle, e se posso rispondervi, sarai subito soddisfatto.
Prima di tutto, quanto mi si dar di pigione?
Quello che vorrai tu.
E se io domandassi per esempio cento lire al mese?
Ti si chiamer un ladro perch quelle stanzacce vuote non ne valgono dieci, ma ti si daranno le cento lire.
Corbezzoli!... E chi mi pagher? Tu forse?
No: ma in un modo o nellaltro, se laffare si conchiude, tu riceverai ogni mese anticipato... anticipato capisci... il prezzo convenuto.
E se non lo ricevo?
Tu fai mettere tanto di stanga agli usci e non lasci pi entrare nessuno.
 giusto... E a mia moglie posso dire qualche cosa?
Meno a lei che ad altri.
E come si fa?
Aggiustati.
Se la viene ad accorgersi...
 Impossibile. Chi user di quelle stanze non ci verr che di notte, cheto cheto, passando dalla parte dei campi...
Uhm! fece lacquavitaio, ci mi puzza terribilmente di contrabbando.
Michele strizz locchio.
Sono giovani... affar di gonnelle... Oh sai bene com il mondo... A te del resto che cosa ne importa?
Hai ragione: vivere e lasciar vivere  la mia massima. Affare fatto.
La parola di Michele fu mantenuta: Melchiorre, il giorno dopo aver consegnato allamico le chiavi di quel locale, ricevette da mano ignota un gruppetto di cento lire, e il nuovo pigionante o i pigionanti che fossero, cos copertamente e tranquillamente si diportarono che nessuno della casa e neppure il medesimo Melchiorre pot accorgersi che l dentro ci capitasse gente. Un giorno per, che il zozzaio, punto dalla curiosit, a dispetto della sua cicciosa apata, ebbe desiderio di vedere che cosa si fosse fatto in quelle stanze in cui le finestre rimanevano pur sempre chiuse colle imposte e tent penetrarvi con una chiave delluscio del cortile che sera tenuta, trov che la serratura era stata cambiata e in luogo dellantica ce ne stava una complicatissima di quelle inglesi che nessun grimaldello pu aprire.
Il bravo Melchiorre rintasc la chiave inutile e la curiosit insoddisfatta, e non ci pens altro.
In quei locali si radunavano alcuni giovani esaltati di sentimenti repubblicani, che volevano liberar Parma dal suo tiranno e in mezzo a cui faceva da Giuda e da provocatore il segreto agente del Pancrazi, Michele, il quale, secondo il solito, ostentava il repubblicanismo pi spinto e pi fiero, ragna politica a cui gli ingenui moscerini della giovent rivoluzionaria si sono pur sempre lasciati pigliare.
...
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Capitolo 49.
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...
Appena usciti dalla bottega Alfredo e Michele, il primo domand:
Abbiamo da andar lontano?
No, signore; ma le converr camminare dieci minuti almeno cogli occhi fasciati.
 indispensabile?
S signore.
Va bene: fate ma solamente sollecitiamo.
Lebbrezza gli tumultuava nel cranio; pensieri di sangue turbinavano nella sua mente.
A una cantonata Michele lo fece arrestarsi. La strada era completamente deserta e in quel punto, dove non giungeva raggio di nessun fanale, scura come nella tana del lupo:
Mi vuol favorire una sua pezzuola? disse Michele: le bender qui gli occhi.
Alfredo trasse di tasca un fazzoletto e lo porse al compagno senza parlare. Quando lebbe fasciato ben bene cos che nessun spiraglio potesse rimanergliene alla vista, Michele lo prese pel braccio e lo fece camminare per un tratto di tempo che al giovane cos acciecato parve assai lungo. Sent finalmente che il suo piede calpestava un terreno non selciato, ma con qualche sasso smosso, come sarebbe in una stradicciuola di campagna; poi si fermarono e Michele gli disse allorecchio:
Siam giunti.
Picchi lievemente contro un asse di legno, che certo era il battente dun uscio, e in un modo speciale: due colpi e poi una pausa, poi tre colpi lenti lenti, e quindi quattro affrettati. Per quanto leggeri i picchi furono subito sentiti, perch tosto una voce susurr a Michele qualche cosa tanto piano che Alfredo non ne cap nulla. Luscio doveva essersi aperto, ma su cardini cos inoliati che non aveva fatto il menomo rumore.
Alfredo ebbe stretto pi forte il braccio che la sua guida non aveva abbandonato, e allorecchio gli si susurr:
Venga: quandio le lascier andare il braccio, non si muova, e aspetti a levarsi la benda che le venga detto.
Entrarono; parve ad Alfredo di percorrere molte e molte camere, che si alzassero molte portiere, si aprissero e si rinchiudessero molti usc (e lo si faceva girare sempre in due sole stanze): sent a momenti un bisbiglio come se passasse in mezzo ad una folla, e finalmente la voce di Michele gli susurr di nuovo:
Stia qui.
Il braccio gli fu lasciato libero; e successe un momento di alto silenzio come se si fosse proprio in una tomba. Poscia una voce imponente disse con tono di comando:
Si levi la benda!
Alfredo trasse gi dagli occhi il fazzoletto e si guard dintorno. Trovavasi in una stanza piuttosto vasta cui la poca luce diffusavi, lasciando in buia oscurit gli angoli, faceva parere ancora pi vasta. Quella poca luce pioveva da una lucerna di forma antica a tre becchi, che pendeva per una catenella di ferro dal mezzo del soffitto. Le pareti tuttintorno erano coperte da ampie tele cadenti a piegoni di stoffa nera, sotto cui erano nascosti e usci e finestre. Innanzi a s il neofito vide una schiera duomini seduti in semicircolo, avvolti tutti in mantelli neri e celato il viso da una maschera nera; nel centro dello spazio ad arco che rimaneva vuoto, lontano due passi dal punto dovegli si trovava solo, era una tavola bislunga, coperta da un tappeto nero, e sovra di essa un crocifisso, una bibbia, un pugnale senza guaina affilato e acuminato.
Dal centro della prima fila di quegli uomini mascherati, la medesima voce che gi gli aveva detto di levarsi la benda, cominci ad interrogare Alfredo:
Che cosa cerca ella qui?
Il giovane stette un momento prima di rispondere: la confusione entro la mente e il bollore del sangue erano tuttaltro che cessati; gli pareva di sognare, gli pareva dassistere a uno spettacolo di fantasmagoria, e un intimo senso di compiacenza lo solleticava di esserne egli leroe e che quella fosse realt.
Cerco la mia vendetta: disse poi con voce abbastanza sicura.
La vendetta privata, riprese quella voce, deve assorbirsi nella pubblica; ed ella lotterr, se ha da parte sua la giustizia e lamore della libert.
Credo di averli: esclam Alfredo sempre pi franco.
Tutti quanti siam qui, giurammo, per quella fede che ci  pi sacra, il segreto pi assoluto su quello che qui si compie, e di affrontare piuttosto mille morti che tradire uno dei nostri congiurati e la causa sacra a cui dedichiamo lanima e la vita.  pronto anche lei a giurare?
Son pronto.
Tutti abbiamo giurato, che qualunque cosa ci venga imposto dal bene della nostra causa saremo disposti sempre a farla.  pronto anche lei a giurare?
Son pronto.
Crede ella nella religione di Cristo?
Ci credo.
Ebbene, savanzi fino a quella tavola; ponga la mano sinistra su quel crocifisso e colla destra brandisca quel pugnale.
Alfredo obbed. Appena ebbe tocca la croce e larma, tutti quegli uomini mascherati si levarono in piedi come un uomo solo, silenziosi, muti, gli occhi tutti fissi sul giovane, che vedeva traverso i buchi delle maschere luciccare fieramente pupille che parevano feroci.
Erano undici: pareva che Alfredo fosse stato mandato dal destino, appunto per compiere il sacramentale numero di dodici.
Luomo, la cui voce sola finallora si era fatta sentire, come quella dun capo, e che trovavasi al centro della prima fila, savanz dun passo, e con voce ancora pi autorevole e imperiosa, prendendo a dargli del tu, disse al neofita:
Quel crocifisso che tocchi rappresenta il pi grande, pi sublime martire della libert che abbia avuto il mondo: quellarma che impugni, fu lo stromento pi efficace in mano di generosi che abbia liberato il genere umano da tiranni che ne degradavano la dignit e ne conculcavano i diritti, da Virginio romano a Carlotta Corday francese. In nome di quel martire divino, sei tu capace di usare, a punizione del tiranno, di questo sacro stromento della vendetta umana?
Alfredo sent lesaltazione intima ondera posseduto, a quel punto elevarsi, nobilitarsi, vestire un carattere quasi religioso; gli parve scorgere agitarsi nelle ombre degli angoli in quella vasta sala, gli spiriti dei liberatori della patria, e s essere chiamato dalla gran voce del destino a compiere un gran fatto di cui parlerebbero le genti e che echeggierebbe nel futuro allammirazione dei posteri. Alz il pugnale stretto con mano contratta e rispose fieramente:
Lo sono.
Un mormorio approvatore corse per quelle cupe figure mascherate.
Ebbene, odi il giuramento. che tu devi pronunciare: ripigli il capo dei congiurati: e lentamente, con voce spiccata, disse in mezzo al silenzio di tutti la seguente formola:
Io, qui presente, desideroso di essere ammesso nella schiera dei vendicatori della patria e della libert, per Ges Cristo che diede la vita al riscatto di tutti, per lonore del mio nome e per la salute dellanima mia, giuro che se la Provvidenza mi elegge al gran fatto, pianter senza esitare questo ferro che impugno, nel petto a Carlo terzo Borbone, esecrabile tiranno di Parma, e se mai io fossi tanto infelice da fallire allopera, giuro di morire fra i tormenti piuttosto che tradire direttamente o indirettamente la congiura e i congiurati. Cos Dio mascolti e questo ferro medesimo si volga mille volte in me dove io manchi al mio solenne giuramento.
Dopo una brevissima pausa quel medesimo interrog:
Sei tu disposto a giurare?
S! rispose francamente Alfredo.
Ebbene giura!
Tutti i cospiratori insieme fecero un passo verso il giovane e gridarono allunisono cupamente:
Giura!
Alfredo, la sinistra sempre sul crocifisso e il pugnale brandito, ripet parola per parola tutta quella filastrocca che gli venne suggerita dal capo; e quando la fu terminata, egli con un scoppio di voce aggiunse di proprio:
In questo giuramento, signori, c un se di troppo. La Provvidenza non ha pi da scegliere fra noi chi ha da colpire. Son io quello. Mi sono votato a questopera: voi non avete che da aiutare il caso a porgermene la possibilit. Questo pugnale che tengo, lo prendo, mio fin dora: ve lo restituir lordo dellabborrito sangue di quel principe degno delle galere.
Un grido di applauso e di entusiasmo usc dalle undici bocche di quei mascherati e and a spegnersi nelle pieghe cadenti delle tappezzerie di pesante stoffa nera. Il capo dei congiurati si lev la maschera e corse ad abbracciare il generoso giovane; tutti gli altri ne imitarono lesempio, e Alfredo si vide circondato da undici faccie di giovani, delle quali parecchie gli erano conosciute per averle incontrate pi volte nelle migliori societ.
A questa congiura, che fu vera e reale, ma di cui non raccolse traccia la storia, appartenevano individui dogni classe, da nobili che avevano attinenze alla Corte, a popolani, come Michele. Quasi tutti, massime dei nobili, erano stati spinti da qualche offesa personale ricevuta dal principe, parecchi da oltraggi avuti nellonore della famiglia; come quasi sempre, era lodio privato che si ammantava delle apparenze di amore del pubblico bene.
Fatte le mille feste ad Alfredo, il quale cos felicemente veniva a togliere tutti gli altri dallingrata possibilit di essere trascelto a un atto che a dirlo era una cosa, e a compirlo era unaltra; gli vennero poscia spiegate tutte le intenzioni, le preparazioni e le condizioni della congiura, la quale, a giudizio di tutti, era matura e doveva senza troppo ritardo avere il suo effetto.
Per prima cosa si era stabilito che fra tutti i congiurati si sarebbe estratto a sorte colui che avrebbe dovuto ferire il duca; e ci si sarebbe fatto solamente allultimo istante, per non lasciar troppo tempo sotto langosciosa pressione dun simile pensiero il prescelto. Si sarebbe intanto tutto preparato per approfittare il pi presto e il meglio possibile dogni occasione che nascesse opportuna al gran colpo, e ove tardasse tale occasione, si sarebbe procurato di farla nascere; e si sarebbero prese tutte le disposizioni pi efficaci possibili, perch chi compieva il fatto, potesse avere il mezzo di scampo; giacch se ognuno aveva giurato di sacrificare anche la vita, era pure maggior tornaconto di tutti che potesse riuscire a salvarsi.
Per tale effetto molti mezzi gi erano stati escogitati, anzi preparati e raccolti; si era provveduto per avere pronta a qualunque momento appena fuori delle porte della citt una carrozzella con un buonissimo cavallo, e chi forniva questa vettura non sapeva menomamente a chi la fornisse. Si erano stabilite certe corrispondenze in Piemonte, dove, senzessere informati della ragione, alcuni fidati avrebbero accolto il fuggiasco e procuratone subito limbarco a Genova per lAmerica. Si avevano pronti i denari e i mezzi di farli pervenire nelle mani di taluni, che si sapevano disposti a chiudere un occhio quando la cosa fosse avvenuta, e nel palazzo ducale, e fra i gendarmi, e fra glimpiegati stessi di Polizia.
Alfredo ud tutti questi particolari sbadato, come se non fosse fatto suo: egli avrebbe ucciso il duca, nera certo, e questo era il solo suo proposito: di quello che ne sarebbe avvenuto di poi, non se ne dava pensiero: nellesaltazione in cui si trovava, ripeteva violentemente che di nulla gli sarebbe pi importato.
Si era gi verso il mattino, quando quelladunanza si sciolse. Alfredo usc primo da quel luogo accompagnato da Michele; e questa volta senza pi bende sugli occhi e senza alcunaltra precauzione. Lesaltamento durava in lui; aveva i polsi che gli battevano a febbre e al capo un cerchio che gli pareva di ferro: tutte le membra gli tremavano e le gambe lo reggevano a stento; sentiva dei ronzii alle orecchie come cupi rumori lontani, e gli occhi che gli abbruciavano vedevano come traverso un velo. Michele lo accompagn fino sulla soglia: e poi auguratogli un buon riposo, lo abbandon per correre allufficio centrale di Polizia, dove, non ostante lora impropria, venne subito introdotto fino nella camera da letto del direttore.
Quando ebbe ascoltata attentamente tutta la relazione fattagli da Michele, il Pancrazi disse con severo tono di comando:
Tutto questo, ricordatevi bene, deve rimanere fra voi e me, e nissun altro.
S, Eccellenza; disse inchinandosi lagente segreto, cui dominavano completamente la voce, aspetto, lo sguardo del direttore di Polizia.
Quella stessa sera, mentre Alfredo era cos misteriosamente introdotto presso i congiurati, nel palazzo ducale penetrava misteriosamente del pari guidata dal conte Anviti, la baronessa di Muldorff, che veniva accolta con molta festa dal principe libertino.
Nel loro colloquio la furba Zoe aveva trovato modo di ripetere al duca la gi fattagli insinuazione che a far fischiare la ballerina milanese ci fosse entrata la duchessa, e ci con termini tali da irritare sempre pi la bizzosa e trista indole del principe.
La mattinata era gi tarda, e lavventuriera, seminuda ancora, stava innanzi allo specchio avvolgendosi intorno al capo la ricca massa dei suoi capelli fulvi, quando, ottenuto il permesso di entrare, il cameriere pi fidato del principe, venne a susurrargli qualche cosa allorecchio.
Che cos? domand la cortigiana volgendo a mezzo verso il duca il suo ammirabile torso seducente.
Oh nulla: rispose il principe villanamente sprezzoso:  la duchessa che vuol parlarmi.
Carlino! Carlino! esclam collinsolente famigliarit che i diportamenti del duca le permettevano, la donna venduta scoppiando in un riso sguaiato: tua moglie ti vuol fare la predica... Va presto perch la non vada peggio in collera.
Il duca si gett sopra una poltrona.
Aspetter! disse. Sono in troppo buona compagnia.
Zoe, discinta comera, and a sederglisi sulle ginocchia.
O bravo! esclam gettandogli intorno al lungo, esile collo le sue braccia da statua greca.
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Capitolo 50.
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Una buona ora e pi pass prima che la Zoe avesse terminata la sua acconciatura, alla quale fino alla fine volle assistere, interrompendola tratto tratto, il duca.
Di quando in quando la cortigiana con uno di quei suoi ghigni che avrebbero fatto dannare un santo e ridere un dannato, diceva:
Ma, mio caro duchino, va un poco da tua moglie, e in omaggio al suo sangue reale e alla santit del sacramento, non farle perdere la pazienza.
E quel tristo, che non aveva nemmeno tanta verecondia da sentire il suo dovere di far rispettare la compagna legittima dalle donnaccia che bazzicava, ridendo sguaiatamente anche lui, rispondeva:
Vorrei che la perdesse, la pazienza, e cos mi liberasse della noia del colloquio.
Rimproveri eh?... Lezioni di morale e di politica: insinuava indegnamente la donna. E bisogna inghiottirle con umile rassegnazione come uno scolaretto disciplinato.
Bisogna il diavolo che ti porti: proruppe il duca col volto arrossato per ira. Io non sono uno scolaretto innanzi a nessuno e non tollero lezioni da nessuno.
La cortigiana cambiava allora discorso e tornava di subito il principe al buon umore colle sue moine, colle ciarle, colle scurrili facezie che a quellanimo basso di vizioso coronato piacevano assai.
Finalmente la donna fu pronta per partire.
O povera me! disse essa dandosi unultima aggiustatina al cappello, innanzi allo specchio: abbiamo fatto molto tardi, e sar impossibile, anche passando per la scaletta di servizio e per la porticina, che nessuno mi veda.
O virt incontaminata! esclam il duca ghignando: hai paura che si offuschi un poco la purit della tua fama?
Eh! non  per me che ho riguardi: proruppe essa scuotendo le spalle con moto pieno di petulanza: gli  per te, caro il mio duchino.
Grazie mille! disse lui con ironia. O che hai paura che ne patisca anche la mia rinomanza da San Luigi Gonzaga?
Vorrei risparmiarti delle noie: rispose Zoe amorevolmente. Se la duchessa venisse a sapere ancora...
Eh sempre la duchessa! interruppe con impazienza, maggiormente imbizzito il principe. Oh quante volte lho da dire che di lei mimporta un cavolo, che voglio essere e sono padrone di far tutto quello che mi piace?... Anzi, per fartela vedere, tu non partirai dallusciolino del mio appartamento, n scenderai dalla scalata, n lascerai il palazzo per la porticina; ma verrai fuori per luscio grande, passerai nelle sale e nelle anticamere, andrai gi dello scalone e verrai fuori per la porta principale, dove stanno le sentinelle.
La Zoe si mostr abilmente spaventata a tale idea; e questo bast per farvici incocciare vieppi il caparbio principe.
S, certo, tu uscirai di l, e io ti accompagner fino allanticamera.
Savviarono difatti, chiaccherando forte, ridendo, come uno studente e una sartina che hanno avuto il loro primo ritrovo amoroso; ma penetrando nella gran sala, che dovevano attraversare, la donna che veniva prima e sghignazzava appunto della pi bella, tacque di subito e si ritrasse un pochino indietro, quasi volesse evitare di introdursi in quel luogo e anzi fuggirne.
Che cos? disse il duca passandole innanzi; e vide dalla parte opposta della sala, dritta presso il camino, appoggiato un gomito alla spalliera dun sof, pallida, guardando fisso verso di loro, la duchessa.
Era una donna di statura poco alta, di corpo grosso, gi afflitta, bench giovane, di quella pinguedine che in tutti i veri Borboni venne a guastare la finezza del tipo della loro famiglia. Non era molto bella, n i lineamenti piuttosto risentiti si vantaggiavano di molta espressione; ma nel complesso della sua figura notavasi pure una certa dignit, nel contegno e nello sguardo una nobilt nativa che imponevano, se non simpatia, alquanto di rispetto.
Ah voi, duchessa! fece Carlo terzo, inoltrandosi col suo fare dinoccolato e petulante.
La duchessa lev un po pi la testa e disse superbamente:
Vi ho mandato a chiamare; ed  unora che aspetto.
Si sentiva nella frase e nellaccento la discendente di quel Luigi 14 che aveva detto il famoso: Jai failli attendre.
Il duca si sent venir rosso e si arrabbi di arrossire; rispose grossolanamente:
E se non volevate pi aspettare, potevate andarvene. Io, grazie a Dio, non ho da stare ai cenni di nessuno.
La duchessa non rispose; strinse sottilmente le labbra e fece chinare innanzi ai suoi gli occhi insolenti e mobili del marito. Zoe si era abbassato il velo sulla faccia e savanzava umilmente a capo chino: quando si trov sotto il fuoco di quegli sguardi indignati della duchessa, strisci una profonda riverenza. La principessa la copr dun ratto sguardo di disprezzo che alla cortigiana parve la investisse dal capo alle piante di un gelo, e poi volt lentamente il viso da unaltra parte. Il sangue della avventuriera le riboll nelle vene a quello che in quel momento parve a lei il maggiore, il pi offensivo e crudele segno di disprezzo che avesse mai ricevuto. Si curv pel primissimo istante sotto quel tacito oltraggio che come un peso cadutole sul capo la oppresse; ma non tard a riagire e ribellarsi la temerit della sua indole perversa e sfacciata; la si trasse indietro dal volto il velo che ne copriva le fattezze, quasi ad umiliare colla sua bellezza di cortigiana la mancanza di seduzioni della donna superba che vantava sangue di stirpe da tanti secoli reale e diritti onorati di moglie legittima; sulle guancie di quel suo pallore marmoreo lo sdegno aveva chiamato un lieve rossore, che pareva una fiamma interna che desse riflessi di luce rosata a un involucro dalabastro; i suoi occhi brillavano con quel fuoco inesprimibile, con quella intensit impareggiabile che abbiamo gi pi volte notata; si drizz anchessa della persona molto pi alta, spigliata e di forme eleganti che non quella della duchessa, avvolse questultima in una occhiata piena di insolente commiserazione, e poi ripresa tutta lagiata, famigliare libert di modi e la scurrile ilarit che aveva dapprima, continu il suo cammino verso la porta, dove giunta, si ferm un momentino a voltarsi indietro, a saettare duno sguardo acuto, incisivo, maligno la duchessa sempre immobile al suo posto e il duca che le sorrideva sguaiatamente sfrontato, e disse a costui collaccento con cui quella sorta di miserabili donne parlano ai loro amanti dunora:
Duca mio caro, sai pure il proverbio: dopo il peccato la penitenza... Ti lascio a questo dovere di buon cristiano.
E dando in una risatina, spar dietro la portiera delluscio.
La duchessa trasal come trafitta inaspettatamente da una punta: arross sino alla fronte; si volse ritta non verso quella ignobil donna che laveva insultata verso il marito che, come tale, come cavaliere, come sovrano le doveva protezione e giustizia, e attese una sollecita repressione, una subita vendetta di quelloltraggio. Carlo terzo rideva come aveva riso quella femmina e diceva quasi in tono di apologia:
Che matta!... Gi fu sempre tale e quale! una testa bizzarra che se le viene alla lingua un epigramma, nemmeno il diavolo glie lo fa ricacciare in gola.
Cresciuto ancora il rossore delle guancie, la principessa fece due o tre passi con impeto verso il marito: ma poi si ferm, ben lasci scorgere la molta forza che dovette fare su s stessa per frenarsi, si morse le labbra, divenne pallida e dopo un istante, con voce contenuta, commossa, piena di nobile dignit disse:
Credevo che almeno qui, in casa mia, avreste sentito il dovere, per vostro stesso decoro, di rispettare la madre di vostro figlio, la sorella di Enrico quinto.
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Il colloquio fu lungo, animatissimo, tale che il duca, stizzoso e prepotente comera, a un punto dovette perdere affatto il lume della ragione. Parecchi impiegati di Corte e servi, dalle stanze vicine, bench gli usci fossero chiusi, udirono gli scoppi della collera di Carlo terzo, a cui con indegnata parola venivano dalla moglie rinfacciati i torti vergognosi davvero delluomo, del marito, del principe.
A un tratto da mani concitate si spalancarono gli usci che mettevano da una parte al quartiere del duca, dallaltra a quello della duchessa, e i due corsero ciascuno nelle proprie stanze, come se si fuggissero a vicenda. Il principe ordin che si attaccasse una quadriglia a un phaton che avrebbe condotto egli stesso a passeggio per la sua buona citt di Parma; la principessa, bianca come un cencio, sconvolta, le labbra illividite, gli occhi bassi, and a rinchiudersi nella sua camera e per delle ore non vi lasci entrare nessuno: e la attendente che quella mattina era di servizio, narr poi che traverso luscio laveva sentita a piangere disperatamente con singhiozzi dolorosissimi.
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Capitolo 51.
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Matteo, affrettatosi al palazzo abitato dal conte di Camporolle, la sera prima, aveva provata non poca contrariet nellapprendere che il giovane, bench lora fosse gi tarda, non era ancora rientrato. Era rimasto ad aspettarlo, e a seconda che il tempo passava, egli sentiva accrescersi un ansioso timore, tanto che ad un punto non ci pot pi reggere, e quantunque sapesse che il giovane lavrebbe di ci rampognato, volle andarsene a cercare di lui al teatro, dove credeva per cosa sicura chegli si trovasse. Giunse che lo spettacolo era appunto finito e le porte si chiudevano alle spalle degli ultimi che uscivano fra i pochi rimasti a godersi intiera la serata dopo i guai che abbiamo visto. Ma se nellinterno del teatro la violenta repressione aveva fatto il silenzio ed il vuoto, di fuori nella piazza era continuata una vivace agitazione in innumerevoli capannelli che si formavano qua e l, e sciolti dai gendarmi, andavano a riunirsi pi lontano, ne quali si discorreva animatamente dei fatti avvenuti, e come suole, si esageravano anche le vicende e se ne inventavano di pianta.
Quando Matteo sopravvenne, quellagitazione era tuttaltro che finita; anzi nemmeno scemata; ed egli, da brandelli di discorsi che colse a volo qua e l passando in mezzo ai gruppi, pot indovinare gran parte di quello che era avvenuto. Il suo timore riguardo ad Alfredo saccrebbe e prese corpo: nulla era di pi facile che anche il giovane avesse partecipato a quelle dimostrazioni e contasse nel numero di quei tanti arrestati di cui aveva udito far cenno, numero che le ciarle della gente accrescevano ancora. Siccome da nessuna parte egli aveva potuto vedere il giovane, e se questi fosse andato a casa, per istrada avrebbero dovuto incontrarsi, Matteo pensava gi di rivolgersi senza indugio a domandarne al direttore medesimo della Polizia, dal quale credeva di aver buona ragione per aspettarsi sollecito ricevimento e soddisfacente risposta; quando in un crocchio di persone che agli abiti apparivano appartenere alla classe pi elevata, ud, in mezzo allanimatissimo discorso, pronunziare il nome del conte. Saccost, tese le orecchie e quello che pot afferrare dalle parole riguardanti Alfredo, fu tale da dargli il coraggio di frammettersi a quel gruppo e supplicare gli dicessero chiaramente e particolareggiatamente tutto quello che era capitato al conte di Camporolle, poich egli era un servitore devotissimo di quel giovane e veniva appunto in cerca di lui.
I cortigiani presenti allindegno rabbuffo del principe contro Alfredo avevano raccontato la scena, e colle immanchevoli frangie la novella nera corsa rapidamente per la parte pi signorile del pubblico; i signori interrogati da Matteo, poterono al vecchio narrare tutto il vero e pi del vero. Terminando, e credettero per di poter assicurare chi con tanta passione li interrogava, che il conte non era stato arrestato, perch lo si aveva visto uscire precipitosamente, affatto libero, da teatro e correre via come un matto.
Matteo ringrazi, e poich non sapeva dove avrebbe potuto andare a cercare del giovane, pi angosciato di quando era venuto, se ne torn alla casa di Alfredo sperando di trovarlo rientrato. Singannava. Passarono ancora delle ore, lunghe pel vecchio ed angosciose, prima che il conte comparisse. LArpione gli corse incontro; ma lebbe appena scorto che esclam dolorosamente:
Gran Dio! Donde viene?... Lei soffre!
Alfredo faceva davvero pena a vedersi. Lebbrezza non ancora cessata, la terribile concitazione dellanimo e la febbre del cervello e del sangue che lo tormentava, avevano traccie tremende sul volto allividito, contratto, negli occhi infossati, nelle chiome scarmigliate, nei panni scomposti del misero giovane. Barcollante egli si appoggi a una mensola, e con isguardo e accento pieni di sprezzosa ripulsione, disse a Matteo che gli si accostava come per sovvenirlo e tendeva le mani quasi a sorreggerlo:
State in l... voi! Non mi toccate!... Sempre voi! Che cosa mi volete ancora?... Non vi ho detto di lasciarmi?
Il vecchio si ferm, si curv pi raumiliato che mai, e rispose con voce quasi lagrimosa:
Son qui per darle una risposta che Ella aveva pur tanto eccitata... Non mi aveva Ella ordinato di rinvenire il luogo?...
Alfredo lo interruppe con vivacit impetuosa:
Dove mia madre  sepolta! disse. S,  vero: e voi venite gi a dirmi?...
Che quando si sia che a Lei piaccia, io posso condurla col.
Il giovane mand unesclamazione che era mezzo un grido, mezzo un sospiro; si pass una mano sulla fronte e ripet a s stesso, come una preghiera, come una formola magica da vincere la sventura: Mia madre! Mia madre!
In mezzo alle infuocate, mordenti, struggitrici passioni che lo torturavano, quello era per lui come un soave alito di pura freschezza: il nome di madre, il pensiero di quellaffetto sacrosanto che a lui era sempre mancato.
Quando si sia? disse poi con calore: ma subito, dimani stesso... appena aggiorni.
Ah no, signor conte: aggiunse vivamente Matteo: domani Ella ha bisogno di riposo, forsanco di qualche cura medica. Non vede com disfatto!... Le emozioni che ha sofferte...
Una fiamma di rossore sal al volto livido di Alfredo.
Voi sapete quello che mi  capitato? interruppe violentemente.
Ho sentito qualche vaga parola: balbett lArpione che non sapeva bene come regolarsi.
Il giovane si copr colle mani la faccia.
Ah se ne parla!... Ben lo dovevo prevedere... Per quanti giorni sar largomento delle ciarle di tutta Parma!... O mia vergogna!
Ma no, ma no: saffrett a dire Matteo, sperando distrurre il cattivo effetto delle sue prime parole. Non c vergogna di sorta: la brutta figura  tutta per quel prepotente...
Alfredo, senza badargli, lo sguardo smarrito, i denti stretti, diceva a s stesso con fremito di rabbia:
La vergogna sar lavata... Vedranno tutti se io ingoio loltraggio e mi taccio... Ah! la punizione, la vendetta sar pari alloffesa...
Che cosa? Che cosa dice? Che cosa pensa, signor Alfredo? salt su il vecchio spaventato. Spero bene che le son codeste sue parole in aria, e che la non avr la pazzia di voler lottare contro quel cattivo principe che pu schiacciarla...
Voglio... voglio... quel che voglio lo so io.
Dia retta a me, non immagini delle pazzie... Vede bene che se avesse accettato il mio consiglio, si sarebbe risparmiato una brutta sera... Ebbene, quel consiglio medesimo, che le ho dato questa mattina,  ancora il migliore pel presente. Parta, signor conte, abbandoni questinfelice paese...
Il conte lo interruppe.
Basta: i vostri consigli non li voglio...
Senta! riprese pur tuttavia il vecchio colla vivacit di chi ha afferrato mia buona idea. La prego in nome di sua madre... Domani stesso, poich cos vuole, la condurr sulla fossa di lei... far di pi; la condurr nella camera dovessa  morta, le presenter la donna che lassist negli ultimi momenti...
Alfredo gett un grido.
S! s!... Ah potr perdonarvi allora di molte cose!... E ci subito, domani, non  vero?
Domani mattina verr a prenderla alle otto... E dalla tomba di sua madre, che prega per lei lass nel paradiso, son certo che ella udr pure venire una voce a dirle di ascoltare le mie parole...
Il giovane interruppe con un gesto dimpazienza che non ammetteva replica e conged Matteo.
Ma il domani la gita disegnata non pot aver luogo. Una febbre fortissima aveva assalito il povero Alfredo, il quale, fuori affatto di cognizione, pronunziava incoerenti parole che tutti i presenti attribuivano al delirio.
Arpione, venuto allora posta, lasci scorge il pi gran dolore per linfermit del giovane, e sedutosi al capezzale di lui, non si mosse finch, passata una crisi, il giacente venne in un benefico sopore; ma in questo frattempo il vecchio aveva raccolte dal labbro di Alfredo tali parole che lavevano terribilmente spaventato, perch rivelavano quali propositi di vendetta egli accarrezzasse e come qualche cosa avesse gi iniziato per metterli in atto. Egli determin allistante di salvare il conte dal precipizio in cui stava per cadere; chiam a s la governante, donna di cui poteva affatto fidarsi, e la preg, finch il malato delirasse, di star lei presso al letto e di non lasciarci nessuno dei servi, di raccogliere tutte le parole che il poveretto pronunziasse e di ripetergliele poi esattamente a lui, Matteo, quando tornasse; e poi, pensieroso, preoccupato, usc dirigendosi verso la gran piazza.
E giunse su questa a tempo appunto per assistere ad una scena caratteristica delle maniere del duca; scena che non doveva essere senza importanza per lo svolgimento del dramma che stiamo narrando.
Nella piazza Grande cera buon numero di gente; innanzi al caff sopratutto, capannelli di giovani eleganti stavano discorrendo animatamente e, come pu facilmente indovinarsi, argomento di tutti quei discorsi erano i fatti della sera prima. A un tratto, mentre appunto Matteo Arpione sbucava da una parte nella piazza, ecco da unaltra strada uno schioccar di frusta, un rumor forte di scalpito di cavalli e irrompere al gran trotto, anzi al galoppo addosso alla gente quattro stupendi cavalli attaccati a un phaton dallalto del quale conduceva a grandi guide, con una lunga scuriada in mano, il duca, alla cui sinistra sedeva sfacciatamente la ballerina milanese fischiata la sera innanzi a teatro.
Uscito irritatissimo dal colloquio colla moglie, al duca era sembrato buon mezzo per vendicarsi e sfogarsi, ripetere la sciocca bravata di mostrarsi in pubblico insieme colla ballerina, e condotto il legno sotto il quartiere abitato da quella ragazza, laveva mandata a chiamare per mezzo dun domestico. La danzatrice si era affrettata ad ubbidire, e cos avveniva che ora ricomparisse sulla gran piazza a fianco del principe, sfidando la pubblica opinione, offendendo il sentimento morale di tutta una cittadinanza.
La carrozza ducale irruppe con tanto impeto nella piazza, che poco manc non ne restassero schiacciati i primi pedoni in cui sabbatt, i quali a stento scamparono saltando in disparte.
Eh! fate attenzione, marmotte! grid sprezzosamente il duca dallalto del suo seggio facendo schioccare la frusta. Non siete buoni a far largo?
Erano gente della plebe, donne e ragazzi; si tirarono in l umili, salutando con timore; ma i signori che stavano un po pi lontano, mandarono un mormorio, e poi, siccome il duca volgeva gli sguardi su di loro e spingeva i cavalli a quella parte, quasi tutti, per non aver da salutare, sbiettarono, alcuni entrando vivamente nel caff, altri gettandosi nella strada pi vicina. Ma il duca sollecit ancora la corsa dei cavalli, e colla sua lunga scuriada arrivando fin dietro i fuggenti, ne gett a terra i cappelli mentre gridava colla sua voce squarrata:
Salutate, marrani, villanzoni che siete!
Fra coloro a cui fu gettato a terra il cappello di quel modo, erano due o tre dei principali nella congiura a cui quella notte medesima si era ascritto Alfredo di Camporolle, e fra essi un tale che aveva molta attinenza con dame e cavalieri che accostavano la duchessa e ne avevano acquistata la fiducia.
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Capitolo 52.
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Abbiamo visto come, la mattina medesima di quel giorno che doveva chiudersi con s importanti avvenimenti pel conte di Camporolle, Matteo Arpione si fosse partito di buonora da Parma con una carrozzella che lAntonia gli aveva procurato, e non fosse tornato pi che a sera calata. Non sar inutile un breve racconto di codesta gita dellusuraio.
Egli aveva spinto il cavallo ad un buon trotto, e non si era fermato pi che ad unosteriuccia posta sulla strada alla distanza di circa una dozzina di chilometri, dove aveva lasciato cavallo e carrozza, si era ordinato da pranzo e poi erasi allontanato a piedi, avviandosi verso un gruppo di case, quasi nascoste in mezzo alla campagna a un buon trar di schioppo dalla strada.
Se alcuno avesse potuto essere con lui ad osservarlo in codesto suo viaggetto, avrebbe avuto da notare come, man mano che egli si veniva accostando a quel paese i suoi lineamenti pigliavano lespressione di chi ritorna in paese non pi veduto da lungo tempo, ma che per qualche efficace ragione gli  stato potentemente impresso nellanimo e si commuove a seconda che rivede e riconosce luoghi che gli ridestano vive delle memorie interessantissime della sua vita. Quando con passo lento si diresse, come ho detto, a quella specie di casale nascosto fra le alte piante, la sua figura di solito cos apatica esprimeva una mestizia profonda, sentita, non priva di tenerezza. Quei luoghi, qualunque fosse il tempo che non li aveva pi rivisti, erano dicerto bene impressi nel suo ricordo, perch egli cammin senza esitare, senza domandare indicazioni, per varii sentieruoli serpeggianti traverso prati e campi, dritto alla sua meta.
E la sua meta fu una casetta umile, anzi povera, un sol piano a terreno con sopravi un tetto di paglia, circondata da un orto ricinto duna siepe di biancospino il cui passaggio era chiuso da un cancelletto di legno tarlato, ombreggiata da due olmi giganteschi che la nascondevano e riparavano, divisa dun bel tratto dalle altre che si raggruppavano un po pi in l intorno al modesto campanile duna povera chiesuola.
Quello non era veramente un villaggio, era una frazione di villaggio, il cui centro municipale era lontano una buona mezzora di cammino: e quella chiesa non era neppure una parrocchia, ma una succursale dove il cappellano aveva facolt di amministrare alluopo certi sacramenti.
Matteo giunto al cancelletto della siepe si ferm, stette un momento immobile a guardarsi dintorno e un appannamento, come il velo duna lagrima, venne alle sue pupille. Chi avesse potuto leggergli nel pensiero avrebbe visto chegli diceva a s stesso:
Nulla v di cambiato, fuorch le piante un po pi cresciute, la casa diventata pi scura, questo cancello, gli usci e le imposte delle finestre pi tarlati... Eppure sono passati pi di venti anni!
Guard nellorto con occhi bramosamente vivaci; non ombra di essere umano; la casa era chiusa; fuori che due colombi i quali si perseguitavano sul tetto tubando, tutto era immobilit e silenzio.
Stato ancora un poco, Arpione si mise a chiamar forte.
Tino! Tino!... O Battistino!
Non gli fu risposto che da un cane vecchio spelato, di quelli dal muso aguzzo che si dicono volpini, il quale si lev da un mucchio di paglia dove stava sdraiato e venne al cancelletto abbaiando raucamente.
Il vecchio lo guard con una specie di compassione.
Sei tu, misero botolo, il solo compagno del povero becchino? Mi apparisci magro e sfiancato comera il tuo padrone quando lho conosciuto e come sar probabilmente anche ora... Non vuoi lasciarmi entrare?... Non capisci che io sono un amico?
Cos dicendo, Matteo, da persona pratica, pass la mano traverso le stecche del cancello, sollev un rozzo saliscendi che trovavasi allinterno e spinto il cancello lo apr ed entr malgrado le proteste fattesi pi clamorose del cane incollerito.
Quanta fedelt canina! disse con amara ironia lArpione. E pensare che se avessi un tozzo di pane, lo farei tacer subito.
And diritto, risoluto verso la casa, e il cane gli venne dietro annusandogli i talloni e seguitando ad abbaiare. Luscio era chiuso, e Matteo, dopo averlo tentato invano, si volse senza esitare al pi vicino dei due olmi, cacci la mano entro un buco di esso e ne tolse una chiave che vi era riposta.
Tino ha pur sempre le medesime abitudini: disse sorridendo lievemente: e con quella chiave and ad aprire luscio di casa.
Quando vide quellintruso spalancare la porta e cacciarsi dentro, il cane divenne addirittura furibondo e con abbaiamenti rabbiosi si slanci alle gambe di quellaudace per morderlo. LArpione cominci per allontanarselo con un buon calcio che lo mand a guaire quattro passi lontano; poi, entrato nella stanza a terreno, e visto sopra una madia un bel pezzo di pagnotta, lo prese e saffrett a gettarlo allanimale che, pi rabbioso di prima, sapprestava a rinnovare lassalto. Il cane esit un poco fra lira e la gola; ma poi vinse questultima, e azzannata la pagnotta, e si mise a divorarla, grugnendo per ancora di quando in quando.
E lho comprato col pane del suo padrone medesimo! esclam Matteo collamara ironia di pocanzi.
Poi guard attentamente intorno a s. Era dellinterno della casa come dellorto: tutto era lo stesso e allo stesso posto, se non che pi invecchiato. Matteo mand un sospiro, e poi apr un uscio laterale, chiuso colla sola stanghetta a molla della serratura ed entr in una cameretta bianca, pulita, con un letticciuolo, due sedie, un crocifisso appeso al muro, una piccola valigia e nientaltro.
Il vecchio usuraio stette un momento immobile sulla soglia a contemplare quella cameretta, come se vi fossero col dentro chiss quanti oggetti preziosi da ammirare; mand un altro sospiro pi profondo e disse fra s:
Quel poveruomo ha mantenuto la parola che mi ha dato: essa  tale e quale.
Poi penetr nella stanza e chiuse accuratamente luscio dietro di s: sappress al letticciuolo e cadde in ginocchio presso a quel capezzale.
Era passata forse una mezzora, quando un uomo alto, segaligno, vecchio, un po curvo della persona, ma con aspetto robusto, il volto pieno di rughe fittissime, il cranio pelato, la pelle color di rame, vestito poveramente da contadino, sopraggiunse e si stup fortemente nel trovare luscio di casa aperto e il suo cane che gli faceva festa con una certaria tra di paura e di compunzione che lo rivelava chiaramente reo di qualche colpa.
Che cos ci? disse egli forte, come se interrogasse il cane. Chi  venuto?
La bestiola rispose a modo suo, cio con un abbaiamento: ma in quella luscio della cameretta vicina si apr e comparve sulla soglia Matteo Arpione.
Son io: disse questi, fissando attentamente il nuovo venuto.
I due vecchi si guardarono un poco: il padrone della casupola con istupore, laltro con non dissimulata commozione.
Non mi riconoscete pi, Tino? disse Matteo, avanzandosi dun passo.
Se non vi trovassi qui, rispose quelluomo, se non vi vedessi uscire da quella camera, di certo non vi riconoscerei pi, tanto siete cambiato!
Matteo mand un sospiro che pareva di rimpianto.
 tanto tempo  che non vi ho pi veduto: si affrett a soggiungere Battistino, come per desiderio di rimediare al poco buono effetto delle prime parole.
Ma la giunta parve allArpione meno gradita ancora della derrata, e col tono di chi si scusa da un rimprovero che lo punge nel vivo, rispose:
Che volete? avevo promesso e mero proposto di venire sovente; ma non ho potuto. Gli affari... ho molti, ho troppi affari per le mani... le vicende duna vita agitata, laboriosa, pugnace, me ne tolsero sempre il tempo e la possibilit.
Bene! bene disse il becchino collaccento di filosofia pratica dun uomo che non si cura il meno del mondo di quanto pensano e fanno gli altri. Ho pur capito che doveva essere cos... Ma io vi aveva fatta una promessa: e questa, nei venti e pi anni che sono passati, ho sempre mantenuta, come se voi aveste da arrivare ad ogni momento per vedere se ero fedele nelladempirla.
Vi ringrazio, pronunzi Matteo con una lentezza che celava una commozione. Ho gi visto la camera: voi lavete rispettata...
Eh! interruppe Battistino con certa sua rozza impazienza. Mi avete pagato... mi avete ricomprato per ci tre o quattro volte questa casipola... Finch io viva, le cose staranno a quel modo.
E la tomba?
Venite a vedere... vengo appunto di l. Quello  il mio mondo; quando non sono chiuso nella solitudine della mia casa, son l in quella solitudine coi morti. Ho estirpato or ora le male erbe intorno al tumuletto e inaffiato i fiori. Venite pure.
Andiamo: disse laconicamente Matteo, avviandosi pel primo.
Battistino lo segu.
La giornata di marzo era lieta, serena, tepida: una giornata precoce di primavera. Gli alberi avevano da lontano una tinta rossigna per le gemme presso a sbocciare; le erbe nei prati si drizzavano alteramente con un allegro verde di smeraldo; correvano per la campagna certe aurette tepenti, certi profumi indefinibili che avvivavano il sangue e rallegravano lo spirito. Era la natura che nel suo eterno ridestarsi cominciava a sorridere.
Matteo camminava sollecito, primo, e Battistino gli veniva dietro curvo, col suo passo allungato: non si scambiarono una parola. Il cancello del cimitero era aperto: lusuraio ventr, ma poi, fermatosi, diede una sguardata tuttintorno, come incerto della direzione da prendere.
Lumile cimitero di campagna, in cui non si drizzavano fastosi monumenti marmorei, in cui fra le erbe alte e gli arbusti incolti e gli alberetti non rimondati sorgevano qua e l croci di legno, le pi pencolanti, alcune gi cadute: lumile cimitero era pieno di sole, di pace, di voci daugelli allegramente pigolanti nel tripudio dei loro amori primaverili.
Il becchino entr innanzi a Matteo e additandogli una parte, gli disse:
Da questa.
Matteo fe cenno col capo che ci si ritrovava, e riprese il cammino con passo sicuro.
In un angolo del quadrilatero che formava il Campo Santo, un po appartata da tutte le altre fosse ve nera una segnata da una croce di larice, da poco rinnovata, e sulla parte trasversale di essa stava inciso rozzamente un semplice nome: Giuseppina.
Tino precedette lArpione sino a quel luogo e l si ferm.
 qui! disse.
Matteo ripet il medesimo cenno di testa e si ferm anche lui a un passo lontano da quella croce.
Il tumuletto di terra, ben ripulito, era circondato da una corona di piccoli rosai che gi cominciavano a metter fuori i bottoni: pi in l curvava sopra la croce i suoi rami pendenti ancora spogli di frondi un salice piangente.
Lusuraio incroci le braccia al petto e rimase immobile, chinando basso basso il volto, cos che non se ne sarebbero potuti vedere da nessuno i lineamenti. Forse la presenza del becchino lo trattenne da mettersi in ginocchio presso quella tomba, come aveva fatto al capezzale del letto in cui aveva mandato lultimo respiro la donna che giaceva sepolta sotto quei rosai.
Vedete! disse Tino dopo un poco: la croce  nuova di pochi mesi:  la terza che ricambio... e ci scolpisco sempre su il nome io stesso.
Matteo accenn di nuovo col capo in atto dapprovazione; poi si lev il cappello e stette un dieci minuti, guardando fisso innanzi a s: la sua fisonomia era, come al solito, senza espressione veruna.
Va bene, Tino: disse quindi. Sono contento di voi... Andiamo a casa: devo parlarvi.
Ebbero un lungo colloquio, in cui Matteo diede allaltro minute ed esatte istruzioni. Al venir della sera, Arpione ripart per tornarsene a Parma, dove ebbe altro colloquio collAntonia, dopo il quale sera recato, come vedemmo, al palazzo abitato dal conte di Camporolle.
La mattina dipoi, quando aveva abbandonato Alfredo, assalito dalla febbre, Matteo, come fu detto, era stato testimonio del brutto fatto del duca frustatone in pubblico dei giovani che fuggivano per non salutarlo, e dellindignazione che, partito il principe, malgrado il timore che ispirava pure la Polizia, non aveva potuto tenersi dal prorompere fra coloro che erano restati sulla piazza e colpiti e spettatori di quella intollerabile prepotenza.
Eravi sopra tutto un capannello composto per la maggior parte di popolani, in mezzo ai quali sagitava e declamava pi furibondo di ogni altro un tale, la cui fisonomia non riusc nuova a Matteo. Bisognava sentirlo con che termini audaci e parlava del duca e delle prepotenze di lui e del governo, de diritti conculcati del popolo, della vendetta che questo popolo oppresso avrebbe dovuto compiere! I pi prudenti sallontanavano discretamente da quel tribuno e dal gruppo dovegli perorava; ma lira che aveva suscitato il contegno del duca faceva in quel momento meno prudenti anche i timidi, e molti erano quelli che si fermavano, ascoltavano, fremevano ed approvavano.
Matteo saccost anche lui, non tanto per udire, quanto per esaminare bene il declamatore, che a quel primo momento non sapeva dire dove se lo fosse gi trovato innanzi; ma quando ne fu a due passi, la memoria a un tratto glie ne venne: quello era luomo che egli aveva visto la sera innanzi affacciarsi alluscio dello stanzino nella bottega del suo amico Melchiorre, l dove un tratto aveva creduto travedere la bionda, pallida, delicata figura dAlfredo. Se la sera prima la faccia rozza e cupa di quelluomo era spiaciuta a Matteo, ora vedendola cost a declamare con esagerazione, rotando certi occhiacci e facendo la voce grossa, gli spiacque assai pi.
Quello  uno scellerato birbone capace dogni pi tristo fatto: disse a s stesso Matteo, il quale per lunga esperienza e per accortezza si intendeva assai duomini e di fisonomie: e son sicuro che qui fa lagente provocatore, da cui quei goccioloni si lasciano mettere in mezzo.
Ora pensatevi qual fosse il suo stupore, e uno spiacevole stupore, quando nel pomeriggio, recatosi a pigliar nuove del conte di Camporolle, vide dalla camera stessa del giovane uscire un uomo, il quale era niente meno che il beone della sera innanzi e il tribuno piazzaiuolo della mattina.
Anche quelluomo, che pass innanzi a Matteo nel partirsi, dovette riconoscere costui, perch fece un atto di contrariet, subito dissimulato, ma cui pure riusc a scorgere locchio acuto del vecchio.
Interrogata la governante, lArpione apprese come Alfredo, tornato in s, avesse voluto a ogni costo saltar gi dal letto, affermando che era aspettato, che aveva grandi e importanti cose da fare; come alle preghiere, alle insistenze, alla quasi violenza che gli si era fatto per tenerlo in letto, non si fosse acquetato, finalmente, che merc la promessa di andare subito a cercare di un certo Michele al caff della Piazza Grande e di condurglielo al capezzale il pi presto possibile. Erano andati, avevano trovato quelluomo, lo avevano condotto, ed era quel desso che Matteo aveva veduto partirsi dopo avuto con Alfredo un colloquio da soli di oltre mezzora.
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Capitolo 53.
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Queste informazioni inquietarono di molto Matteo.
Era ormai accertato per lui come il giovane travisto nella bottega di Melchiorre la sera innanzi, fosse stato Alfredo, in compagnia di quelluomo dalla faccia sospetta, che ora apprendeva chiamarsi Michele. E questi faceva il tribuno declamatore in piazza, ed era insieme col giovane dopo loltraggio da costui ricevuto dal principe, e Alfredo aveva tanta premura di accontarsi con lui e, bench malato in letto, aveva insieme un lungo colloquio segreto! Chiunque avrebbe dubitato che tutto codesto si attenesse ai progetti di vendetta, che le parole pronunziate nel delirio del febbricitante avevano in lui rivelati: tanto pi ne sospett Matteo Arpione, secondo a nessuno nellaccortezza e negli indovinamenti.
Della ragione per che aveva mosso Alfredo a chiamare cos sollecitamente Michele presso di s, il vecchio non ne sospett che una parte: il conte di Camporolle non aveva voluto solamente fare avvertiti i congiurati del suo malore, ma per prima cosa aveva pensato di renderne informata la baronessa di Muldorff.
Matteo frattanto, risoluto pi che mai a salvare Alfredo dal pericolo che vedeva sicuro e imminente, affine di conoscere meglio chi fosse quel Michele, si affrett alla casa dellAntonia, e a costei domand le spiegazioni che riteneva necessarie.
Per prima cosa, dalla descrizione che Antonia gli fece del giovane compagno di Michele la sera innanzi, ebbe la sicura conferma che quello era il conte; poi dai sospetti della donna intorno a Michele, gli fu ribadita la brutta opinione che egli si era fatta di quelluomo, che fosse cio un agente di polizia. Dopo ci egli avrebbe dato qualunque cosa per sapere quali trattative e accordi fossero passati ed esistessero fra il conte e il popolano; e udito di Melchiorre che era conoscente e poteva anzi dirsi amico da tanto tempo di quel Michele, preg la donna di provare, interrogando il marito, a tirargli fuori o qualche notizia positiva, o almeno qualche cenno e indizio, da cui un furbo come lui potesse dedurre la verit o almeno tal cosa che le si accostasse. Antonia, bench protestasse che da quella massa di ciccia del suo Melchiorre non cera da cavarne nulla che avesse un po di costrutto, tuttavia, stante la gran deferenza che per gratitudine aveva verso lArpione, accett lufficio e si dispose compirlo senza il menomo indugio. Detto per ci al vecchio di aspettarla, discese subito per la scaletta interna della bottega, dove sapevi trovare sicuramente il marito e sperava a quellora non ci avesse compagnia.
In questultima speranza fu delusa; essa non era ancora a mezzo della scala, che ud venire dalla bottega un chiacchiericcio animato, in cui laccento delle voci e massime di quella del zozzaio pareva imbizzito. Al primo momento ella fece un atto di contrariet e fu per tornarsene indietro stimando loccasione meno propizia: ma poi tosto, alcune parole giunte fino a lei, le fecero cambiare avviso e la persuasero anzi che la sorte non poteva favorirla meglio per conseguire il suo fine, che di farle sentire, non vista, il colloquio che aveva luogo in bottega. Seguit a discendere piano piano, tanto da non levare il menomo rumore, e venne a postarsi, lorecchio ben teso dietro la tenda che scendeva innanzi alluscio.
Quegli con cui Melchiorre parlava cos animatamente non era altri che Michele medesimo.
Abbiamo visto come la sera innanzi questultimo, partendosi col conte, avesse fatto di nascosto un ammicco al zozzaio, per annunziargli che avrebbe avuto bisogno di parlargli in segreto, e che quindi sarebbe venuto da lui alluopo un momento o laltro; al qual cenno lomaccione aveva corrisposto con un altro compagno. A Michele premeva sapere qualche cosa di quel forestiero che, alloggiato presso Melchiorre e sua moglie, aveva dei segreti con questultima e conosceva il conte di Camporolle; il marito dAntonia non avendo ancora ricevuto il solito prezzo della pigione per quei locali a terreno, bench parecchi giorni gi fossero passati dopo quello in cui si sarebbe dovuto pagare, avido comera del denaro, si struggeva dal farne rampogna e sollecitazione a colui che era stato intermediario in quellaffittamento e cui soltanto egli conosceva. Perci, quando appena ebbe veduto entrare in bottega Michele, senza lasciarlo aprir bocca, movendogli incontro e parlando con una vivacit che in lui era veramente rara, gli disse:
Benvenuto Michele!... Vi aspettavo appunto... Spero che mi avrete portato i denari.
Che denari? domand laltro stupito a quellattacco inaspettato.
Oh bella!... Me lo domandate?... I denari dellaffitto...
Ssst! fece Michele interrompendolo e guardandosi dattorno. Vi ho pur detto di non parlarne mai di codesto.
Eh che qui siam soli e non c anima che ci possa sentire! esclam il zozzaio. E conviene che ne parli se ho da farmene pagare.
Vuol dire che non siete stato pagato?
No, per mille diavoli.
Ebbene, vi si pagher, non dubitate: sar un oblo momentaneo.
Un oblo che non si deve fare... Io voglio i miei denari, capite?... E faccio voi responsabile...
Siete matto: interruppe impaziente Michele. Ve lho detto fin da principio che io non centro.
Ah! non centrate! E chi  venuto a domandarmi quei locali? Chi ha conchiuso laffare? Siete voi o non siete voi?
Ma vi ho sempre detto che era per altre persone...
Gi:... E quelle altre persone non compariscono, e io non so di nessun altro, non conosco nessun altro che voi, e se non mi portate i denari questoggi stesso o al pi tardi domani...
Vi ripeto, salt su Michele con istizza anche lui, che io di denari non ve ne faccio vedere manco il segno: che non  affar mio, che come avete ricevuto le mesate antecedenti riceverete anche questa senza mia intromissione, e che non mi secchiate pi.
Era a questo punto il colloquio quando Antonia giunse, e trov di molto interessamento lo stare ad ascoltare.
E sapete che cosa io far per prima cosa? grid Melchiorre. Metter in pratica il suggerimento medesimo che voi mavete dato quel giorno: far levare le serrature inglesi che quei signori sconosciuti applicarono ai due usci, le scambier con altre mie, delle quali mi terr le chiavi, e se ci avranno da mettere ancora il naso l dentro...
Voi non farete codesto! interruppe Michele incollerito. Pensate che fra quei signori c gente che potrebbe farvela scontare cara e salata; e il guadagno che avete fatto e che potete fare ancora, pu scambiarsi in danni che avrete da rimpiangere amaramente.
Questa minaccia fece effetto sul marito dAntonia. Si gratt un orecchio, mastic una bestemmia, e tornato subitamente alla sua placida natura, disse strizzando locchio:
E son dunque gente di alto bordo eh?
Eh! eh! ripet Michele con un moto del capo e delle spalle che completava il significato dellesclamazione.
E allora perch fanno questa brutta figura di non pagare a tempo?
Ci hanno tante cose a cui pensare! State tranquillo che avrete quanto vi fu promesso.
Va bene... conto sulla vostra parola.
E ora, che siete diventato di nuovo ragionevole, mio caro Melchiorre, voi dovete levarmi di una grande curiosit.
Che cosa? domand colla sua solita tranquillit il marito dAntonia.
Voi non vi siete mai curato di sapere chi e che cosa fosse quel forestiero, amico di vostra moglie.
Io no: rispose lomaccione. Dal momento che non me ne viene nulla in tasca.
Ma se ve ne venisse, sareste capace di spillar fuori il segreto?
Il zozzaio fece saltare la sua epa madornale in una risata grossolana.
Eh chi sa! esclam. LAntonia, anche malgrado gli annetti, mi vuol sempre bene, ed ha tuttavia certe velleit... Approfittando di qualche momento di tenerezza...
Bravo! esclam Michele ridendo villanamente anche lui: approfittatene, cercate di sapere tutto il pi che possiate di quel cotale, e perch e come e da quando egli conosca un certo conte di Camporolle; e se mi saprete dire a dovere di tutto questo, una diecina di svanziche le avrete.
Melchiorre fece una smorfia.
Dieci svanziche sono pochino.
Ed  pochino anche il servizio che vi domando... Dunque quando devo tornare?
Domani mattina.
Ho capito!... fece Michele accennando furbescamente degli occhi. E ora datemi un bicchierino di zozza.
Melchiorre prese la bottiglia e sapparecchi a mescere: ma nellatto si ferm colla mano in aria e lampolla mezzo chinata.
Ma, lo pagate? disse.
Uh! Avaraccio! esclam Michele. Vi ho fatto guadagnare tanti denari, un marenghino bello e fiammante ieri sera, per quelle vostre porcherie... e avete il fegato di farmi pagare un bicchierino!
Eh mio caro! rispose Melchiorre: il commercio  il commercio.
Michele tracann dun fiato il liquore, gett due soldi sul banco e usc dicendo:
A domattina.
Il zozzaio prese tranquillamente le monete e le ripose nel cassetto; ma in quella trasal a una ben nota voce che gli gridava alle spalle indignata:
Ah cane traditore!
Si volse spaventato, e si vide innanzi la moglie accesa nel viso e colle mani sui fianchi.
...
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Capitolo 54.
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La battaglia fra marito e moglie, come era facilmente prevedibile da chiunque conoscesse luno e laltra, riusc una sollecita e completa vittoria della seconda; anzi non vi fu neppure una vera battaglia, perch quel ciccione di Melchiorre, mettendo sopra ogni altra considerazione quella del suo quieto vivere, tent a pena una mostra di resistenza col negare, visto che lAntonia aveva udito abbastanza da sapere pi della met e da indovinare il resto, si arrese, senzaltro, a discrezione, cedendo armi e bagagli, cio spifferando ogni minima cosa dalla alla zeta.
Le rivelazioni di Melchiorre, comunicate a Matteo Arpione, suscitarono in costui un mondo di congetture. Poteva essere benissimo che chi si raccoglieva in quei locali di notte con tante cautele, fosse un branco di giovani viziosi che vi facessero orgie segrete, come Michele aveva detto al zozzaio: ma appunto lo averlo detto costui faceva nascere il dubbio che cos non fosse. Per qual ragione lo stesso Michele aveva condotto fino a quellestremo capo della citt il giovane Alfredo, se non per farlo penetrare in quella segreta congrega? Era egli ammessibile che fossero venuti s lontano dal teatro, onde il conte era uscito, solamente per bere un cattivo ponce in uno spaccio di s bassa sfera? E se Alfredo veniva introdotto in quella misteriosa ragunata era da supporsi che vi si conducesse per desiderio o curiosit di lussuriosi diletti che l si godessero, lui che era di corretti costumi, e in una sera come quella, quando lanimo sconvolto doveva essere acconcio piuttosto a tuttaltro? I discorsi audacemente rivoluzionarii uditi dallArpione medesimo in bocca a Michele; la rabbia che aveva di certo destata in Alfredo lindegno tratto del principe; le interrotte parole che erano sfuggite al giovane durante il delirio, tutto concorreva a fare argomentare che ben diverso dallaccennato era lo scopo di quelle notturne assemblee. Matteo ne conchiuse che l vera il pericolo imminente, da cui si doveva salvare il conte; e perci determin di venire in chiaro dogni cosa con ogni qualunque mezzo possibile, prevedendo e sperando che appunto dalla conoscenza dellintera verit avrebbe attinto un modo sicuro di salute.
Melchiorre, completamente guadagnato alla parte di sua moglie e di Matteo, il quale gli fece capire che lavrebbe compensato anche meglio di quanto farebbero gli avversari, promise che a Michele, allorch tornasse per le informazioni richieste, avrebbe risposto nientaltro se non che lospite di sua moglie era un antico maggiordomo del conte di Camporolle, il quale trovavisi a Parma per rendere ancora certi conti al suo gi padrone; e promise in pari tempo che avrebbe comunicato ai soci ogni menoma cosa gli capitasse riguardo a quella misteriosa faccenda.
Matteo intanto per primo, sera proposto di scoprire un nome almeno di coloro che partecipavano a quelle riunioni, e di appurare quando, come, con qual frequenza si radunassero. Aveva inteso da Melchiorre che la mesata gli si doveva ancora pagare; che laltra volta gli era stata data da un uomo accuratamente coperto di mantello e nascosta la faccia nelle pieghe di esso, il quale, entrando di fretta, mentre non cera nessuno in bottega, gli aveva gettato sul banco un rotolino di monete avviluppate nella carta con queste parole:
Eccovi il denaro che aspettate per quello che sapete; e poi era fuggito; e che senza dubbio, dopo la sfuriata da lui fatta a Michele, o quel giorno stesso o il domani al pi tardi, il gruppetto sarebbe venuto; ed egli determin di fare in modo da poter vedere codesto messo. Si appost pertanto nello stanzino ed ebbe la pazienza di starci appianato quasi tutte le ore del giorno.
La sua pazienza fu ricompensata; quando si era gi sullimbrunire, luomo immantellato, appuntino come aveva detto Melchiorre, entr sollecito, gett il gruzzolo, disse le medesime parole dellaltra volta, e via. Melchiorre, come si era convenuto fra di loro, batt ratto nei vetri delluscio, dietro il quale stava aspettando lArpione; e questi salt fuori.
 venuto! susurr il zozzaio.  appena uscito.
Matteo non istette ad ascoltar altro, si slanci fuori della bottega, e nella strada che cominciava a diventar buia e in quel momento affatto deserta, vide alla distanza di cinque o sei passi un uomo che camminava affrettato. Si mise a seguirlo con felina precauzione.
Quel tale, non accortosi menomamente di essere cos pedinato, quando fu in istrade pi frequentate rallent il passo, lasci cadere dal volto la falda del mantello con cui si era coperto finallora i lineamenti, e prese landatura tranquilla di un uomo che non ha cosa che gli prema; dopo un poco, Matteo lo vide entrare in un bel palazzo nel centro di una delle principali e pi signorili strade, vide che scambi qualche parola con accento famigliare col portinaio che accendeva il lampione sotto latrio e poi sali la grande scala. Matteo non aspett che mezzo minuto e quindi si present al portiere che rientrava nel suo camerino:
Scusi, gli disse parlandogli in pretto piemontese,  ben venuto qui adesso adesso il signor?...
E disse il primo nome che gli venne a mente.
Il portinaio lo squadr da capo a piedi colla superbia che  doverosa in un custode di suntuoso palazzo appartenente a nobile famiglia, e rispose altezzosamente:
Siete matto bravuomo...
Mi perdoni, insistette umilissimamente Matteo. Se lho visto!... Ha parlato con Lei...
Laltero portinaio lo interruppe con una risata.
Che! Che! Quello  il primo cameriere di S. E. il conte X.
Ma questo palazzo adunque?...
 quello del conte X.
Oh scusi... Sono forestiero... Una rassomiglianza cos perfetta... Mi duole averla disturbata...
E strisciando una mezza dozzina di riverenze si part. Non ebbe da usare molta accortezza per apprendere tosto che il conte X di una delle prime famiglie dellaristocrazia parmigiana, era il marito di una delle dame di Corte.
Fu tanto fortunato eziandio da potere, quella notte medesima, vedere i misteriosi pigionanti locali a terreno venire al ritrovo. Sera appostato in una stanzuccia sotto ai tetti la cui finestruola si apriva nella parte posteriore della casa, e l, senza lume, tacito tacito, col naso fra le invetrate socchiuse, mezzo agghiacciato dalla brezza notturna, ebbe la virt di stare in agguato per ore ed ore; finch, suonata la mezzanotte, cominci a vedere unombra nera scantonare dallangolo pi vicino e venire lenta con precauzione fino allusciolo, aprirlo senza rumore e introdurvisi. Dopo un quarto dora o poco pi, ecco unaltra ombra avanzarsi di quella medesima guisa, fermarsi alluscio, battere in una maniera particolare ed essere ammessa in perfetto silenzio; poi unaltra e unaltra ancora fino a dieci. Rimasero chiuse l dentro circa unora e poi ad una ad una uscirono di nuovo, allontanandosi chetamente colle medesime cautele.
Matteo, lieto di quanto in s breve tempo era riuscito a scoprire, and a dormire, o per dir meglio, a riscaldarsi le membra intirizzite nel letto, dove stette con non poca tensione di spirito a pensare il modo migliore di regolarsi.
Il domani saffrett a recarsi al palazzo del conte in cui il giorno prima non aveva avuto tempo di mettere i piedi.
Alfredo stava meglio, ma era debolissimo: il medico aveva dichiarato che non si aveva il menomo pericolo non solo della vita, ma neppure di una grave complicazione: era un trasporto di sangue al cervello accompagnato da un disturbo gastrico; in pochi giorni assicurava una compiuta guarigione, e intanto aveva ordinato dieta assoluta, bagnuoli dacqua ghiaccia alla fronte, pozioni calmanti e leggermente purgative e silenzio e tranquillit. Il malato poi, prevedendo il ritorno di Matteo, aveva dato ordine non lo si lasciasse penetrare fino a lui e gli si dicesse, che quando si sarebbe sentito di riceverlo per quellaffare che sapeva, egli medesimo, Alfredo, lo avrebbe mandato a chiamare.
Matteo si ritir senza insistere, promettendo a s stesso di venire pi volte al giorno a prendere le nuove del malato e di cercare intanto ogni modo per togliere Alfredo appena guarito ai pericoli da cui lo vedeva circondato.
Il giovane intanto che cos assolutamente aveva comandato si respingesse ogni visita di Matteo, attendeva con ansia e con qualche speranza una visita che lo avrebbe fatto lieto: quella della Zoe. Gli pareva impossibile che essa, ricevendo lannunzio della malattia di lui, non accorresse sollecita e amorevole a vederlo, a confortarlo, a prestargli quelle cure dellaffetto che sono pi efficaci di ogni farmaco alla salute di persona delicata e sensibile. Ma il povero Alfredo attese invano, la baronessa non venne.
Quando Michele ebbe raccontato a quella donna tutto quanto era avvenuto al conte, essa aggrott corrucciatamente le sopracciglia e pieg le labbra a un sogghigno pieno di amaro scherno.
Svenutosi!... Ammalato!... La febbre! esclam con accento sprezzante. Mi sono dunque ingannata? Non  che una femminuccia?... Non sar mai luomo chio cerco. Ho sciupato tempo ed arte!
Ella non sapeva che luomo cui essa desiderava cos intensamente di ritrovare, il destino stava per suscitarlo appunto in quei giorni, appunto in quei momenti.
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Capitolo 55.
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Alfredo, fuggito di teatro e portato inconsciamente dalle gambe innanzi al palazzo della Zoe, nelloscurit della strada, non aveva visto altro lume fuor quello che filtrava dai vetri dunumile finestra della povera casa che trovavisi di prospetto alla sontuosa abitazione dellavventuriera. Ho gi detto che quella modesta luce illuminava la veglia duna buona moglie, duneccellente madre di famiglia, che lavorando attendeva ansiosamente il ritorno in casa del marito, del padre de suoi bambini che dormivano tranquilli nella culla in quella medesima camera, il quale padre e marito, non era altri che Pietro Carra.
Questi, tornato col conte di Camporolle da Castel San Giovanni, aveva udito, non senza molto dispetto, dalle ciance della citt, che erano pur venute a far capo alla sua bottega, come la Carlotta danzatrice, sua cugina, avesse dato tanto scandaloso spettacolo di s, comparendo per le strade di Parma in carrozza col duca. Lonorato popolano sarrabbi maledettamente e del fatto in s stesso che una donna a lui congiunta per s stretto vincolo di sangue, si disonorasse in tal guisa, con tanta sfacciataggine spregiando gli ammonimenti chegli stesso le aveva dato; e del sospetto che poteva nascere nei maligni, e i maligni abbondano sempre, chegli, pur sellaio del duca, potesse vedere con occhio tollerante il disonore della cugina, e forsanco vantaggiarsene. Per ci prese parte attivissima allaccordo che nella giornata si fece fra la giovent liberale di fischiare sonoramente quella sera la ballerina; e abbiamo veduto come egli concorresse allesecuzione del disegno, e cos bene che venne tratto in fortezza, e, per ordine espresso del duca, posto ai ferri.
  facile immaginarsi con che spasimo dinquietudine la povera di lui moglie vedesse giungere il mattino, senza che Pietro comparisse; e come tosto, appena lora glielo permise, ella saffannasse in cerca di informazioni. Non ebbe molto da fare per apprendere tutta la verit, perch in tutta Parma non si parlava che dei fatti della sera precedente, e non solo larresto del Carra, ma le fiere parole pronunciate dal principe contro di lui erano a conoscenza di tutti.
La moglie disperata corse alla polizia per supplicare il suo uomo le fosse restituito, le venisse almeno concesso di vederlo: ebbe in risposta che la sorte dellarrestato era nel beneplacito del duca, e che quanto a vederlo nessuno lo avrebbe potuto se non dietro un permesso esplicito del principe medesimo. La povera donna, stimolata dal suo grande amore pel marito, ebbe linfelice ispirazione e il malaugurato coraggio di presentarsi a palazzo per supplicare essa stessa il principe, e affacciandosi timidamente sotto quel portone di cui le sentinelle stavano per impedirle lingresso, ebbe la sventura di incontrarvi il tenente colonnello conte Luigi Anviti.
Egli che accompagnava quasi sempre il duca e quindi era entrato pi volte nella bottega del sellaio, dove la moglie di lui usava stare in assenza del marito a servizio degli avventori, conosceva per bene la donna sulla cui bellezza aveva pur gettati de cupidi sguardi insolenti; ed ella sapeva da parte sua che quello era dei pi fidati e famigliari compagni del principe. Non badando pi ad altro, la povera donna si slanci innanzi al colonnello colle mani giunte a pregarlo, la introducesse presso il principe le ottenesse la grazia del marito. Il degno cagnotto di Carlo terzo adocchi la donna come fa il gatto dun pezzo di lardo. La prese con s e la condusse di sopra.
Mezzora dopo ella usciva, turbata, le guancie accese, gli occhi sfavillanti, un tremito di indignazione in tutta la persona, avendo resistito alle pi infami proposte e minaccie del favorito del duca; ma quasi colla sicurezza che suo marito era perduto. Giunta a casa, la poveretta si era stretto al seno i suoi bambini ed aveva pianto e pianto. Non aveva potuto far libero il padre loro, ma almeno aveva loro conservata pura, incontaminata la madre.
Ora pensatevi qual fosse il suo felice stupore il domani mattina, mentressa levava di letto i bimbi e faceva loro pronunziare le preghiere, nelludire su per la scala un passo affrettato che le era ben caramente conosciuto, nel vedere aprirsi la porta e precipitarsele addosso ad abbracciarla il marito. Nella commozione di quella gioia inattesa, la povera donna si lasci sfuggire tali parole che in Pietro destarono sospetto di quello che a lei era avvenuto, e quindi alle pressanti richieste di lui ella non seppe sottrarsi, e fin per raccontare tutta la verit.
Il Carra strinse il pugno, se lo morse fino al sangue, e levando al cielo due occhi da furibondo esclam:
Ma per Dio! Quando finir questa scelleraggine di governo?...
La liberazione di Pietro era poi avvenuta nel modo seguente:
Il duca, che non aveva saputo nulla della visita a palazzo della moglie del sellaio e dei perfidi tentativi dellAnviti, quando aveva fatto attaccare al phaton la quadriglia, aveva notato non so che difetto nei fornimenti e aveva voluto che gli si cambiassero.
Metteteci quei nuovi a ornamenti gialli: aveva ordinato; e i palafrenieri avevano dovuto rispondere mortificati che quei fornimenti non si avevano ancora perch al sellaio non era stato possibile il terminarli.
Il duca bestemmi, strappazz i presenti e ordin che quei fornimenti si andassero a pigliare e si portassero ad altro sellaio che promettesse di finirli in ventiquattrore. Cos fu fatto, ma fra quanti ve nera a Parma non uno se ne trov che credesse potersi assumere un tal cmpito; laonde il principe, alla sera, udito tali risposte, comand senzaltro che il domani Pietro Carra fosse messo in libert collordine di terminare in una giornata quel lavoro, del quale se il principe fosse rimasto contento, egli avrebbe potuto venir perdonato per la sua ribellione a teatro.
Il fiero popolano usciva gi dalla fortezza con unirritazione danimo che mai la maggiore pei mali trattamenti sofferti, pel doloroso avvilimento inflittogli dalle catene, e quello che apprendeva dalla moglie non era tale dicerto da sminuire il suo furore. Si serr in casa, non si lasci vedere da nessuno, naturalmente non tocc neppure il lavoro che gli era stato ordinato. E le ventiquattrore erano appena passate che il duca mandava i suoi uomini a vedere se i fornimenti erano pronti e a ordinare fossero portati alle rimesse ducali: non trovavano a bottega che un bardotto, il quale rispondeva di non saperne nulla, e che il principale, ammalato in casa, non sera visto di tutto il giorno.
Carlo terzo sal su tutte le furie e mand in casa del sellaio due staffieri che lo prendessero seco e anche colla violenza, se era necessario, lo conducessero subito al suo cospetto.
Pietro Carra non pot esimersi dal seguire gli uomini del principe; ma con qual animo cos facesse, ve lo lascio pensare.
Il duca, siccome soleva quasi ogni giorno, era uscito a piedi, il suo frustino in mano, accompagnato da due o tre dei suoi cagnotti fra cui lantipatico e odiatissimo Anviti, se ne veniva gi dalla piazza grande, allorch sincontr col Carra e la sua scorta che lo guidava a palazzo. Si ferm di botto e fe cenno al sellaio che gli si avvicinasse. Pietro obbed, fremendo, e si piant a tre o quattro passi dal duca, pallido, gli occhi bassi, tormentando con mano contratta il suo cappello a cencio che sera levato. La presenza dellAnviti, che aveva la solita aria prepotente e beffarda, copia scimmiesca di quella del principe, non era fatta per temperare lira che ribolliva nellanimo dellonesto operaio. Per la piazza eranvi naturalmente gruppi di sfaccendati e va e vieni di passeggeri.
E dunque cominci il duca alzando la voce, codesti finimenti non me li hai voluti finire?
Non ho potuto: disse il Carra coi denti serrati.
Che cosa dici? riprese il principe parlando ancor pi forte. Alza il muso e pronunzia chiaro se vuoi che tintenda. Il vero  che sei un poltrone e che invece di lavorare, com tuo dovere, ti piace fare il poffarbacco dove non dovresti. Or dunque metti testa a partito e ricorda bene che sio posso perdonare una volta, sono tanto pi severo alla seconda. Quando mi darai quel lavoro?
Non glielo dar: rispose con voce sorda il sellaio.
Come?... Ripeti un poco! grid il duca accostandoglisi dun passo con aria minacciosa.
Pietro non si mosse.
Che non glielo dar: ripet. Intanto il suo sguardo salz da terra e gett un lampo dodio indomabile, che corse dalla faccia del duca a quella dellAnviti.
E perch? domand il duca ghignando e agitando colla mano il frustino.
Perch non voglio pi lavorare n per lei, n pe suoi pari.
Carlo terzo arross, e con motto ratto come un lampo alz la mano e il suo frustino segn una riga rossa sulla faccia pallida di Pietro Carri.
Questi non mand una voce, non fece un moto, rest come impietrato, solamente divenne pi pallido ancora e gli occhi gli si oscurarono unistante, come a chi sta per isvenire. Difatti per un minuto secondo non ebbe coscienza di s; quando torn alla pieneza de suoi sensi, quando il sangue a fiotti gli si precipit alla testa, quando guard intorno a s fieramente, selvaggiamente, travide il duca che sallontanava sghignazzando co suoi che sghignazzavano, e faccie curiose, indignate, compassionevoli di passeggeri che si erano fermati a guardarlo. Si piant fino sugli occhi il cappello, si sferr dal posto e corse a rinchiudersi di nuovo in casa.
Quella stessa sera Michele recava alla Zoe un pezzettino di carta su cui erano scritte con carattere falsato, ma che la donna sapeva bene a chi apparteneva, queste parole:
Luomo  trovato!
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Capitolo 56.
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Il medico aveva avuto ragione, e secondo quanto era stato da lui preveduto, tre giorni dopo, Alfredo poteva scendere di letto e venir dichiarato in piena convalescenza. Ma se il corpo in lui era guarito rapidamente, infermo pi che mai poteva dirsene il morale. La baronessa di Muldorff non erasi mai fatta viva per lui: e ci gli cagionava un rabbioso dolore: pensava alle mormorazioni che in Parma avevano dicerto accompagnato e accompagnavano tuttavia il suo nome dopo la vergognosa scena del teatro e la sua stessa scomparsa che tutti avranno attribuito senza dubbio a vilt. Il suo odio contro il duca e la feroce smania di vendetta duravano in lui, non punto scemati; da solo nella sua camera accarezzava il manico del pugnale, faceva luccicare in aria la lama, brandendola, fingendo di ferire, esercitandosi al colpo. Ma per prima cosa voleva rivedere la Zoe; e appena si sent abbastanza forte da far la strada, si affrett verso il palazzo di lei.
La perfida donna aveva di gi usato molte arti verso quel povero giovane a farnelo sua vittima: blandizie, ripulse, trasporti, ardenza di passione, umilt di supplicante, imperiosa supremazia di donna conscia dessere amata, sommessione ammirativa di donna che ama; eppure ora seppe trovare una nuova maniera di sconvolgerne lanima, di addolorarne lo spirito, di raggirarne la volont. Prese aspetto, contegno, tono di donna pietosa, compassionevole, che commisera limpotente debolezza di qualcheduno: un po della madre che consola un bambino a cui si  fatto assai torti e che non pu rivalersene, un po della suora di carit che vuole temperare a un infelice affidato alle sue cure lira e il dolore dun malanno sofferto, contro cui non ha mezzo di riagire: un tutto insieme che urt, umili, irrit Alfredo, senza chegli avesse pur mezzo da mostrarsene risentito. Gli disse che nellapprendere il scellerato tratto del duca verso di lui, ella aveva pianto, che avrebbe voluto esser lei un uomo per poter difendere, vendicare un giovane cos buono, cos eccellente, cos degno dogni riguardo.
Ma io lo sono, un uomo! Aveva qui interrotto Alfredo, che si sentiva fremere tutti i nervi; e io, senza aiuto daltri, mi vendicher.
E della, senza neppur badare alla interruzione, continuava, insistendo sullorrore da lei sentito e da tutta la citt per quella prepotenza usata contro chi non poteva ripulsarla; soggiungeva che molte e molte volte le era venuto lintenso desiderio di accorrere presso il capezzale di lui che sapeva ammalato per lemozione e lo spavento di quella sera, ma che sempre se nera trattenuta per timore di fargli pi danno; giacch la cagione del maltalento del duca verso di Alfredo era soltanto lamore chessa gli portava; il principe avrebbe certamente saputo di queste visite di lei, e chi sa quali altre persecuzioni ancora pi offensive, nella nuova ira, sarebbe stato capace di immaginare e porre in atto contro linnocente giovane. Imperocch non bisognava dissimularlo, la passione del duca per lei era tuttaltro che scemata, cos bene che nuove istanze e pressioni erano continuamente esercitate verso di lei: tanto che Carlo terzo aveva spinto laudacia fino a domandarle di riceverlo ancora in casa sua. Oh se ella si fosse sentita la forza di Giuditta!...
Qui Alfredo, irritato, punto, spronato dallabilissima arte di quella terribile commediante, interruppe con impeto quasi feroce:
Non c bisogno di Giuditta!... Sar io il Bruto di questo meschinissimo tiranno... Scrivigli pure che venga: qui lo attender per mia mano la morte.
Qui?... Tu!... Impossibile!
Lho giurato!... E voglio che sia!... E sar...
Ti tremer la mano.
Alfredo arross.
Vedrai! disse con unenergia di cui non lo si sarebbe creduto capace.
Ma non qui! esclam allora vivamente la donna: non in queste stanze dove tho confessato il mio amore... Non lasciarle neppure profanar pi colla sua presenza, collalito suo, collinsolenza delle sue parole... Aspettalo qui sotto e prima che salga...
Hai ragione...
Zoe glinterruppe il discorso con un bacio ardente sulle labbra.
Quandegli si part, ella pens guardandogli dietro con un misto dironia e di crudele soddisfazione:
Sempre meglio tener pronte due armi: se non sar luna sar laltra.
Alfredo, tornato a casa sua, trov una lettera listata di nero, la cui vista gli produsse una certa emozione: il bollo postale le indicava proveniente da Torino. Lapr: era una circolare per annunzio di morte stampata, ma in calce della quale erano scarabocchiate a mano alcune parole ed una firma. Nel mezzo dello stampato campeggiava a lettere alte, nere, un nome che, per dir cos, salt agli occhi di Alfredo, il nome del suo recente, ma pur caro amico piemontese, al cui duello collufficiale austriaco egli aveva assistito pochi giorni innanzi.
Lo stampato diceva cos:
Adelaide Lemmi dei marchesi di Rovella, i figli suoi conte Ernesto, cavaliere Enrico ed Albina Sangr di Valneve e il nipote cavaliere Giulio Sangr di Valneve annunziano la irreparabile perdita da essi fatta del loro rispettivo marito, padre e zio paterno
Conte Ernesto Sangr di Valneve
primo Presidente di Corte dAppello in ritiro, Grandufficiale dellordine dei Ss. Maurizio e Lazzaro, passato a miglior vita la sera dei... di marzo 1854, dopo breve malattia, munito di tutti i conforti della nostra Santa Religione. La salma verr trasportata a Valneve per riposare nel sepolcro famigliare dove dormono da tante generazioni i suoi maggiori.
Una Prece!
Le parole scritte a mano erano le seguenti:
Non voglio che questo tristo annunzio tarrivi come a un indifferente, senza una mia parola.
Scrivo male; sono oppresso dal dolore; scrivo colla mano sinistra, ch la desta chi sa per quanto tempo non la potr ancora adoperare.
Ho un gran rimorso: un rimorso che accompagner tutta la mia vita. Io sono che ho affrettato la morte del mio povero padre Compatiscimi. Ernesto.
Questa lettera fece uno strano e funesto effetto sullanimo di Alfredo. Gli parve di vedere sorgersi innanzi la simpatica, gentile, elegante figura del giovane gentiluomo, del piccolo ma valoroso ufficiale piemontese, col suo sorriso grazioso ed arguto, con quellaria che lo circondava di aristocratica dignit e cortesia; ma ci non solo: gli sembr eziandio vicino a quella di lui, scorgere disegnarsi vagamente, leggermente unaltra figura; sottile, vaporosa quasi da non potersi dire terrena, la figura duna giovinetta di cui aveva visto un solo momento il ritratto in miniatura, e della quale il nome che ora leggeva stampato in quella lettera mortuaria, Albina, gli pareva contenere unarmonia intima, soave, piena di nobili promesse, di alti sentimenti, di non so che di sublime. Fu come tratto via da quellambiente di concitamento, dirritazione, di tormentoso sdegno in cui viveva da pi giorni, e trasportato in altro superiore, calmo, sereno, ricco di affetti tranquilli e beati. Pens al dolore di quellamico nobile, di quella nobilissima famiglia, e gli nacque immenso desiderio di poterlo alleviare, di poter dare a tutti coloro un po di consolazione. Gli parve che solo a pensare al dolore di que figli orbati del padre, laspro tormento della sua anima scemasse. Ah! egli non aveva provato mai quel dolore, come non aveva mai potuto gioire del diletto di amare i genitori suoi e di esserne amato. Pens a sua madre, alla tomba di lei, dove avrebbe finalmente potuto andarsi e inginocchiare; determin il domani stesso farvisi condurre da Matteo, e poi... e perch non lavrebbe fatto?... si e poi correre a Torino per tentare di porgere qualche consolazione allamico.
Ma no: questo non lo poteva: egli era trattenuto l da un cmpito terribile, necessario: la sua vendetta, il lavare col sangue loltraggio ricevuto. A questo punto un nuovo pensiero lo assalse. Che cosa avrebbe detto il conte di Valneve se avesse saputo dellavvilimento a cui egli era soggiaciuto? che cosa gli avrebbe consigliato di fare? Che cosa avrebbe fatto egli se si fosse trovato in simil condizione? Farsi assassino! Ah forse no!... Ah certo no!... Gli parve allora di scorgere, come in una visione, il viso gaio di Ernesto farsi serio, quasi severo e dietro il suo un altro visino prendere unaria di rimprovero...
Ah, gli domander consiglio: disse a s stesso Alfredo: senza dirgli nulla dei miei propositi gli domander che cosa io debba fare pel mio onore: e bench oppresso da s vivo dolore, egli son certo che mi risponder.
E si mise subito a scrivere.
Ma la morte del conte di Valneve padre fu accompagnata da alcune vicende le quali avevano relazione con avvenimenti che vedremo svolgersi nella seconda parte di questo racconto: ed  per ci necessario che i lettori ne siano fin dora informati.
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Capitolo 57.
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Allettatosi, come vedemmo, dopo le emozioni di quella sera, il conte di Valneve padre non si era fatto la menoma illusione sul suo stato, e bench il medico affermasse e ripetesse che non vera pericolo alcuno, egli, non volendo amareggiare la consorte amorosissima, n i figli, anzi dissimulando cos bene da lasciar tutti persuasi quelli che lo attorniavano della piena di lui fiducia in una prossima guarigione, aveva aspettato di esser solo col vecchio servo Tommaso e poi gli aveva detto:
Mio caro, tu devi farmi un piacere; va dal parroco e digli che, come se fosse sua idea, venga a vedermi.
Oh Eccellenza! aveva esclamato il vecchio e fedele domestico, sentendosi tutto a rimescolare: e perch il parroco?
E lammalato sorridendo del suo fine, aristocratico sorriso:
Te lho detto: per vedermi.  un uomo che stimo, rispetto ed amo, il nostro buon parroco; e lo vedo sempre volentieri... Ma, ricordati bene: avvertilo che faccia in guisa da non destare il menomo sgomento nella contessa, n nei miei figli.
Era rimasto dopo ci un poco sopra pensiero, come ravvolgendo fra s qualche partito da adottarsi o no: aveva fatto cenno di voler ancora parlare e poi sera taciuto; ma finalmente, come determinatosi ad un tratto, aveva soggiunto:
Ancora una cosa, Tommaso. Desidererei molto vedere Ernesto Respetti... Scrivigli tu stesso a Milano: e scrivigli anche a lui che venga come per proprio impulso, senza lasciar scorgere alla mia famiglia che sono stato io a farlo chiamare.
Tommaso ubbid a questi comandi del padrone, e il giorno medesimo capit al palazzo Sangr il parroco, che era uno dei pi dotti, zelanti, illuminati e tolleranti sacerdoti della diocesi torinese: e due giorni dopo arrivava a Torino il marchese Ernesto Respetti-Lande e sua moglie la marchesa Sofia.
E questi e quello, conformandosi abilmente al desiderio del conte-presidente loro espresso da Tommaso, fecero in modo che la famiglia non sospett menomamente venissero chiamati dallinfermo; ma poich il parroco era stato introdotto presso il letto del giacente, questi, accoltolo colla pi allegra serenit che immaginar si possa, aveva domandato la grazia di riceverne i sacramenti, della qual cosa non serano molto stupiti n allarmati i congiunti, i quali conoscevano lo zelo religioso del conte, non intollerante, ma fervente cattolico. Dopo compiti i suoi atti di divozione, il medico pur sempre continuando a dire che pericolo non cera, una gran debolezza aveva invaso lammalato, il quale per, con quel filo di voce che gli restava, veniva dicendo di sentirsi benissimo e sollevato, quanto forse mai prima, danimo e di corpo.
Al sopraggiungere dei Respetti, gli occhi del conte brillarono, e voltosi al marchese, che gli aveva preso la mano e gliela baciava con riverente e profondo affetto gli disse:
Grazie, figlioccio mio, della tua cara e buona visita... Io ho appunto qualche cosa da dirti... Appena tu sarai un po riposato dal viaggio ed io alquanto rimesso... vieni... ti mander a chiamare e avremo un colloquio noi due.
Il marchese e tutti della famiglia pregarono il giacente a non volersi stancare, n pensando, n parlando, e che se aveva alcun che da comunicare ci avrebbe avuto tempo di poi, alle quali parole egli rispose, facendo il suo arguto, melanconico sorriso:
Eh! voi non sapete... Potrei anche averci premura.
Intanto, mentre il Respetti e sua moglie andavano a ripulirsi e riposarsi un momentino, il conte preg lo si lasciasse solo che avrebbe provato di dormire. Si ritirarono tutti, rimanendo a guardia il fedele Tommaso, che sedutosi sopra uno sgabello a pi del letto ci restava immobile come un ceppo di legno e intanto teneva occhi ed orecchi intenti a vedere se il venerato e caro infermo potesse avere bisogno della menoma cosa. Ma nel silenzio assoluto che si fece nella penombra di quella sontuosa camera dove il virtuoso gentiluomo sapparecchiava a morire, non venne il sonno sulle palpebre del giacente; anzi una ruga che si disegnava profonda a mezzo le sopracciglia sulla sua nobile e aperta fronte, indicava che qualche grave, profonda meditazione gli teneva occupato il cervello. A un punto si riscosse e volgendosi al servitore, che lo credeva assopito:
Tommaso, gli disse,  venuto qualcheduno: ho sentito debolmente il suono del campanello dentrata, e un sussurrio di voci nellantisala. Ho in mente che ci sia venuto qualcheduno per vedermi e che non lo si vogli lasciare entrare per non disturbarmi; e temo che questo visitatore mandato via sia il parroco. Va presto a vedere, e se  proprio il signor curato, fallo fermare, o richiamalo se  gi partito.
Il servo saffrett ad ubbidire. I sensi dellinfermo resi pi fini, come sovente accade, dallavvicinarsi della morte, avevano colto giustamente i lievi rumori avvenuti; e il suo intuito aveva avuto ragione. Era proprio il parroco. Quando Tommaso torn nella camera del conte a dirglielo, il volto di lui sillumin di gioia.
Ah!  davvero la Provvidenza che me lo manda: esclam egli. Questo santuomo sapr consigliarmi, e levarmi dogni incertezza.
Il sacerdote fu subito introdotto, e il colloquio che ebbe insieme col conte da solo a solo, dur forse unora. Quando il suono del campanello richiam nella camera la famiglia e Tommaso, il giacente aveva laspetto ancora pi sereno e tranquillo di prima, e il parroco pareva avere ancora maggiore il rispetto e quasi una ammirazione per quel vecchio che saspettava da un momento allaltro di comparire innanzi a Dio.
Al prete che si congedava, il moribondo disse ancora colla squisita cortesia del gentiluomo:
Grazie anche una volta, reverendo... Ero in dubbio... Lei mi ha illuminato.
Ah, la luce maggiore, rispose il parroco, viene alla sua ragione dalla diretta ispirazione del Signore.
Poco dopo, tornato in quella camera il marchese Respetti, lammalato gli disse colla sua solita ilarit:
Tu sarai curioso di sapere quello che ho da comunicarti. Siccome mi sento assai bene in questo momento e in forze da poter parlare, non voglio farti rimanere pi a lungo colla tua curiosit.
Rimasto solo col suo figlioccio, egli cominci tosto a parlargli in questa guisa:
Bisogna che io ti dica una cosa che la mia famiglia ancora non sa, ma che  pur necessario oramai apprenda e vi si prepari; io sto per morire, e probabilmente non vedr pi la luce di domani...
Come potete immaginare, il marchese interruppe, contrast, protest; ma egli prosegu fermamente nel suo discorso:
Tu che sei figliuolo dun mio carissimo! congiunto ed amico, tu che sei amico e quasi fratello ai miei figli e a mio nipote, tu che sei mio figlioccio; tu devi svelare la verit ai miei, perch non  bene per nessun verso che stieno nellinganno fino allultimo, e il colpo sar loro tanto pi tremendo, quando avverr, se inaspettato. Desidero adunque che tu li avvisi, li incoraggi e li prepari a questo dolore; cosicch io possa poi rivolgere le ultime mie parole a tutti i miei pi cari qui raccolti, conscii del vero e, per quanto possibile, rassegnati.
Il marchese dovette promettere di assumere ed eseguire tosto s triste incarico.
Ma questo, mio caro, non  il solo favore chio ti voglio domandare. Lascio la mia famiglia ancora in giovane et, che ha bisogno dei consigli, della guida, della direzione dun uomo grave e prudente. Ernesto, il mio primogenito, che ha un cuore tanto fatto, manca di giudizio; ahim quanto rassomiglia al mio povero fratello Armando! Tu sei, bench giovine ancora, ricco di senno, desperienza, dintelligente operosit: a te, mio figlioccio, figliuolo mio, a te affido di vegliare sulla mia famiglia.
Oh cugino! esclam il Respetti commosso proprio nellanima. Io, che devo a voi cotanto! io che vi devo tutte le cure che aveste pel povero padre mio! io he fui trattato da voi come un figliuolo; io vi giuro che far tutto quel che potr per adempire santamente a questo sacro debito che mi lasciate, per fare che voi... s voi stesso abbiate ad essere soddisfatto di me.
Il conte gli strinse la mano con quella poca forza che gli rimaneva.
Grazie! riprese: non ne dubito, sai; e quindi, anche da questo lato muoio tranquillo.
Fece una piccola pausa, poi soggiunse:
Non ho mestieri di dirti che nella mia famiglia, come figliuolo mio, io conto e intendo che tu conti anche Giulio il figliuolo del mio povero Armando. Non  vero?
S, s: rispose il marchese. Siatene certo.
Anzi egli ne ha pi bisogno...  quasi povero... Ho fatto qualche cosa per lui nel mio testamento: ma non ho potuto far molto, perch non volevo e non potevo spogliare i figli miei... Tu hai da prendere cura de suoi interessi, tentare di accrescerne le poche fortune... Lo farai, non  vero?
S.
Il moribondo prese una mano al Respetti e guardandolo con unespressione di preghiera accalorata e insieme quasi imponente, e con l uninsistenza, delle quali egli doveva poi ricordarsi in solenne occasione, ripigli:
Te lo raccomando proprio specialmente, sai... Fa come se fosse tuo padre eziandio che te lo raccomandasse per bocca mia.
Ve ne do la mia parola. Vi basta?
Mi basta... Ora va, parla ai miei e conducili tutti qui intorno al mio letto.
Ma badate, cugino, che vi stancherete... Lo sforzo, lemozione...
Fa comio ti dico. Ora me ne sento le forze: pi tardi mi mancheranno... E lultimo addio voglio darlo francamente, fermamente a tutto quello che amo di pi sulla terra.
Il marchese dovette ubbidire e usc commoso, le lacrime agli occhi, a fare la dolorosa, terribile ambasciata.
La scena che ne segu fu lugubremente solenne e di una profonda, dolorosa e pur soave commozione per tutti quelli che vi assistettero.
Il vecchio gentiluomo sera fatto tirar su e sostenere al capo, alle spalle e alle reni da un monte di cuscini: la sua bella testa bianca, dalla fronte non molto vasta, ma di pure ed eleganti linee, spiccava per una nobilt ancora maggiore dellusato; lo sguardo, bench gi velato, delle pupille che serano affondate nelle occhiaie, aveva unespressione di dolcezza grave, affettuosa, ineffabile; le labbra assottigliate, un po livide, erano pur tuttavia animate da un sorriso gentile, duna tranquilla e mite alterezza: da tutta quella fisonomia raggiava unanima onesta, leale, sicura di s in faccia alla morte.
Intorno al letto vennero e si schierarono tutti i componenti della famiglia; al capezzale alla destra la moglie del morente, Donna Adelaide, a sinistra il primogenito, il capitano Ernesto; vicino alla madre si stringeva commossa frenando a stento i singhiozzi, quasi timorosa la giovinetta, bionda, leggiadra Albina: poco lontano da lei, non meno turbato, il cugino Giulio: a fianco del fratello stava il secondogenito Enrico: in fondo al letto il marchese e la marchesa Respetti-Landeri: sulla soglia si era fermato il vecchio Tommaso, esitante, tremante, interrogando cogli occhi umidi quello che dovesse fare, se rimanersene o partire.
Il moribondo lo vide, lo comprese e disse al figliuolo primogenito che si chinava verso di lui:
Di a Tommaso che chiuda luscio e stia pur qui.
Ernesto ripet al servo le parole paterne; il vecchio domestico sinchin, richiuse, e poi i piedi sul limitare di quella camera, il capo curvo, le mani giunte, stette come pu stare un devoto innanzi allaltare.
Tacevano tutti, compresi da gravissimo dolore, le cui manifestazioni ciascuno si sforzava a frenare. Ernesto, bench la sua ferita fosse tuttaltro che risanata, non aveva pi voluto stare in letto, appena fu informato che linfermit del padre non era cosa leggiera; portava il braccio appeso al collo per una fascia di seta nera; ogni allegria, ogni vivacit a lui cos solite e naturali, erano sparite dalla sua fisonomia e il pallore delle sue guancie, chiunque, per quanto superficiale osservatore, non lavrebbe attribuito solamente alle fisiche di lui sofferenze. Il fratello, Enrico, pi debole, perch pi giovane, non poteva tanto su di s stesso da ricacciare indietro le lagrime, e queste gli colavano gi lentamente sul volto senza che egli pur sembrasse avvertirle. N altrimenti era Giulio, il nipote, che, in quellamorevole e generoso zio, vedeva la morte togliergli un secondo padre. La contessa Adelaide, pallida, ma il viso fatto sicuro da una sublime rassegnazione, lo sguardo amorevole fisso sul compagno della sua vita che ora stava per separarsi da lei, avrebbe potuto dirsi come gi disse un poeta, una Niobe cristiana. Un sincero dolore profondamente sentito appariva eziandio nelle elette figure del marchese e della marchesa Respetti. Tommaso, lui, aveva laspetto di chi sta per assistere a qualche terribile catastrofe che non pu ancora credere possibile.
Il conte presidente gir tuttintorno lo sguardo affaticato sulle persone de suoi cari cos raccolti, e poi colla debol voce che gli rimaneva, dicendo adagio, pronunzi le parole seguenti:
Sono alla fine della esistenza che il Signore Iddio mi ha voluto concedere su questa terra, e sentendomi chiamare da Lui nella vita eterna, dovendo quanto prima separarmi da voi, diletti miei, che ho amato, che amo cotanto, e che spero potr amare ancora anche dallaltro mondo, voglio, finch la cognizione me ne rimane e mi bastano ancora le forze, darvi a tutti insieme il mio addio e farvi sentire le mie parole di ringraziamento, di ultimo ricordo, di ultimi miei desideri e consigli.
Fece una pausa; regnava in quella camera s perfetto silenzio, che il solo rumore da potersi avvertire era il respiro leggermente affannoso del giacente.
Io devo ringraziare la Provvidenza che mha concesso tanti impagabili benefizi: di appartenere a una famiglia in cui lonore, lealt, lamore dogni nobil cosa, il desiderio dogni virt sono tradizionali; di aver posseduto ricchezza e stima nel mondo; pi prezioso dono ancora, di avere ottenuto in sorte una compagna de miei giorni che, come adorna dogni grazia, fu il modello dogni virt di donna, di sposa e di madre...
La contessa Adelaide lasci sfuggire un singhiozzo, cui soffoc in un bacio alla mano del marito sulla quale essa si curv; quella mano fugg con debole movimento di sotto alle labbra della donna e sal ad accarezzarne le chiome che cominciavano a brizzolarsi.
Tu mi hai fatto felice, Adelaide, continu il moribondo: e in te ho sempre trovato una consigliera e confortatrice, piena di senno e di cuore. Figliuoli miei, voi amerete sempre, come ora amate, venererete sempre, come ora venerate, questa donna che vi ha dato e vi d lesempio di tutte le virt, e penserete dor innanzi, che, morto me, in lei si raccoglie tutta lautorit della famiglia, tutta la santit del nostro focolare, tutta la grandezza del nostro nome. Ah no, voi non sarete mai figliuoli tanto cattivi da amareggiare questo nobil cuore, da disconoscerne, non dico il comando, ma linflusso e lispirazione.
Ernesto singinocchi presso il letto e pose la mano sinistra che aveva libera sulla coltre collatto di chi tocca una sacra reliquia per pronunziare un solenne giuramento.
Padre! disse con voce commossa. Io ho il rimorso di avere a Lei e alla madre cagionato dispiaceri non pochi... Ma per la tremenda grandezza di questo momento, le affermo colla coscienza di chi non si sente affatto indegno di avere il sangue dei Sangr nelle vene, le giuro che mia madre non avr da farmi pi un rimprovero, non avr il dolore di vedermi ricadere in atti men degni del mio nome...
E io ti credo, Ernesto!... Tu sei il primogenito; tu diventi il capo della famiglia; a te maggiori doveri.
Collaiuto di mia madre e di Dio, li compir: disse fermamente il giovane.
Allora il moribondo fece debolmente colle mani un atto come per comprendere in un abbraccio tutti i presenti, e soggiunse:
Compirete tutti, tutti i vostri doveri, ne, son persuaso, e vi ricorderete chio ve ne ho pregati dal mio letto di morte. Nessuna transazione mai col dovere delluomo onesto, del buon cittadino, del vero gentiluomo. Amatevi fra voi, amate la vostra patria e il Re, e siate sempre disposti a servirli dando il vostro ingegno, le vostre ricchezze, il vostro sangue. E possiate, anche voi, alla fine della vostra carriera morire comio muoio, tranquillo, lieto, circondato da parecchi che vi amino, benedetto da quelli del vostro sangue cui voi benedirete.
Si ferm un minuto, e poi riprese con pi forza:
S, vi benedico!
A queste parole tutti caddero in ginocchio. Tommaso sulla soglia si prostr addirittura per terra da toccare colla fronte il tappeto del pavimento e si pose a mordere il fazzoletto per soffocare i singhiozzi.
Vi benedico collultimo mio sospiro, collultimo mio palpito daffetto, figliuoli miei, moglie mia, mio nipote, cugini miei, te mio fedel servo invecchiato meco, tutti tutti che mi avete amato. Vi benedico, e colla benedizione del morente scenda su di voi anche quella del Signore che ci legge nel cuore. 
Succedette un profondissimo silenzio; le mani del moribondo posavano una sul capo della moglie, laltra su quello del figliuolo primogenito.
Venite ed abbracciatemi disse il conte colla voce che stava per mancargli affatto.
Sorsero in piedi e curvatisi su di lui uno dopo laltro, la moglie la prima, gli diedero il bacio delladdio. Tommaso, sempre prostrato a terra, singhiozzava pi forte: il moribondo lo sent.
Fa avvicinare quel povero vecchio: disse ad Ernesto.
Il servitore savvicin barcollante come ubbriaco.
Tommaso, gli disse il conte: baciami anche tu che mi hai servito fedelmente tutta la vita.
Il poveruomo dallemozione quasi cadde abbandonato sul letto del padrone e le sue labbra di servitore si posarono tremando per tenerezza e venerazione sulla nobile fronte del padrone.
E ora, disse questi con voce sempre pi debole, aprite tutti gli usc e venga tutta la mia casa a darmi lestremo saluto.
Cos fu fatto. I servi tutti entrarono e sfilarono ad uno ad uno presso quel letto ricevendo ciascuno uno sguardo, un cenno e un sorriso dal morente, poi si inginocchiarono raggruppati verso la porta pronunziando con voci commosse le preghiere dellagonia.
Questa era diffatti venuta pel conte. E due ore dopo, sostenuto dalla moglie, una mano stretta dalla mano del primogenito, Ernesto Sangr di Valneve padre mandava lultimo respiro. Il volto nel cadavere parve farsi ancora pi sereno, la fronte pi nobile, e non cess daleggiare su quelle labbra irrigidite il fine, gentile sorriso.
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Capitolo 58.
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Alfredo di Camporolle sera condotto alla tomba di sua madre. Col il vecchio Battistino e lAntonia, alle interrogazioni del giovane avevano risposto in modo che confermava quanto della nascita di lui e della morte della madre gli aveva narrato Matteo.
Il primo disse come una sera, gi di tardo autunno, tornandosene verso casa, incontrasse un uomo quasi disperato che le domand se non sapesse indicargli dove trovare in quel casale una stanza di ricovero, e non solo per la notte, ma per giorni parecchi, a una signora che, sovrappresa per istrada dai dolori, stava per diventar madre. Egli, Tino, aveva risposto che cera sulla strada unosteria e che l si facesse ricapito: ma lo straniero aveva ribattuto che serano pure fermati col egli e la donna, ma che era impossibile rimanerci, essendo le poche camere di quella misera locanda gi tutte occupate, e non solamente da uno, ma da due o tre e anche pi viaggiatori, perch di quei giorni aveva luogo la gran fiera del vicino villaggio; che nessuno di quei mercanti di buoi e di grano aveva mostrato la menoma intenzione di scomodarsi per lasciar luogo alla donna; che loste medesimo avea dimostrato poca voglia di avere in casa quellimbarazzo, e che perci egli andava cercando chi per carit cristiana e anche per amore di un buon guadagno da lui promesso volesse ospitare la partoriente e curarla, finch la fosse in grado di proseguire il viaggio.
Battistino che non aveva cattivo cuore e a cui non dispiaceva il denaro, aveva allora detto che la casa ospitale cercata potrebbe anche essere la sua, se i forestieri si fossero contentati davere una camera pulita nella miseria, e daltronde in quel povero casale non avrebbero potuto trovare di meglio; ma che per cerano due difficolt: luna che in quella casetta non cerano donne per assistere lammalata, egli vivendo affatto solo; laltra che il mestiere di lui, padrone di quella casa, era di fare il becchino, e questa poteva essere per molti una ragione da non accettarne lospitalit.
Il forastiero rispose sollecitamente che anzi tutto andava bellone: non si avevano pregiudizi, era molto meglio che non ci fosse altri in casa, e quanto allassistenza alla donna, egli colla carrozza, appena allogata la sofferente, sarebbe corso a Parma per tornare il pi presto possibile con una levatrice.
Di questa guisa furono tosto daccordo, e il forastiero, corso sulla strada dove stava ferma la carrozza con dentrovi la signora, innanzi alla porta dellosteria, presto presto la fece venire alla casipola del becchino, dove in due colpi di mano, la miglior camera, col letto meno barbaro e le biancherie pi pulite, fu pronta ad accogliere la donna.
A questo punto Alfredo, che ascoltava con tutta la passione dellanima sua, non pot trattenersi dal domandare al vecchio come fosse, che aspetto avesse quella sua inaspettata ospite; e Tino rispose comessa fosse giovane, bella, molto abbattuta, ma paziente, rassegnata, mite e gentilissima. Poscia, seguitando il racconto, disse che luomo era subito partito colla carrozza per la citt, che nera tornato dopo sei ore, che alla misera soffrente e a lui stesso erano sembrate eterne, ancora nella notte, insieme colla levatrice, la quale era quella donna cui oggi vedeva l venuta anche lei: che passato ancora quasi un giorno intero in terribili sofferenze, la signora aveva dato alla luce un bambino, ma per morire essa stessa poche ore di poi.
Luomo che laccompagnava, che era il signor Arpione, aveva detto al prete di quel luogo, il quale non era venuto a tempo per confessare la moribonda, ma aveva pronunziate su di lei gi priva della parola le preghiere dellagonia; gli aveva detto che amministrasse subito lacqua al fantolino, il quale pareva s miseruzzo da non poter campare, che per, se vivesse, fra pochi giorni egli sarebbe tornato a fargli dare il battesimo in tutte le forme e avrebbe recato seco documenti e testimoni da stabilire lessere, la famiglia e quel che dicesi lo stato civile del neonato. Diede una buona somma a lui Tino, che narrava, una vistosa elemosina al prete, ordin al primo di questi due che la camera dove la donna era morta fosse sempre conservata in quel medesimo stato in cui allora si trovava, che la fossa dove ella veniva sepolta fosse disgiunta, distinta dalle altre e sempre adorna di fiori e ombreggiata da un salice piangente, e part, accertatosi che una donna del vicinato avrebbe soddisfatto ai primi bisogni del bambino.
Non passarono che due giorni, quando egli torn con due altri signori i quali furono testimonii al battesimo, e con una contadina che esser doveva la balia del neonato, e che diffatti, celebrato il battesimo, lo prese e lo port seco, dove egli, Tino, non seppe mai.
LAntonia levatrice conferm appuntino il racconto del seppellitore. Alfredo che aveva visto quella tal sera la moglie del zozzaio Melchiorre, pure non la riconobbe, perch allora in uno stato di ebbrezza e pochi i minuti in cui laveva avuta dinanzi. Essa narr da parte sua come una tal notte, a quel tempo, venisse svegliata allimprovviso e richiesta con gran premura di alzarsi subito e partire per andarne fuori di Parma un buon tratto, a soccorrere una povera donna che stava assai male. Le preghiere erano state cos pressanti che ella aveva acconsentito; era salita nella carrozza che aspettava gi nella strada, e via di gran corsa.
La povera signora le era morta nelle braccia, ed essa, che cos diceva non laveva mai vista prima, non poteva dir altro se non che laveva trovata di bellezza, di bont, di anima e di cuore un vero angelo di Dio.
Alfredo volle vedere anche il prete che aveva benedetta la morente di lui madre e battezzato lui neonato. Ma quel buon sacerdote, gi vecchio quando quegli avvenimenti erano capitati, si trovava oramai decrepito e non aveva pi n memoria precisa, n idee chiare. Si ricordava in confuso di qualche cosa; ma tutto quello che poteva far di meglio era consultare i suoi registri, tenuti Dio sa come, ne quali cerano gli atti di nascita e di morte. A forza di scartabellare si trov latto di battesimo di Alfredo in cui questi era detto figliuolo legittimo del nobile signor Alfredo Corina di Lugo premorto, e della signora Giuseppina Ressi di Macerata e una copia autentica dellatto di matrimonio fra questi due; ma quello che colp Alfredo fu una dichiarazione che accompagnava latto di morte di sua madre, nella quale dichiarazione si affermava da due testimonii che la giovane donna morta in quel luogo sopra parto, era davvero la Giuseppina Ressi, moglie Corina. Fu il nome duno di que due testimoni che fece impressione ad Alfredo: era il nome di Giovanni Carra.
Tornato presso Matteo, che non aveva seco nella visita al prete, Alfredo gli domand se quel Giovanni Carra avesse qualche attinenza col sellaio Pietro, e se quindi la famiglia di questultimo avesse avuto conoscenza della famiglia di lui. Matteo, che aveva previsto molte cose e a tutte sera industriato di provvedere, non aveva menomamente pensato a questa, e rimase un momentino sconcertato; ma si riebbe tosto e rispose sollecito di no, che quel Giovanni era di unaltra famiglia Carra, la quale non aveva nulla di comune con quella del sellaio, e che non era neppure di Parma.
Alfredo preg a lungo, e sulla fossa della madre e nella camera dovessa era morta; deliber che un modesto ma duraturo monumento sorgerebbe l dove era stata sepolta colei che gli aveva data la vita, e conferm a Battistino lordine di conservare tal quale la camera. Domand se nessun oggetto fosse stato conservato il quale avesse appartenuto a sua madre, e si ebbe in risposta di no, che tutto quello che essa aveva lasciato di abiti e di biancherie era stato distribuito in elemosina a povere donne del casale; rimaneva soltanto la piccola valigia in cui erano gli oggetti pi necessari a lei appartenenti, e Alfredo la ricompr al vecchio becchino a peso doro; poscia seppe che il crocifisso appeso al muro sopra il letto era quello che avevano posto nelle mani della donna fatta cadavere, e lo volle anche per s, parendogli che cos avrebbe portato seco qualche cosa almeno di quella santa, adorata creatura adorata senza averla mai conosciuta.
Partendo da quel villaggio per tornare a Parma, il cuore dAlfredo era intenerito. Aveva raccolto mille prove dellinteressamento che Matteo Arpione aveva pure dimostrato per la madre di lui, ricordava le parole dettegli da Matteo medesimo, che col dovera salita al cielo, lanima di sua madre gli avrebbe ispirato pi affettuosi sentimenti verso luomo che aveva preso cura di lui, e gli pareva diffatti che cos fosse stato. Giunto a palazzo lasci che Matteo salisse con lui, lo sorreggesse, ch egli, ancora debole pel sofferto malore, era dalle emozioni di quel giorno affranto, che lo accompagnasse fino nel salotto precedente la sua camera. Col stava sopra la tavola un bigliettino profumato elegantemente ripiegato a triangolo, diretto al conte, e il servo disse che il portatore aveva fatta molta premura perch subito si consegnasse al padrone, trattandosi di cosa di molta importanza e urgentissima.
Alfredo lo prese, lapr, lo scorse cogli occhi, poi fece un moto come di ripulsione, lo gett di nuovo sulla tavola e corse a rinchiudersi nella sua camera. Matteo gli mand dietro il domestico, e rimasto solo nel salotto, afferr ratto quella letterina e la lesse avidamente.
Era della Zoe.
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Capitolo 59.
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Mio tesoro Penso al giuramento che hai pronunziato; e ti ammiro e ne tremo. Vorrei saperti lontano le mille miglia: ho il maggior rimorso desser cagione che tu sei qui venuto. Un cmpito cos terribile non  da te. Abbandona il tuo disegno, la citt, me stessa; e lasciami al mio funesto destino. Colui verr domani, di pieno giorno, domani alle quattro pomeridiane. Ha questaudacia! Me lha fatto annunciare, mi ha fatto comandare di aspettarlo come una schiava... Ho il sangue che mi freme... Ah! se verr! Se dovr aver lonta di rivederlo qui!... Il mio furore, il mio odio mispireranno. Tu parti, fuggi: sar tranquilla, pi ferma in ci che dovr compire anche colla mia debol mano di donna, se ti sapr lontano da non potere per nulla comprometterti, da essere affitto in salvo, checch avvenga. Zoe.
Questa lettera, scorsa in fretta da Alfredo, aveva fatta in lui una penosa impressione. La visita al cimitero in cui riposava sua madre, tutta la giornata passata in mezzo a s care e sacre memorie gli avevano temperato lanimo a una dolce mitezza, a una tenera commozione di affetti, da cui il ricordo, limmagine, le parole della Zoe e lidea degli avvenimenti ingrati e delle terribili passioni che laccompagnavano, bruscamente veniva a staccarlo, quasi strappandogliene lanima e il cuore. La voce dello spirito materno gli aveva parlato di amore, di fede, di cielo: ecco quella della sirena venirgli a susurrare di odio, di vendetta e dinferno. Si chiuse nella sua camera e proib che persona viva osasse disturbarlo, e da solo dibatt fra s stesso il terribile quesito: o essere assassino o essere spergiuro.
Dopo una notte, la cui veglia angosciosa ciascuno pu immaginarsi, Alfredo ebbe la consolazione di ricevere la risposta alla sua lettera di Ernesto Sangr. Non era molto lunga, ma era piena di amorevolezza; compativa sinceramente alla sciagura capitata allamico e in franche, concise parole diceva quello che a senno dello scrivente era da farsi in tale occasione, quello che egli farebbe se in tal caso si trovasse. Al principe, sventuratamente, non si poteva domandare soddisfazione nessuna: la sua qualit di regnante lo faceva irresponsabile, quasi sacro, e nessuno che la pensasse rettamente, avrebbe mai fatto carico alloltraggiato di essersi trattenuto innanzi al rispetto che si doveva alla Corona delloltraggiatore; ma ad assistere a quelloffesa, a prendervi parte, ad assumersene la risponsabilit e colle risa e anche con un atto positivo, cerano stati i cortigiani e cagnotti del duca, e a costoro il conte di Valneve pensava che lamico avrebbe dovuto rivolgersi, e a colui principalmente che aveva osato mettergli una mano sulla spalla, e se non aveva ben presente chi quegli si fosse, al principale di essi, e a tutti se occorreva. Doleva ad Ernesto di non essere in grado di accorrere egli stesso a Parma per essere allamico aiuto, testimonio e compagno, ma la sua ferita inaspritasi, e la salute della madre cui tanto aveva afflitta il colpo tremendo della morte del conte, lo trattenevano a forza. Finiva pregandolo di tenerlo informato di tutto quello che facesse e gli avvenisse, e ricordandogli la promessa data di venirlo a visitare a Torino, promessa che lo sollecitava a mantenere, appena fosse libero da quella malaugurata contrariet.
La lettera del Sangr fu come un raggio di luce nelle tenebre in cui si agitava lanima di Alfredo.
Ed io non ci ho pensato! esclam. Io mi sono lasciato trascinare piuttosto allidea di farmi assassino... Ah era unignobile ispirazione... Oh che avrebbero detto di me?...
E si copr colle mani la faccia.
Gli pareva scorgere un vago, profilo di fanciulla sul volto della quale si esprimesse lorrore dellassassinio.
Il consiglio dErnesto  lunico accettabile, lo metter in atto.
La mano del cortigiano che lo aveva spinto a terra, gli sembrava fosse stata quella dellAnviti; oh doveva esser quella. E daltronde non era questi il principale, il pi insolente, il pi prepotente dei seguaci del duca? Determin di indirizzarsi per primo a lui, e quella stessa mattina verso le undici, vestitosi con una certa severa eleganza, Alfredo stava per uscire affine di recarsi a cercare il colonnello e accostarlo in qualunque luogo si fosse, per provocarlo nel pi violento modo possibile, quando un suo domestico venne ad annunziargli con aria esterefatta che in sala cera il direttore generale della Polizia il quale domandava di parlargli, e che nellanticamera e sotto il portone cerano tre o quattro coppie di brutti musi che puzzavano lontano un miglio di gendarmi e poliziotti travestiti.
Il conte di Camporolle a tale annunzio impallid un pochino; ma fatto il viso pi fermo che seppe e che pot, si affrett a passare in sala, dove stava aspettandolo il Pancrazi.
Questi aveva la faccia pi buia del solito, e i suoi occhi affondati mandavano sguardi che potevano dirsi di severit feroce.
Signor conte, cominci senzaltro, ella  accusata di congiurare contro il trono e la vita del nostro Augusto Sovrano, S. A. R. il principe Carlo terzo; ella  accusata di avere anzi giurato di colpire ella stessa il sacro petto del serenissimo nostro Signor Duca, e di queste accuse si hanno le prove. Io sono qui per arrestarla.
Alfredo ebbe un leggier baleno negli occhi e un tremito quasi impercettibile sulle labbra.
Va bene, rispose per con voce ferma. Se Lei marresta, e io non ho nessun mezzo di sottrarmene, cedo alla violenza e son pronto a seguirla.
Il Pancrazi stette un poco in silenzio facendo pesare sul giovane il suo sguardo di piombo.
Pensi bene, signor conte, disse poi lentamente e facendo spiccare le sillabe; pensi che si tratta della sua vita!
Alfredo, completamente franco e sicuro, rispose con un superbo sorriso:
Per quanto io ci pensi, non vedo che ci possa mutare la condizione delle cose.
Vuol dire chElla confessa? esclam vivamente il poliziotto.
Scusi: aggiunse con tutta freddezza il conte.  un interrogatorio che Lei mi vuol fare?
Ebbene, s signore...  mio diritto, e mio ufficio; e Lei deve rispondermi.
No signore! proruppe con una certa forza Alfredo. Ella pu farmi tutte le interrogazioni che vuole: ma io non conosco forza nessuna che mi possa obbligare a rispondere, e quindi Le dichiaro che non rispondo nulla.
Pancrazi fece un sorriso che si potrebbe dire di color giallo.
Badi che quando sar in carcere si troveranno pure delle maniere da farle venir la voglia di rispondere.
Ah s? La tortura forse?... Ho udito che in questo felicissimo paese si usa ancora talvolta un modo s civile ed umano...
Il contegno chElla prende, interruppe il direttore di Polizia, mi spiace e mi addolora.  il pi funesto chElla possa adottare per s; mentre io sono venuto qui colla speranza di poterla salvare.
Ah! davvero?
Sissignore; ed  appunto per ci che ho voluto venire io stesso.
Per suggerirmi il mezzo di salvarmi?
Appunto.
E questo mezzo sarebbe?
Dimostrare un vero pentimento di quello chio non credo in Lei che un istante di follia, una momentanea aberrazione.
E come si fa a dimostrare questo pentimento?
Rivelando tutto quanto Ella sa del brutto intrigo e di quelli che vi prendono parte.
Cos poco! esclam Alfredo con unironia in cui fremeva lira, mentre un rossore di vergogna per linfame proposta fattagli saliva alle sue guancie, fino alla fronte.
Anzi, io renderei la cosa ancora pi semplice. Ella non avrebbe che da rispondere con tutta esattezza e verit alle domande che io le farei.
Ella  davvero troppo buona.
Noti che tanto e tanto, io sono informato gi di tutto...
Allora  inutile chio parli.
 necessario per dimostrarci il suo emendamento.
E in compenso di questo?...
Ella star pochi giorni in fortezza e poi, appurate vere tutte le sue rivelazioni, sar accompagnata dai gendarmi sino alla frontiera, e lasciata andare al suo destino.
E se non parlo?
Oh allora!... Si strinse nelle spalle e croll il capo in modo molto minaccioso.
Ebbene, signore, non perdiamo il tempo pi oltre, e mi conduca dove ha da condurmi; ch io non ho nulla da dire.
Come vuole!... Se ne pentir... Intanto io devo qui fare unaccurata perquisizione.
Finita questa, Alfredo in una carrozza chiusa fu menato in fortezza e cacciato in una segreta.
Un bigliettino de soliti alla Zoe diceva mezzora dopo:
Contegno pi fermo di quel che credevo. Lho veduto io solo e nessun altro lo vedr. Mi sembra capace di mantenere il segreto.
Ed ecco da che cosa era stato motivato larresto del conte di Camporolle.
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Capitolo 60.
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Matteo Arpione, di quella lettera della Zoe, chegli aveva osato leggere in casa dAlfredo, sera spaventato moltissimo. Per lui, che conosceva oramai i propositi del conte, non vi era dubbio pi che il giuramento di cui si faceva cenno dalla Zoe come pronunziato dal giovane, era contro il duca, e troppo capiva egli pure che la scellerata donna perfidamente indicava ed assegnava allamante loccasione e il momento propizio di adempirlo. Anche il povero vecchio per ci ebbe una notte pessima, in cui, invece di scemare, il suo sgomento venne sempre crescendo, e con una febbrile ansiet che gli toglieva affatto la freddezza della ragione e che non faceva capo a nulla in cui potesse tranquillarsi, pass a rassegna tutti i mezzi possibili ed impossibili che gli si presentassero da salvare Alfredo. Si rec al palazzo di questultimo e non fu ricevuto. Egli perdette proprio la testa. Se si fosse impedito al duca di recarsi da quella donna allora stabilita!... s questo gli parve lunico modo frattanto, e poi avrebbegli pur trovato il come far partire il giovane, farlo scacciare anche dalla Polizia fuor dello Stato.
Ecco! appunto! questa era la pi spiccia e sicura maniera. Anzi il meglio era domandare addirittura simile compenso per le rivelazioni che avrebbe fatte a salvare la vita del principe. Gli parve la pi bella idea che avesse ancora avuta, e si avvi verso la piazza dovera la direzione di Polizia. Ma, a un tratto pens, avrebbegli bastato il rivolgersi al direttore di Polizia? Avrebbe questi avuta sufficiente autorit, si sarebbe creduto in facolt di consentire alla domanda che il piemontese gli avrebbe fatta? Non sarebbe stato pi spediente e pi certo il dirigersi pi in su? forse al duca medesimo? Mentre fermo sulla piazza, Matteo rivolgeva seco stesso questi pensieri, vide proprio allato, a due metri di distanza, un uomo che molti riverivano umilmente con profonde scappellate. Lo riconobbe. Era sir Tommaso W... il ministro che godeva della maggior fiducia del principe. Parve allArpione che fosse proprio la Provvidenza che glielavesse mandato fra i piedi, come quegli a cui doveva appunto rivolgersi: lo segu; e quando furono arrivati ambedue, lun dietro laltro, al palazzo, linglese e lusuraio, questi fece domandare a quel primo unudienza, che laltro subito concedette.
Dopo il colloquio, che dur pi di unora, avuto con Matteo, sir Tommaso corse in furia dalla Zoe, a cui aveva promesso e giurato di comunicare ogni cosa che riuscisse ad apprendere, prima di pigliare qualunque determinazione. La avventuriera credette un momento che tutto fosse perduto quando ud il ministro dirle che un tale era venuto a rivelargli esservi il disegno di assassinare il duca, e in quel medesimo giorno, quando egli si sarebbe recato da lei, come aveva annunziato di voler fare. Destramente interrogando, ella apprese chi fosse il rivelatore, come questi non avesse detto il nome di chi doveva eseguire il colpo, non avesse accusata lei, avesse domandato solamente per premio di ottenere salva in ogni modo una persona che forse sarebbe apparsa implicata nel complotto, colla sola punizione della scacciata dallo Stato, si impedisse che il duca si recasse al convegno, e si appurassero le cose della congiura visitando i locali tenuti segretamente nella casa della levatrice Antonia, arrestando il conte X che era uno dei capi.
La Zoe stette un momento stordita, senza saper come fare a rimediare alla minacciata rovina. Ma non istette guari a trovare un mezzo.
Ebbene, voi credete di saper molto, ella disse, facendo un sogghigno; e io vi dico, mio caro, che so pi di voi.
Oh come?
Il nome di colui che oggi vorrebbe attentare alla vita del duca, non vi fu detto: e io ve lo dico. E il conte di Camporolle, il quale vuole cos vendicare loltraggio ricevuto sere fa in teatro.
Possibile!...
Ve lo accerto.
Allora facciamolo arrestare subito e riveliamo tutto al duca.
Arrestare, s, interruppe con forza la donna: rivelare no... Abbiamo la fortuna per le chiome, ma guai se facciamo qualche atto inconsulto, per cui la ci scappi! Bisogna che proviamo con documenti alla mano al duca che labbiamo salvato davvero e che il pericolo era reale. Perci larresto del Camporolle non basta. 
Ma con quello del conte H...?
Neppure, anzi faremo peggio. I congiurati posti in sullavviso da quellarresto faranno sparire ogni traccia.
Anche larresto del Camporolle dar loro lallarme.
No: perch potremo eseguirlo alla chetichella, senza che si sappia, almeno per questoggi. Il conte Alfredo fu malato pi giorni, fu assente tutto ieri, il non vederlo nemmen oggi non istupir nessuno, e larresto potremo farlo eseguire dal medesimo Pancrazi, che  accortissimo in ogni cosa. E frattanto una di queste sere potremo far sorprendere i congiurati nel loro covo.
Ma per sar buon partito distogliere il duca dal venir qui.
Guardatevene bene. Sarebbe un farcelo nemico inutilmente. Tolto di mezzo il Camporolle, di pericoli non ce n pi nessuno se al principe contrastiamo nel suo desiderio di venire da me, o voi od io che lo facciamo, non si ottiene che di fargli nascere mille sospetti.
Lo faremo circondare di poliziotti travestiti.
Ah questo s... E di ci sincaricher il Pancrazi. Anzi, caro sir W..., facciamo una cosa: stabiliamo qui stesso in mia casa il nostro quartier generale e agiamo insieme e daccordo di qua... Vi piace? Non vi riesce di troppo sacrificio lessere mio prigioniero per questoggi?
E la sirena occhieggiava come sapeva far lei per mandare in tumulto la ragione di un uomo.
Ma voi mi regalate una giornata felice: disse il ministro del duca.
Allora, sentite: io scrivo al Pancrazi che venga qui subito: combiniamo insieme quello che sia da farsi, gli diamo i nostri ordini e ne aspettiamo i risultamenti per prendere poi, sempre insieme, quelle decisioni che potranno occorrere.
Sir Tommaso acconsent di buonissimo animo. La Zoe pass nel suo camerino e scrisse in fretta a Pancrazi.
Venite: bisogna sequestrare quel bambino di A. C. che nessuno lo possa vedere e interrogare che voi, e fare la strada libera allaltro che  pure avvisato per questoggi. Ho qui meco il W... Non lo lascier muovere: venite subito e mettete in gioco tutta la vostra abilit.
Il direttore di Polizia accorse.
Dopo una non breve conferenza, il Pancrazi usciva, assicurando che il duca quel d avrebbe avuto intorno tali e tanti agenti a vegliare su di lui che nessun pericolo lavrebbe potuto avvicinare; e subito frattanto il direttore medesimo di Polizia andava ad arrestare Alfredo di Camporolle, con cui nessun altro si lasciava menomamente comunicare.
In quello stesso frattempo il conte X... riceveva una lettera anonima, la quale gli diceva esservi stato chi aveva denunciata la congiura, e se questa non avesse ottenuto il suo scopo in quel giorno medesimo, il domani ogni cosa sarebbe scoperta e tutti quelli che vi avevano preso parte sarebbero perduti.
Il conte X... appena letta quella lettera corse a palazzo ed ebbe un colloquio animato e segretissimo con sua moglie, la dama di Corte, poi con vari e cospicui personaggi, e quindi si ridusse di nuovo a casa sua, dove diede ordine ai servi si dicesse a chiunque cercasse di lui chegli era ammalato e non poteva ricevere nessuno, e intanto da s stesso, chiuso nella sua camera, si prepar una valigetta come di chi ha da fare un breve e sollecito viaggio e mand il suo pi fidato servitore, quello che andava a recare i denari a Melchiorre, a far tenere pronta per le quattro ore del pomeriggio una carrozza con buoni cavalli di posta.
Unaltra carrozza da viaggio era stata ordinata, e parimenti per quellora, dalla donna di compagnia della baronessa di Muldorff,
Se il colpo falliva, il conte X sarebbe fuggito sollecitamente; in qualunque modo volgessero le cose, lavventuriera aveva deciso di partirsene o soddisfatta dello scopo ottenuto, o rinunziando alla troppo difficile partita.
Tutte le migliori precauzioni erano prese perch la cosa riuscisse alla morte del duca; non cera pi da aspettare e da temere che il concorso o lavversit del caso, che in tutti i fatti umani reca pi efficace che non paia lelemento del suo capriccio. E a un punto parve che questo cieco dio si rivolgesse in favore del minacciato tirannello.
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Capitolo 61.
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Dopo la sua conferenza con sir Tommaso W..., Matteo Arpione camminava sollecito verso il palazzo abitato dal conte di Camporolle, quando allo svoltare duna cantonata si trov faccia a faccia con un uomo che mand unesclamazione vedendolo e lo ferm senzaltro mettendoglisi dinanzi.
Giusto voi, zio! disse quelluomo. Vado appunto cercando di voi da tutte parti, e non sapevo pi dove dar del capo per trovarvi, che ho gi corse tutte le locande e tutte le osterie dalle principali alle pi misere senza incontrar mai la menoma vostra traccia.
Quelluomo, come il lettore avr indovinato, era Pietro Carra.
Matteo gli si volse burbero cos da non incoraggiarlo menomamente a proseguire il colloquio.
Tho gi detto e ridetto le mille volte che non voglio a nessun modo che tu mi chiami zio.
Va bene, soggiunse rassegnatamente il Carra. Non vi chiamer pi che sor Matteo; e ora vi pregher di darmi un quarto dora del vostro tempo per dirvi cosa che mi preme molto e che  di molta importanza per me e per la mia famiglia.
LArpione scosse con impazienza le spalle.
Ora ho da fare, rispose brusco, non posso darti n un quarto dora, n mezzo e n anche un minuto... Lasciami andare...
No, interruppe con insistenza supplicante, ma ferma, Pietro: bisogna assolutamente che mascoltiate. Vi dico che si tratta dellavvenire della mia famiglia.
Bene, unaltra volta: domani.
Ah no, domani...
Questa sera...
No, no:  necessario chio vi parli subito.  la Provvidenza che mha fatto incontrarvi, quando appunto disperavo gi di potervi trovare, e non vi lascier pi finch mabbiate ascoltato.
Insomma grid Matteo mezzo incollerito ti dico che ora ho anchio delle faccende che premono.
Non quanto le mie, ve lo assicuro: interruppe il sellaio con quella fermezza daccento che danno la forza del carattere e la risoluzione duna volont immutabile: quella fermezza daccento che ne impone. Vi prego sor Matteo, come dunopera di carit, in nome dei miei figli ve lo domando, per la memoria che avete sacra della sorella di mia madre!
Va bene, va bene: disse lArpione, scosso pi di quanto voleva lasciare scorgere. Farai presto?
S.
Andiamo.
Pietro lo condusse in casa sua.
Aim, chi avesse visto quindici giorni prima questa modesta umile, ma lieta casa, come sarebbe stato dolorosamente colpito dal funesto cambiamento che vi aveva avuto luogo. Prima ci regnava, colla pace, collaffettuosa ilarit, col confidente abbandono, quella domestica contentezza che  come un vivido raggio di sole a dare lallegria della sua splendida luce a tutte le cose; ora erasi abbattuto sopra la piccola famiglia una grave, cupa preoccupazione piena di tristezza, di timore, di affanni. Abbuiata la fronte del padre, con incisavi profonda la ruga dun incessante, tormentoso, struggitore pensiero: brusca, sdegnosa la parola di lui, rca la voce, come se soffocata da una incessante contrazione dellira, quasi diventatigli uggiosi e irritanti i giuochi, le risa, le carezze dei figli, respinte aspramente le amorevoli richieste, le tenerissime supplicazioni della moglie. In costei la pallidezza delle guancie pochi d prima cos fiorenti, gli occhi arrossati, labbattimento degli sguardi, labbandono di tutta la persona dicevano abbastanza la pena continua, le notti insonni, le molte lagrime versate.
Pietro Carra non era pi quello di prima; non era pi lamoroso marito, il tenero padre, il lieto, operoso artigiano. La sua compagna, colla conoscenza che aveva di lui, collintuito meraviglioso dellamore donnesco, gli scorgeva nellanimo linferno che lo tormentava, gli leggeva le terribili risoluzioni, i feroci propositi che lo agitavano, e se ne spaventava; gli lesse limmutabilit duna decisione presa di cui ella avvertiva tutta la tremenda enormit e sentiva il pi oppressore sgomento. I bambini fra la cupezza minacciosa del padre che li atterriva, e il dolore della madre che li faceva piangere, rimanevano muti, immobili, impalliditi, infelici.
Matteo Arpione, condotto dal sellaio, non fece che attraversare quel doloroso ambiente, nella stanza comune dove i piccini non osavano pi giuocare, e la mamma loro, seduta con un lavoro di cucito sulle ginocchia, tirava un punto e poi rimaneva l, collago sospeso, locchio immobile fisso in chi sa quale paurosa visione. Pietro non disse nulla n alla moglie n ai bimbi, trasse con s nella camera vicina il suo compagno, e chiusa accuratamente la porta, cominci senzaltro:
Mio zio... ad un movimento fatto da Matteo, egli riprese vivamente: qui nessuno ci ascolta: e lasciatemevelo dare questo titolo, poich  allo zio, in questa sua qualit, che voglio parlare;  in nome di quel legame che vi strinse alla famiglia di mia madre, che io voglio supplicarvi in favore degli innocenti figli miei, ai quali fra poco, domani forse, pu mancare anche il pane.
Come! In che modo? Perch? domand Matteo scosso alquanto dallaccento con cui il Carra aveva parlato e interessato malgrado le tante sue particolari ragioni di preoccupazione.
Il sellaio si pass una mano sulla fronte come per raccogliere meglio le sue idee e mettere ordine nel tumulto de suoi pensieri, poi rispose con voce cupa, velata, duna freddezza che si sentiva imposta dalla volont:
Dopo quello che mi  capitato, e che voi certo saprete: Matteo fece un cenno affermativo col capo: il soggiorno di Parma mi  diventato impossibile. Ho deciso partirmene... e per sempre... e non per andarmene poco lontano, ma fin laggi nellAmerica.
NellAmerica! esclam meravigliato Matteo.
S,  da un po di tempo che questa idea mi girava pel capo... Anchio vorrei fare a miei figli una sorte migliore di quella che ha il padre loro; e qui non c mezzo nessuno di farsi ricco onestamente. Ho inteso tante volte a raccontare di mirabili fortune fatte con rapidit laggi oltre i mari, che la tentazione mi assal da tempo di andarmici a cimentare anchio.  venuta la goccia a far traboccare il vaso, a rendermi insopportabile questo soggiorno, e la decisione fu presa.
E vuoi partir presto?
Forse domani, forse questa sera stessa.
E cos abbandoni la tua famiglia!
Ci sono costretto pel momento... Ma appena avr colaggi trovato tanto guadagno da poter loro pagare il viaggio e mantenerli meco, subito far venire a raggiungermi la moglie e i figli che amo tanto, e da cui separarmi mi riesce pure una prova crudele!
Nel dire queste ultime parole, la sua voce cos ferma, si commosse e trem un pochino.
Oh via! disse Matteo; e tu non separartene.  un matto progetto quello che facesti, a cui puoi rinunziare da un momento allaltro, e tu rinunciavi...
No! grid con forza il Carra.  cosa necessaria. Non posso, non voglio rinunziarvi. Stassera, domani sar ad ogni modo separato dalla mia famiglia e impotente affatto di venirle in aiuto... o lontano o...
O?.. ripet Matteo: che cosa? Penseresti forse a commettere qualche peggior follia contro di te?
Pietro non rispose: pensava frattanto: S, se il colpo mi fallisce sar morto... perch vivo non mi lascier prendere per Dio!
Matteo, dopo un poco, visto il silenzio che manteneva Pietro, riprese:
Tua moglie non sa nulla de tuoi disegni?
Nulla.
E da me cosa vorresti dunque?
Il sellaio fiss sulla faccia apatica del vecchio il suo sguardo ardente, scintillante, quasi sdegnoso.
Non lindovinate! Non lo capite! esclam. Vi ho pregato di ascoltarmi in nome della mia povera famiglia, dei miei innocenti bambini...
Lusuraio fece un movimento quasi sgomentato.
Oh che mi vorresti caricare sulle braccia i tuoi marmocchi?
Pietro Carra ebbe un amaro sogghigno.
No, zio, non voglio tanto; ma voglio ricordarvi che la zia, la sorella di mia madre, la povera Giuseppina se vivesse, amerebbe pure questi bambini che hanno del sangue suo nelle vene e non li vorrebbe lasciar morire di fame.
Matteo Arpione parve turbarsi alquanto.
Morir di fame!... Morir di fame! balbett. Lasciamo le grosse parole... Senza arzigogoli, che cos insomma che pretendi da me?
Per poter fare il viaggio e avere col i mezzi da vivere ne primi tempi fin chio mi trovi qualche sorgente di guadagno, sono stato costretto a vendere il meglio che avessi in casa e in bottega, e a venderlo come potete capire, a prezzo rotto. La mia povera famiglia non avr pi n denaro spicciolo n roba da farne. Voi siete ricco...
Ricco, ricco, interruppe burbero lusuraio: niente vero! Sono gli sciocchi e i maligni che lo dicono...
Ho sperato che voi non neghereste di soccorrere i figli del vostro nipote. Zio Matteo! Voi non vorrete che io mi sia ingannato.  la Provvidenza che vi ha fatto essere in Parma in questa occasione, che vi ha mandato ora sui miei passi mentre ero gi affatto disperato di potervi trovare.
La Provvidenza, ripet il vecchio collo stesso accento burbero e scontento, ha be altro da fare che occuparsi di te e di me...
Voi dunque rifiutate? esclam Pietro, con accento pieno dangoscia.
No, non dico questo: rispose Matteo che parve commosso da quellaccento di disperazione; ma vorrei sapere a che cosa mi penseresti obbligato?
Ah! non accampo diritti in me, n obblighi in voi:  una carit che vi domando. Date almeno per un mese il pane a miei figli, dopo questo tempo o io avr gi potuto ottenere qualche cosa e venir loro in aiuto, o la sorte in qualche modo provveder.
Ebbene,... s,... vedr... far.
Pietr afferr la mano dello zio e la strinse con forza.
Grazie!... E state pur certo, zio, che non obbligate un ingrato; e qualunque cosa in avvenire io possa fare per voi, non avrete chi da indicarmela e...
Fu interrotto da un picchio alluscio che egli aveva chiuso per di dentro.
Chi  l? domand Pietro col tono di chi gli dispiace dessere disturbato.
Ludovico armaiuolo che dice averti da parlare con tutta premura: rispose la voce della moglie.
Il Carra si scossa un pochino, ma si raffren subito.
Va bene, rispose, digli che aspetti un momento.
Un armaiuolo? interrog Matteo. Che cosa hai tu da fare con esso?
Oh nulla... Ludovico  mio compare e viene a salutarmi.
Egli sa che tu vuoi partire?
No... viene cos a vedermi come fa sovente...
Ma se tua moglie ha detto che voleva parlarti con premura.
Pietro parve contrariato.
Ah sar ancora per le sciabole che hanno servito al duello dellufficiale piemontese collaustriaco.  forse venuto a riprenderle.
Laspetto, il tono del nipote destarono in Matteo un vago sospetto.
E io dunque ti lascio con codesto armaiuolo.
Savvi verso luscio: il Carra lo ferm e prendendogli la mano, soggiunse ancora con accento di calda supplicazione
Dunque ricordatevi, che qualunque cosa accada di me, qualunque disastro possa minacciare me e la mia famiglia, io conto su di voi per proteggere, per aiutare mia moglie e i miei bambini.
Va bene, va bene; far quello che potr, rispose Matteo come impaziente duscirne: sai pure che non posso di molto, ma quel poco, lo prometto, e quando io prometto, mantengo.
Ed io vi credo.
Pietro apr luscio e lArpione vide dritto nella stanza vicina un uomo che teneva in mano un involto, da cui il suo occhio acuto not subito che uscivano due o tre punte di ferro acuminato.
Sono lame di pugnale, pens Matteo.
Che cosa ne vuol fare Pietro?
Larmaiuolo appena ebbe veduto il Carra esclam:
Vi ho portato quello che mi avete domandato...
Ma uno sguardo imperiosamente brusco del sellaio gli tronc subito la parola: e lArpione colse a volo quello sguardo.
Venite, venite di qua, Ludovico: aggiunse Pietro frettolosamente, e fece entrare larmaiuolo nella camera vicina, di cui gli richiuse luscio alle spalle: poi avvicinatosi con inquieta sollecitudine a Matteo gli disse sottovoce: Mi raccomando per carit, se non volete precipitarmi, non dite a nessuno che avete visto qui costui!
O perch? domand lArpione di cui si accrescevano i sospetti.
Il perch non vi deve importare... Promettetemi quello che vi domando, ve ne prego per le anime dei nostri morti!
Va bene, ve lo prometto.
Pietro strinse il braccio dellusuraio.
Conto su tutte le promesse che mi avete fatto: disse marcatamente, e poi abbassando la voce: E se non ci vedremo pi sulla terra, Dio vi benedica per tutto il bene che farete ai miei figli.
E rientr nella camera vicina dove larmaiuolo lo aspettava.
Quellarmaiuolo  molto amico di vostro marito? domand Matteo rimasto colla moglie di Pietro.
S, sono compagni e compari.
Viene sovente in casa vostra quelluomo?
Oib! Sar venuto due o tre volte dacch ho sposato Pietro.
Perdonatemi una curiosit. Questo armaiuolo ha provveduto le sciabole che hanno servito al duello dellufficiale piemontese collaustriaco?
S, signore.
Vostro marito le ha ancora presso di s quelle sciabole. Desidererei vederle.
No, signore. Pietro glie le ha restituite subito subito, appena tornato a Parma.
Ah!
Matteo salut e savvi per uscire; quando fu alluscio ristette e volgendosi in fretta alla donna, soggiunse:
Ascoltate un buon consiglio.
La donna lev vivamente la testa.
Fate di tutto per non lasciar uscir di casa tuttoggi vostro marito.
Essa si lev di scatto in piedi, lasciando cadere a terra il lavoro che aveva sulle ginocchia.
Che cosa vuol dire?
Niente, niente: saffrett a rispondere Matteo, sgusciando in mezzo alluscio.
Ma la donna dun balzo gli fu presso.
Mio marito medita qualche brutta cosa, non  vero?... Oh me ne sono accorta da due giorni chegli ha linferno nellanimo... E Lei sa qualche cosa? Oh me lo dica, me lo dica per amore di Dio!
Matteo le guizz di mano.
Non so nulla... Vi ho detto cos, perch mi pare... Fate voi quel che vispira il cuore... e addio!
Fugg: la donna rientr nella stanza dove i bimbi la guardavano cogli occhioni larghi, spaventati dalla nuova di lei pallidezza, da un nuovo maggiore affanno che le si dipingeva sul viso.
Dopo un quarto dora e forse pi larmaiuolo usc dalla camera in cui Pietro laveva tenuto a uscio chiuso; aveva seco linvolto stato notato da Matteo, ma era pi piccolo; aveva una certa faccia turbata e pass frettoloso, senza pur salutare, senza mostrar nemmeno daccorgersi che ci fosse gente. Pietro lo ferm pel braccio sulla soglia e senza pronunziar parola, gli fece un atto che invocava e intimava il silenzio; laltro rispose con una mossa muta del pari, ma che ripeteva certe solenni promesse, gi fatte, e poi spar.
Pietro Carra, voltandosi, si trov a fronte la moglie pi bianca di prima, ferma, risoluta, che, prendendogli le mani, gli disse:
Voglio saper tutto... Ci ho diritto... Lo debbo.
Il sellaio esit un momento.
Senti! rispose poi: Finora tho creduta sempre una donna superiore alle altre:  venuto il momento di provarmi che ho avuto ragione. Ti dir tutto; ma prima sappi che dalla mia risoluzione nulla pu muovermi, n ragionamenti, preghiere, n lagrime, n pur la sicurezza della morte... Vieni, ascoltami e taci!
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Capitolo 62.
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Appena uscito dalla casa di Pietro, lArpione sera affrettato al palazzo di Alfredo, e non sera punto accorto di essere cautamente pedinato da un uomo nel quale avrebbe potuto riconoscere Michele, la spia segreta di Pancrazi.
Nellanticamera del conte di Camporolle, il vecchio usuraio era colpito da una brutta notizia; quella dellarresto del giovane. Egli si sent vacillar sotto le gambe: avea fatto tanto per sottrarlo al pericolo e forse non era riuscito che a perderlo pi presto! Ma il ministro gli aveva pur promesso di salvare colui che egli avrebbe designato e che si era per allora astenuto di nominare, credendo anzi maggior prudenza il tacerlo! Bisognava accorrere da sir W..., invocare lavutane promessa e ottenerne subito lesecuzione. Non mise tempo in mezzo e savvi affrettato; e Michele lo seguiva sempre.
Ma, per sua gran disdetta, Matteo non pot vedere sir Tommaso. Era assente, e per quanto egli supplicasse e giurasse che si trattava di cose di massimo rilievo, non ebbe altra risposta fuorch era impossibile dirgli dove fosse linglese e quando sarebbe stato visibile. Noi sappiamo che esso era prigioniero volontario e soddisfatto in casa della Zoe.
LArpione usc di l presso che disperato. Giudic che una cosa sola gli rimaneva da fare: presentarsi al principe e dirgli tutto quello che egli sapeva, pattuendo in compenso la grazia di Alfredo. And a palazzo, non fu ammesso; si piant a pochi passi dal portone, e giur a s stesso che non si sarebbe pi mosso di l finch il duca non fosse venuto ed egli avesse potuto accostarlo.
Erano le tre suonate ed il duca doveva uscire alle quattro; Matteo non aveva pi che unora da aspettare.
Alle tre e mezzo un uomo gli pass davanti e si ferm a guardarlo. Matteo alz il capo e riconobbe il direttore generale della polizia Pancrazi.
Lei qui!esclam questi. Ho piacere di trovarla, ch appunto cercavo con molto desiderio di lei, si compiaccia seguirmi.
Scusi: rispose Matteo. Ho immensamente bisogno di vedere il principe, di parlargli, e lo aspetto qui che passi.
Quello che la vuol dire a S. A. pu dirlo a me con pari e forsarco migliore effetto. Venga pure.
No... cominci lusuraio; ma il Pancrazi chinandosi verso di lui, soggiunse piano, proprio nellorecchio:
Si tratta della salvezza del conte di Camporolle; e se fa a mio modo, potr Ella stessa condurselo seco.
Matteo non esit pi e segu di buon animo il capo della Polizia.
Dieci minuti dopo era rinchiuso in una segreta anche lui.
Suonavano le quattro pomeridiane.
Sullangolo del Borgo S. Biagio alla strada di S. Lucia in due edifici posta di facciata, un superbo palazzo da una parte e unumile casetta dallaltra, stavano aperte due finestre e ad ambedue delle persone che con ansiet stavano fissando lontano, pi lontano che arrivasse la vista nella strada, per vedere chi veniva a quella volta; nel sontuoso palazzo era una donna, giovane, bella di tremenda bellezza, pallida come un avorio, con labbra rosse come il sangue che spiccia dalle vene, con occhi lucenti duna fiamma infernale; dietro lei un uomo maturo, calvo, dal pelo rosso che le parlava ed a cui ella, tutta presa dallattenzione che metteva a guardar nella strada, non rispondeva neppure: nella casetta un uomo giovane, robusto, dallaspetto fiero, anzi in quel punto feroce, bianco anchegli come un cadavere, una ruga profonda solcata nella fronte, le guance contratte: a due passi da lui una donna seduta, tremante, che stringeva al suo grembo tre bimbi e pregava e piangeva in silenzio.
Udito da Pietro Carra il suo tremendo disegno, la moglie no, non avea potuto smuoverlo da esso; non laveva tentato neppure a lungo, perch conosceva il carattere del marito, perch una vendetta la desiderava anche lei, e le pareva che il su uomo erigendosi a giustiziere e vendicatore degli oltraggi fatti a s e a tutto un popolo, si elevasse a una grandezza che a lei ne imponeva, che ella doveva ammirare. Si mise a pregare, e la vista dei bimbi che le si serravano intorno fece che non pot trattenersi dal piangere.
Pietro le aveva narrato tutto. La sera stessa di quel giorno che egli aveva ricevuta dal principe la sanguinosa offesa per cui il suo onore esigeva imperiosamente vendetta, gli era stato ricapitato misteriosamente un biglietto che diceva:
Se come crediamo, siete uomo donore, se siete un degno parmigiano, voi non tollererete laffronto fattovi senza vendicarlo. E vi ha chi ve ne faciliter, ve ne porger i mezzi. Trovatevi questa sera alla tal ora nel tal luogo e seguite luomo che vi verr presso a dirvi: il giorno della giustizia  venuto.
Il sellaio si era trovato, era stato condotto alla segreta congrega, e l aveva udito che segli facesse il colpo avrebbe avuto una vistosa somma a sua disposizione, e i seguenti mezzi di scampo: alcuni complici appostati per la strada chegli avrebbe percorso fuggendo, a facilitargli il passo e sviare i persecutori se ne avesse avuti, un comandante di posto alla guardia di una porta della citt, il quale non avrebbe badato a lui mente egli passasse, fuor di quella porta a un trar di pietra un carrozzino con un eccellente cavallo, su cui egli sarebbe salito, e tutte le altre disposizioni che gi sappiamo pensate e prese alluopo.
Pietro rifiut sdegnosamente la somma; non voleva il prezzo del sangue; accett tutto il resto. Tutte le opportune intelligenze furono subito stabilite alluopo.
Il giorno prima di quello in cui siamo col nostro racconto, il sellaio aveva ricevuto un altro biglietto.
Domani alle quattro pomeridiane passer sotto alle vostre finestre.  il momento: tutto  pronto; la strada che avete da percorrere, la porta per cui uscire, la sapete.
Coraggio! Si conta su di voi!
Egli si era subito recato dal suo amico larmaiuolo e lo aveva pregato di portargli il domattina a casa parecchie lame di pugnale con semplici manichi di legno da adattarsi a quella che egli avrebbe scelto: e si raccomandava perch gli recasse le migliori possibili e non dicesse motto a nessuno.
Nella bottega sarebbe stato imprudente fare lesame e la scelta dellarma. Ludovico era venuto, Pietro aveva preso la pi acuta, ben temprata lama a spigoli, e laveva fatta fermar bene entro il manico di legno; aveva imposto con giuramento il pi gran segreto allarmaiuolo, e poi avvoltolata arma nel suo mantello, la teneva l presso sopra una seggiola a un passo dalla finestra.
Le quattro erano suonate: fra i diversi passeggieri che spuntavano e percorrevano e sparivano per la strada che veniva a quel crocicchio, non uno che avesse pure una somiglianza con colui che tanto ansiosamente saspettava. La Zoe aggrottava in modo sempre pi fiero le sopracciglia e rispondeva meno che mai alle parole di sir Tommaso; Pietro Carra si mordeva le labbra e bestemmiava fra s. La moglie del sellaio pregava con maggior fervore. Ah! forse la poveretta pregava che quelluomo, cui pure ella odiava, non venisse
Se mancava, pei congiurati tutto era perduto; sir Tommaso avrebbe parlato e operato; si sarebbero fatti arresti e ogni cosa non avrebbe tardato a essere scoperta; se il duca veniva e il colpo falliva... ma si aveva fiducia nella forza, nel sangue freddo, nellodio di Pietro Carra.
Ma non veniva!
Nellelegante sala della baronessa Muldorff, un ricco pendolo, che suonava a ogni quindici minuti, batt le quattro e il quarto; la pseudo baronessa chiam la governante.
La carrozza  pronta? le disse a bassa voce.
S.
Ebbene, va e porta subito in essa fin da ora il sacchetto dei valori. Mi ci aspetterai; fra venti minuti al pi tardi ci sar anchio.
La governante part.
Zoe era decisa, se fra un quarto dora il duca non fosse comparso, di abbandonar la partita; avrebbe con un pretesto qualunque lasciato solo sir Tommaso nel salotto e sarebbe scappata.
Ma a un punto vide trasalire luomo che stava alla finestra di facciata; si sporse in fuori e mand anchessa una piccola esclamazione.
Che cosa c? domand linglese chinandosi egli pure sul davanzale a guardare.
Il duca! disse la donna coi denti stretti, ma facendo un grazioso sorriso.
Al fondo della strada vedevasi Carlo terzo di Borbone venir gi tranquillamente colla sua andatura dinoccolata, la testa in aria, agitando secondo il solito il suo frustino: al fianco gli camminava lAnviti.
Pietro Carra si ritrasse vivamente dalla finestra: si copr la faccia con tutte due le mani, e se le premette con forza insistente; poi dun balzo fu alla seggiola dove erano il mantello e larma: impugn questa, si gett il mantello sulle spalle, si calc il cappello in testa e prese laire verso la porta.
Pallida come una morta, gli occhi rossi, le labbra livide, gli si drizz innanzi sua moglie.
Egli lafferr pur colle braccia immantellate, la strinse, ne baci la fronte, gli occhi, la bocca.
Giurami che sarai sempre degna di me, che farai degni di me i miei figli.
Ella non rispose che con un singhiozzo.
Pietro, con quella medesima frenesia, abbracci i suoi figli, li baci, li depose a terra, li respinse dalle sue gambe dove si serravano.
Addio! grid con voce soffocata, e fugg.
La donna cadde in ginocchio.
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Capitolo 63.
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Carlo terzo dei Borboni di Parma se ne veniva gi della strada ridacchiando al solito collAnviti, squadrando con aria prepotente gli uomini, con isfacciata domestichezza le donne che incontrava per via. Quelli salutavano umilmente e si tiravano in mezzo della strada facendo largo, queste chinavano gli occhi e affrettavano il passo; egli lanciava dietro agli uni e alle altre qualche insolenza, qualche grossolano epigramma, qualche complimento offensivo come uningiuria.
A un punto il principe alz gli occhi e vide alla finestra del palazzo laggi la Zoe che si sporgeva in fuori a guardare verso di lui, guardare proprio lui, a salutarlo da lontano con un cenno, con un sorriso.
Ah ah! esclam ridendo, la briccona ci aspetta con molta impazienza... Che diavolo di donna quella l!
Si avvicinava sempre pi a quel palazzo e teneva il viso rivolto in su a guardare la finestra.
To, guarda, disse a un punto fra schernitore e disgustato, c alle spalle della Zoe quello scimmione di sir Tommaso... Quellanimale  sempre il medesimo, malgrado gli annetti... Ma gli lever io la voglia di averci il suo ripesco dove lho io stesso!
La faccia sempre pi levata, fece un cenno mezzo scherzoso, mezzo imbizzito alla Zoe e allinglese; in quella un uomo col cappello a cencio calato gi fin sul naso, avviluppato in un mantello le cui pieghe gli coprivano il volto, camminando ratto nella direzione opposta a quella che aveva il principe, si cacci framezzo a costui e al colonnello Anviti che lo accompagnava, e passando urt violentemente il duca.
Questi, che tutto inteso a guardare la donna al primo piano e farle cenni, aveva appena travisto quel passeggero, sent come un fortissimo pugno datogli al ventre e abbassando il viso e lo sguardo, di subito incollerito, fece a percuotere col frustino linsolente che lo aveva urtato; ma quelluomo ratto scantonava l presso e il duca poteva appena scorgerne ancora i lembi del mantello.
Villano! grid il principe agitando il suo frustino inutile: aspetta...
LAnviti, che guardava pure in alto, non pot veder meglio laudace aggressore di quello che aveva visto il principe.
Che cos stato? domand.
E il duca nellimpeto della bizza, rosso ancora in viso:
Uno scellerato che mi ha percosso... qui... E port una mano allinguine.
LAnviti prendeva laire per rincorrere quel petulante, quando il principe lo fece fermarsi con una specie di grido soffocato:
Ah!... Colonnello!... Anviti!...
Questi si volse, Carlo terzo era diventato subitamente bianco come cencio lavato, rotava gli occhi con aria spaventata, si serrava il ventre con tutte due le mani e vacillava sulle gambe.
Non fu una semplice percossa, disse: quel birbante mi ha ferito.
Lev dalla pancia una mano per sorreggersi al muro vicino: quella mano grondava di sangue, e lasci la sua impronta sulla parete. Ma questo appoggiarsi non avrebbe bastato a tenerlo in piedi; il principe barcoll maggiormente e sarebbe caduto, se lAnviti non si fosse affrettato a raccoglierlo fra le sue braccia.
Ah! gemette il ferito con un soffio appena di voce e le labbra che tremavano: per me  bella e finita.
No, no, Altezza: disse lAnviti, mentre volgendosi ai pochi passeggeri che si trovavano nella strada in quel momento li richiedeva daiuto.
Ma i cittadini, cui la curiosit faceva fermare, si tenevano alla larga, incerti di quella che era avvenuto e timorosi di poter capitar male accostandosi.
LAnviti, che pareva aver perduta la testa, gridava a tutti coloro che stavano guardando con occhi larghi a dieci passi di distanza:
Presto!... Un infame ha ferito Sua Altezza... Correte... pigliatelo... arrestatelo... ammazzatelo... Correte pei gendarmi... correte per un medico... alla Corte... alla Polizia... Aiutatemi a trasportarlo in qualche luogo.
Nessuno si moveva.
Un uomo venne correndo in aiuto del colonnello; era sir Tommaso W...
Dalla finestra a cui stavano egli e la Zoe avevano visto luomo dal mantello passare in fretta presso al principe, ma latto era stato compito cos rapidamente, che non serano accorti del colpo dato. La donna credette un momento che sul migliore il coraggio fosse mancato a quelluomo ed egli fosse fuggito senza nulla tentare; ma quando vide il duca fermarsi, vacillare, sollevare la mano sanguinante, ella cap che finalmente il suo lungo, feroce desiderio era soddisfatto, e drizzandosi della persona mand unesclamazione che poteva sembrare di meraviglia, di terrore, di addoloramento ed era di gioia crudele. Linglese si accorse anchegli di quel chera avvenuto e mand, lui, un vero grido di affanno e di spavento; poi si precipit gi per le scale a volare in soccorso del ferito.
Ah, sei tu... Tommaso? balbett, vedendolo, il duca colle labbra livide e gli occhi smarriti. Mhanno conciato per le feste.
Fra tutti due, lAnviti e il W..., sollevarono il principe; nessuno venne ad associarsi alla pietosa opera loro.
Lo portino di sopra da me, nella mia casa per intanto! disse alle loro spalle una voce di donna.
Era la Zoe, che discesa ancor essa, guardava attentamente, fisamente, la faccia scialbata, i lineamenti contratti, gli occhi spaventati del principe.
I due cortigiani accettarono il suggerimento dellavventuriera e trasportarono su nel quartiere di lei il sovrano trafitto.
Quando fu adagiato sopra un sof in quella medesima sala, dove pochi giorni prima il suo frustino, che doveva riuscirgli cos fatale, aveva segnata una riga rossa sul collo della donna, questa, che sola aveva conservata la freddezza della sua ragione, disse ai due uomini:
E ora non conviene perder tempo, correte a chiamare un medico ed avvertire la duchessa.
E unaltra cosa ancora: aggiunse sir Tommaso: mandare ordine subito che si chiudano tutte le porte della citt e non si lasci pi uscir nessuno senza che dia buon conto di s.
Il duca, che giaceva abbandonato col capo sui cuscini, stringendosi sempre colle mani la squarciatura del ventre, da cui traverso le dita gocciava abbondante il sangue a macchiare la seta del sof e il tappeto persiano del pavimento, il duca apr un momento gli occhi che teneva semichiusi e agit le labbra sempre pi illividite, come se volesse parlare; tutti tre i presenti chinarono le loro orecchie sul giacente, ed egli con voce che appena poteva sentirsi, susurr a stento:
S... arrestate colui... a ogni modo... voglio almeno sapere da chi mi viene il colpo.
Zoe fece uno strano, quasi feroce sogghigno, ma nessuno lo vide: il conte Anviti giur che egli e i suoi gendarmi non avrebbero avuto requie finch non avessero posto la mano su quel sacrilego, e sir Tommaso prese il cappello per correre a dare gli ordini accennati.
Correte presto aggiunse la Zoe, correte dal Pancrazi; egli sapr far tutto il meglio che si pu.
LAnviti e linglese volsero uno sguardo al principe che aveva richiuso gli occhi e gemicolava sommesso.
Ah non temete: riprese con calore la donna: veglier io sullaugusto infermo, e mi sento capace di fargli una prima fasciatura, alla ferita io stessa.
Ella accompagn, quasi spingendoli, i due cortigiani fino alla soglia della sala, ne richiuse luscio alle loro spalle, poi si volse a guardare il principe che respirava affannosamente, gli occhi sempre chiusi. Erano soli essa e lui; gli occhi della donna sfavillarono della loro luce infernale, e a passi lenti quella terribile odiatrice si accost alla sua vittima.
Unaltra donna intanto l presso, nella casa di faccia, spasimava di pena, di ansiet, di spavento: la moglie di Pietro Carra.
Era rimasta in ginocchio accasciata, con intorno i bambini che piangevano, sbalordita, tramortita; ma subito il pungente pensiero lassalse di sapere quel che avveniva: avrebbe voluto alzarsi e mettersi alla finestra, ma gliene mancavano le forze, sent che le sarebbe fallito il coraggio: si drizz un po cos della persona e tese quanto poteva le orecchie a udire, a cogliere ogni menomo rumore che salisse fino a lei dalla strada. Primamente le parve avvertire delle esclamazioni, poi un susurro che veniva crescendo, poi uno scalpito sempre pi numeroso di passi e un vocio di ciarle animate: qualche cosa era successo; e in questo qualche cosa le pareva di non notare nulla che le annunziasse la pi temuta delle disgrazie, larresto del suo uomo. Si fece animo, si alz lentamente, lentamente si avvicin alla finestra; ard gettare nella strada uno sguardo.
Innanzi al portone del palazzo abitato dalla Zoe, innanzi al muro su cui sera stampata la mano sanguinosa del duca, intorno ai piccoli guazzi di sangue in terra si era venuta raccogliendo una calca, che discorreva, gesticolava, con meraviglia, con animazione, con nessuna menoma apparenza di dolore. Da quelle parlate cos vivaci che l si facevano, una frase giunse sino allorecchio della povera donna e la consol tutta; essa diceva:
Il feritore  fuggito, e non lo piglieranno sicuro!
La donna prese i figli suoi, li trasse a s e abbracciandoli stretti nascose la sua fra le loro testoline innocenti.
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Capitolo 64.
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La Zoe, rimasta sola col principe ferito, saccost adunque a passi lenti verso di lui, circuendolo col suo sguardo pieno di maligno trionfo e di odio feroce.
Si ferm a un passo di distanza, si curv innanzi verso il giacente che ansimava cogli occhi richiusi, e con voce esageratamente affettuosa e melliflua, che contrastava orribilmente colla malvagia espressione della fisonomia, domand:
Conte si sente, Altezza?
Il principe scosse lievemente il capo abbandonato sui cuscini, sulla cui fronte il sudore dello spasimo imperlava la cute e bagnava le ciocche dei capelli arruffati, fece un sogghigno pieno di amarezza disperata che si convert in una smorfia di dolore, ma non apr neppure gli occhi e non rispose altrimenti.
Voglio sperare che la ferita non sar molto grave, continu la donna col medesimo accento: e V. A. sar conservata allamore de suoi sudditi.
Carlo terzo sent forse in queste ultime parole lironia del concetto, ironia che pure da chi parlava era stata dissimulata nella voce? Il vero  chegli socchiuse gli occhi e saett duna ritta sguardata la donna: ma questa aveva in quel punto chinato il viso verso la ferita che il duca seguitava a serrarsi colle mani, ed a lui fu cos nascosta ancora la maligna gioia di lei. Le palpebre grevi non tardarono a ricadere sulle pupille stanche gi appannate, che cominciavano a vedersi calare dinanzi il velo duna nebbia.
Lasci che io esamini la sua ferita, ripigliava la Zoe, scartando intanto subito con una certa forza le mani del duca: qualche cosa me ne intendo: e chi sa che prima ancora della venuta del medico io non possa farle alcun che da recarle giovamento.
Con agilit e prestezza degna veramente duna mano di donna, sbottonando, sciogliendo e tagliando i panni addosso al trafitto, pose a nudo il ventre del principe e raccapricci di ribrezzo e di orrore. Dalla ampia e profonda ferita, non pi contenuti, uscivano e visceri e sangue e materie: non potendo vincer subito quel primo senso di orribile ripulsione, ella si arretr dun passo con unesclamazione soffocata: il duca apr di nuovo, a stento, gli occhi, volle parlare, ma agit vanamente lieve lieve le labbra livide e nessun suono ne usc.
La Zoe gli torn presso presso.
Vuol dirmi qualche cosa? domand sempre collaccento amorevole, chinandoglisi sopra.
Il principe, che aveva richiusi gli occhi, mosse ancora poco poco le labbra senza poter mandare una voce.
La parola non le vien pi? continu la donna sempre nella medesima guisa. Linfermo fece segno che era davvero cos. Allora quella donna feroce cambi affatto accento e lo fece compagno alla scellerata espressione del volto e degli sguardi.
E non ti torner pi la parola, o disgraziato! esclam in uno scoppio di trionfo feroce: e io posso parlare impunemente, perch ci che udrai ora da me non lo potrai pi ripetere a nessuno... fuori che alla morte, la quale fra minuti verr a prenderti, fuorch Dio, se pure esso esiste.
Carlo terzo ebbe una scossa in tutto il corpo; spalanc quasi spaventato gli occhi, ma la vista del volto di quella furia gli fece paura e saffrett a richiuderli; tent ancora parlare, ma non gli venne fatto pi di prima, e ogni suo sforzo si consum in un gemito doloroso.
S, continuava la donna, io me nintendo abbastanza di ferite per dirti che la tua non ti lascia che pochi minuti di vita: e in questi pochi minuti io voglio pure soddisfare il desiderio che hai manifestato test: quello di sapere da qual mano ti viene il colpo, e di morire almeno conoscendo chi devi ringraziare del servizio. La tua morte lhanno desiderata moltissimi; pu dirsi tutti i tuoi sudditi di cui tu hai fatto sempre s barbaro governo; lhanno voluta, meditata e preparata parecchi, anche di quelli che taccostavano, che erano presso a tua moglie... Vuoi che te ne nomini uno?... Il conte X...
Il duca fece di nuovo un movimento, e di nuovo venne a piegare le labbra gi quasi irrigidite lamaro sogghigno di pocanzi.
Ma tutti costoro, forse, non sarebbero approdati a nulla, se una volont pi tenace, unarte pi accorta, un odio pi accanito non fossero venuti a raccogliere gli sparsi conati, a indirizzare, guidare, decidere, eseguire: e questodio, questarte, questa volont, tu li hai incarnati dinanzi in questa donna che da pi di sette anni matura la sua vendetta.
Nuovo movimento nel moribondo, sulla cui fronte sadombravano leggermente i sensi di terrore, di rabbia, di spasimo che dovevano tormentargli lanimo e a cui non poteva in nissun modo dare manifestazione n sfogo.
Tu domanderai a te stesso: vendetta di che?... tu avrai certo obliato tutto; non ricorderai che un giorno io mi trascinai ai tuoi piedi supplicandoti per la vita dun uomo... dun uomo che era il mio unico amore, che era tutto il mio bene, che era il mio Dio... e che tu hai riso di me, mi hai schernita colle tue oltraggiose piacevolezze, colle tue principesche scurrilit, colle tue oscene insolenze, e che quando fosti stanco di ridere del mio dolore e delle mie lagrime, mi hai fatta scacciare dai lacch proprio come una donna perduta, come una creatura abbietta che sporcasse lonorabilit, la santit della tua casa che tu facevi ricettacolo dei tuoi vizi infami. Vedi! Da quel momento, io mi sono trascinata pel mondo, aggravandomi la coscienza di ogni male, dogni scellerato inganno, dogni delitto, sempre fissa la mente a uno scopo solo: vendicarmi di te. Sono andata a cercare dappertutto nemici tuoi che fossero capaci dessere stromento della mia vendetta. Da quel momento sai il mio sogno quale fu sempre? Quello dunora come questa: di poterti avere qui, meco, moribondo, e io accompagnarti lanima al passo fatale colle mie imprecazioni, colla mia maledizione, che riunisce e concentra le maledizioni di tutto un popolo.
Si ferm un momento come per pigliar fiato: il principe era diventato ancora pi pallido, le ciglia abbassate gli tremavano un poco, le labbra avevano delle leggere contrazioni, le rughe della fronte parevano incidersi pi profonde: erano gli unici segni esteriori che potessero avere lo spasimo, la collera, la disperazione che tormentavano orribilmente, con dolori dinferno, quellanima innanzi allo spavento della morte.
La donna ripigliava:
E quel momento  venuto!... Non ho creduto mai in Dio finora... Sai che comincio a crederci, poich vedo esauditi i miei voti?... Io tho fatto uccidere, Carlo Borbone, ma vuoi tu conoscere di chi sia la mano che tha cos rabbiosamente colpito?... Quella mano sei andato tu stesso a suscitarla con quel tuo ignobile frustino con cui me pure hai percossa, qui, pochi giorni sono: quella mano fu di Pietro Carra.
Sud in questo punto rumore di passi e di voci nelle stanze vicine. Zoe si drizz della persona, strinse al seno le braccia incrociate e disse con una crudele ironia:
Vengono! Saranno i tuoi cagnotti. Or via, parla e denunzia i tuoi uccisori, e abbi il piacere almeno di morire sapendoti vendicato.
Luscio si spalanc ed entrarono solleciti il colonnello Anviti e il medico di Corte.
Altezza! gridarono ambedue precipitandosi verso il malato: come sta?
Il duca sollev a stento le palpebre, guard luno e laltro con pupille velate, ma non pot n far cenno, n pronunziar parola.
Tutti i provvedimenti son dati perch il tristo sacrilego assassino non possa sfuggire: disse lAnviti, mentre il medico esaminava la ferita. Pancrazi ha fatto chiudere tutte le porte, e intanto mi ha incaricato di pregar subito V. A. a dirci se potrebbe indicare qualche connotato di lui.
Carlo terzo scosse con moto appena visibile il capo..
Il medico si alz, si volse allAnviti, e con un cenno del capo e un moto delle spalle signific che non cera la menoma speranza.
Le faccio subito una fasciatura, disse frattanto, e per ora non bisogna moverlo di qui.
Aveva appena finito queste parole, che luscio saperse ed entr un gentiluomo.
La duchessa, disse, mi manda a prendere notizie di S. A.: e collordine di farlo trasportare subito a palazzo.
Quel gentiluomo era il conte X.
Il duca gett verso di lui di mezzo alle palpebre socchiuse uno sguardo strano.
Scusi, rispose il medico: per ora S. A. non si pu trasportare.
Ordine preciso della duchessa: replic il conte: e io devo obbedire. Capir anche lei, dottore, che il duca di Parma non pu essere lasciato qui dentro.
Gett tuttintorno uno sguardo di disprezzo che and a fermarsi sul volto della Zoe impassibile.
Il ferito, bench il medico affermasse esservi pericolo che morisse per via, fu trasportato a palazzo.
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Capitolo 65.
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Carlo terzo Borbone, duca di Parma, giace sul suo letto riccamente incortinato nella sfarzosa camera del sontuoso appartamento entro il palazzo reale.  vivo ancora, ma lo direste morto, tanto  di color cereo, tanto  immobile la sua fisonomia, s lieve  il rifiato che esce dalle sue assottigliate, sbiancate labbra semiaperte.
Nessuno conserva la menoma illusione sullo stato dellinfermo, n anche lui; il medico ha affermato che pu spirare da un momento allaltro, che certo fra unora quello non sar pi che un cadavere.
Il vescovo, risaputa la terribile notizia, ha subito mandato detto che si sarebbe affrettato a venire egli stesso a recare al principe gli ultimi conforti della religione, e lo si aspetta.
Intorno al letto stanno taciturni, colpiti, abbattuti, i soliti cortigiani, adulatori del principe sano, petulante, prepotente, beffeggiatore, fra cui primi lAnviti e linglese W...  la loro fortuna,  la loro potenza che muore eziandio con quelluomo di cui si sente appena il rifiato in quel letto.
Il pesante penoso silenzio che regna in quella camera  interrotto a un punto da un movimento che ha luogo nelle stanze vicine.  alcuno che savvicina:  una voce di donna dallaccento imperioso che impartisce comandi; nelludire quella voce coloro che si trovano intorno al letto del duca si guardano con una espressione vaga di sospetto, di timore, di ansiosa aspettazione; il moribondo medesimo ha udito quella voce ed ha avuto nelle sopracciglia, nei lineamenti del viso, una leggiera contrazione. Luscio si apre e si presenta una donna di bassa statura, grassa, dal viso grosso, pallida, con capelli biondicci, la bocca sdegnosa, una incontrastabile aria di severa e fiera autorit, unespressione di superbo malanimo: la duchessa.
Tutti sinchinano, tutti volgono a terra gli occhi quasi vergognosi e intimoriti. Ella fa scorrere su tutti uno sguardo altiero, sprezzante, imperioso, e si viene accostando lentamente al letto del marito moribondo.
Questi volge verso la duchessa le pupille gi offuscate dal velo della morte vicina, e per un istante quelle pupille si animano e mandano uno sprazzo di luce, che incontra il freddo sguardo dei grigi occhi di lei. La principessa non si scuote menomamente, non un tratto della sua larga faccia borbonica si commuove; tranquilli i suoi occhi si sviano da quelli del morente e si posano freddi come acciaio sui cortigiani, ai quali essa parla in francese e collaccento di chi oramai  e sa di essere padrona:
Signori! Vi comando di lasciare questa camera.
Sinchinano umili, ma indugiano ad ubbidire, e sir Tommaso W..., pi audace, risponde:
Perdono Altezza: ma il nostro dovere...
Il vostro dovere, interruppe la duchessa, fredda, pacata, ma non meno imperiosa,  di ubbidire a questo primo ordine che vi d la reggente del ducato di Parma a nome di suo figlio il duca Roberto.
Escono uno ad uno, e partendo gettano uno sguardo al duca, lultimo sguardo chegli ne ricever, ed egli li accompagna con unocchiata che  lestremo addio che possa dare a quei suoi compagni di vizio, di dissolutezze, di prepotenze.
Rimasero soli il duca moribondo e la duchessa pallida, fredda, severa.
Monsignore larcivescovo sar qui a momenti, disse la duchessa con accento impassibile: pensate a Dio!
Il duca, che teneva gli occhi vitrei fissi sul volto della moglie, abbass le palpebre.
Volete voi dirmi qualche cosa in questi momenti solenni? soggiunse col medesimo tono la principessa.
Egli scosse lievemente il capo e fece un piccol moto colla mano come per indicare che non poteva dir nulla.
Essa si avvicin ancora un poco e soggiunse sommessa:
Io vi perdono tutto, duca!... Possano tutti quelli che avete offeso perdonarvi del pari.
E sallontan, e usc da quella camera, lenta, austera, solenne, come unincarnazione della giustizia.
Il moribondo rimase solo: mentre nella stanza vicina si radunavano i principali della Corte, e dei loro discorsi animati, bench fatti a bassa voce, arrivava fino a lui il susurro quasi misterioso.
Chi pu dire lo spasimo tremendo di quei momenti, lunghi come secoli, ratti come baleni, in cui quelluomo condannato al sepolcro, nella piena attivit della vita, nel pieno vigore della giovinezza, nella esuberante petulanza duna indole ardente e temeraria, sentiva avvicinarsi la morte, aspettava collorrore nel midollo delle ossa, respiro per respiro, la morte, vedeva nelle tende seriche del letto, nel raggio filtrato di luce fra le cortine delle finestre, nei rosoni del tappeto, nelle procaci mosse di statue di donne nude in bronzo e in porcellana onde erano ornate le mensole, nel luciore delloro, vedere le occhiaia affondate, vuote della morte!
Non aveva che trentun anno, e moriva; si sentiva in quel paese onnipotente, ogni suo volere, ogni suo capriccio era legge, e moriva; aveva ancora nelle orecchie il suono delle adulazioni maschili e femminili, nelle fibre il fremito dogni volutt che sera procacciata a prezzo di vergogna doneste famiglie, a prezzo di lagrime e anche di sangue dinnocenti, e moriva!
S, stava per morire; non cera da farsi la menoma illusione: laveva subito sentito egli stesso, laveva letto nel turbamento del medico, nello sguardo freddo della duchessa, glie lavevano affermato le parole severe di lei, labbandono in cui lo si era lasciato da tutti i suoi pi fidi, da quelli che erano ossequenti e plaudenti testimoni e compagni delle sue follie. Saffacciava a quel buio spaventoso del di l della tomba, e tremava, e avrebbe voluto ritrarsene, e sentiva lorribilit dellinevitabile scuotergli ogni nervo, agghiacciargli ogni vena.
Aveva egli pensato a Dio? Chi lo sa? Forse non laveva creduto prima che uninvenzione buona per tenere i popoli soggetti, per atterrire insieme e consolare i poveri, i pusilli, gli oppressi. Aveva egli creduto a una giustizia? No certo; la giustizia laveva veduta solamente nel trionfo della sua propria prepotenza, nellabbassamento de suoi nemici. Ora questi due Enti fanno sentire alla sua anima presso ad abbandonare quel corpo squarciato, la paurosa grandezza della loro esistenza. Gli appare alla ragione intimorita il Dio che punisce gli oppressori, che vendica le vittime; gli lampeggia allocchio smarrito la spada di fuoco della giustizia, innanzi a cui sono uguali tutti i tristi, principi sul trono e assassini alla macchia, concultatori di lei colla porpora e offensori dei suoi precetti coi cenci; tutti quelli che, per liniquit delle loro opere, furono dai fratelli maledetti.
La maledizione delluomo gli suona come laccusa innanzi alla giustizia, innanzi a Dio. E quante maledizioni non sono sorte, non sorgono, non sorgeranno ancora contro lui principe, contro lui in questo istante medesimo che muore, contro lui morto, preda il corpo dei vermi nella fossa e lanima dei rimorsi nel luogo di dannazione! Gli par di sentirle, quelle voci che lo maledicono! Gli par di vederli, coloro che con ira, con odio, con furore le pronunciano. Certo! Ecco una processione di esseri, di spettri, che sorge laggi, laggi, nel buio che comincia a circondare ed avvolgere il suo spirito, che si viene disegnando sempre pi netta, che savanza, che viene a passare lenta lenta, un dopo laltro, innanzi a lui, come le immagini de re nella visione di Macbet. Hanno tutti visi accesi, hanno sguardi di fuoco, hanno lo sdegno nella piega delle labbra, imprecano e maledicono tutti, imprecano a lui, maledicono lui. Li riconosce man mano:  una povera fanciulla disonorata colla violenza, che  morta di dolore;  unaltra che, peggior sorte, si  rassegnata allinfamia; sono padri di famiglia tolti ai loro cari per gemere in carcere, sono uomini offesi nel decoro, nellinteresse, nellonore, nella libert, nella vita;  un onesto provveditore a cui egli in un momento pi feroce duna delle sue cieche bizze tolse la vita con un potente calcio nel ventre(*). Egli rivede la scena: era una contesa di poca importanza per fornitura di fieno ai cavalli del principe; limpresario os dire innanzi a lui le sue ragioni: il Borbone gli sferra un calcio nella pancia che lo manda rovescio per terra. Due giorni dopo linfelice aveva lasciato alla miseria sulla terra una vedova e due bambini in bassa et. Quelluomo, quello spettro si ferma pi a lungo degli altri innanzi al morente; gli addita il suo ventre tumido, nero, collimpronta del calcio principesco, e sogghigna. L dove egli aveva percosso quel povero padre di famiglia,  venuto a percuoter lui il ferro del suo assassino!
Vorrebbe fuggire quella vista: non pu. Tutte le maledizioni si uniscono, dnno un suono solo, come un coro che gli manda alle orecchie un clamore insopportabile: vorrebbe sottrarvisi; non pu. Un ardore tremendo glinvade le viscere; gli pare che  gi quello delle fiamme infernali: ha una sete che lo strugge, e non c nessuno a dargli da bere, e non pu chiamare: vive ancora, vive intensamente in quei minuti dagonia, perch soffre immensamente, ed  gi preso dalle ombre e dallimmobilit della morte!
Si spalancano gli usc. Traverso la nebbia che offusca i suoi sguardi dagonizzante scorge lumi accesi, una pompa di abiti sacerdotali e una processione di figure che savanzano: tuttintorno ode un mormorio di preghiere, ma in esso non un accento daffetto, non una parola di perdono; ed  di questo che egli avrebbe bisogno, ed  una simile parola che gli pare darebbe al suo tormento alcun sollievo, alla sua agonia qualche dolcezza, al suo affanno qualche barlume di speranza.
Larcivescovo singinocchia e prega, pregano tutti, colle labbra; il cuore non vi si associa: gli sguardi che sappuntano a quel letto incortinato non hanno il bagliore duna lagrima, non esprimono che una curiosit stupita senza simpatia.
Una contrazione  passata sul volto del principe e poi il capo  ricaduto pi chino sulla spalla. Larcivescovo si alza, si accosta, esamina il giacente, e poi dice al corteo inginocchiato:
Il duca Carlo terzo ha cessato di vivere.
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Capitolo 66.
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Il duca di Parma non fu pianto da nessuno. La duchessa, assumendo la reggenza a nome del figliuolo ancora bambino, congedava i ministri del marito e cominciava il suo proclama colla famosa frase: Essendo piaciuto a Dio onnipossente di chiamare a s lamatissimo nostro consorte e sovrano Carlo terzo. Quello che era piaciuto a Dio non dispiacque neppure al popolo, il quale sperava pi umano reggimento.
Per iscoprire lassassino del duca, si intraprese dapprima un processo. Parecchi furono arrestati come sospetti, ma in breve tutti poterono provare la loro innocenza, vennero messi in libert e non se ne parl pi altrimenti.
La moglie di Pietro Carra pass una settimana in grande angoscia, ma ricevette poi da Genova una lettera in cui il marito le annunziava che sano e salvo stava per imbarcarsi alla volta dellAmerica. Tutto era andato a seconda, giusta le precauzioni prese; egli aveva potuto uscire di Parma prima che lordine arrivasse di chiudere le porte, aveva trovato il carrozzino pronto e nulla pi lo aveva arrestato n impacciato nella fuga. Assicurava di nuovo che, appena si trovasse in possibilit di mantenere la famiglia, avrebbe scritto perch andassero tutti a raggiungerlo e mandato anzi i denari occorrenti per s lungo viaggio. Manifestava intanto la speranza che Matteo Arpione non mancasse alla promessa che gli aveva fatta, e sarebbe venuto in soccorso della donna e dei bambini.
Matteo in verit non fall alla data parola. Il giorno dopo la morte del duca, egli era stato messo in libert collordine di abbandonare subito il ducato e di non rimetterci pi i piedi. Il Pancrazi medesimo, il quale dur ancora un poco nel suo ufficio di direttore di Polizia, gli fece la solenne intimazione e seppe usare tali e si efficaci parole da persuadergli chegli non avrebbe mai dovuto lasciarsi sfuggire il menomo cenno di quanto aveva potuto apprendere o sospettare di quella tragedia. Dalla famiglia del sellaio non si lasci nemmeno vedere, ma le mand una buona somma prima di partire. Aveva chiesto del conte di Camporolle e pregato gli si concedesse di parlargli; eragli stato risposto che il conte verrebbe egli pure fra pochi giorni liberato ed espulso dallo Stato, ma che frattanto a nessuno si sarebbe permesso di vederlo.
Matteo pot per altro parlare colla donna di governo di Alfredo e la preg di fare in modo da distogliere il padrone di venire a Torino. Tornato in questultima citt, lArpione apprese con istupore la morte del conte padre di Valneve e parve gli rincrescesse di non essersi trovato a quel punto nella capitale del Piemonte. Intese con molto interessamento che erano venuti in quelloccasione da Milano i marchesi Respetti-Landeri e fece di tutto per informarsi se fra il conte padre di Ernesto, e laltro Ernesto figliuolo del marchese Leonzio Respetti fosse intravvenuta qualche segreta conferenza. Seppe ogni cosa da Tommaso, chiaccherone come tutti i vecchi; la conferenza cera stata; ma quando ebbe saputo del pari che tal conferenza non aveva avuto effetto di sorta in nessun atto del marchese, Matteo che conosceva certe cose ignorate da tutti, conchiuse che il segreto di cui egli era a parte, seguitava ad essere un segreto per tutta la famiglia dei Sangr e pei Respetti-Landeri.
Sei mesi dopo, la moglie del Carra riceveva dal marito lettera e denari per cui era chiamata e poteva recarsi anchessa a raggiungere colla famigliuola il marito al di l dei mari.
Quella medesima sera in cui Carlo terzo cadeva trafitto, la prima carrozza a cui si permetteva con licenza speciale di uscire dalla porta di Parma, portava via una donna ancor giovane, pallida, dallo sguardo cupo, di occhi infernali, dalle chiome rossigne, dalle labbra color di sangue. Era la Zoe a cui era venuto un ordine di partir subito. Era suo desiderio e obbed volonterosa. Il suo cmpito era finito. Part alla volta di Milano; si perdette nella schiera vergognosa e miserabile delle cortigiane cui let precipita alla decadenza; meteora sanguinosa, percorsa la sua orbita fatale, and ad estinguersi nella miseria e nellinfamia.
Alfredo di Camporolle, fu posto in libert due giorni dopo, collintimazione anche lui di sfrattare dal territorio parmense. Avrebbe voluto venire subito a Torino, ma non os: gli pareva di avere indosso un peccato da vergognarsi di cui non sera ancora potuto lavare: aveva vissuto in un ambiente cos strano, cos torbido, cos impuro che credette esserne tuttavia intinto e non esser degno di presentarsi alla soglia del santuario domestico dei Valneve, dove la sua fantasia scorgeva pur sempre brillante di luce quasi celeste il vago profilo della bellezza verginale di Albina. And a Genova, e di l scrisse cartelli oltraggiosissimi di sfida allAnviti e a parecchi altri de cagnotti ducali; non nebbe neppure risposta. Ernesto di Valneve, cui teneva informato per lettera dogni suo passo, cui aveva pregato di venire a fargli da padrino, quando ne fosse il caso e che aveva accettato; Ernesto gli scrisse mettesse lanimo in pace, essere inutile sperare ancora una riparazione da quella gente, aspettasse dal caso o meglio dalla provvidenza loccasione di una soddisfazione.
Ma al giovane il pensiero dellinsulto subito e non vendicato rimaneva sempre in mente come un rimorso. Pass quasi un anno. Il Piemonte si accingeva coraggiosamente alla spedizione di Crimea. Unispirazione venne ad Alfredo e la scrisse subito allamico piemontese: Voglio arruolarmi nellesercito sardo e partire per la guerra contro la Russia. Il fuoco delle battaglie mi laver ogni macchia, mi dar il battesimo di valore, di cui mi sento degno. Ernesto Sangr approv dimolto quellidea.
Io pure fo parte di quella spedizione: ho lonore di comandare la prima compagnia del primo battaglione dei reggimenti di campagna. Se non ti rincresce troppo non essere che un semplice fantaccino sotto i miei ordini, io potrei farti arruolare in questa che naturalmente mi pare la pi bella, la pi brava compagnia, e quella che avr da farsi pi onore di tutte.
Come  facile a pensarsi, Alfredo accett con gran gioia questa proposta, che effettuava un suo vivissimo desiderio; e affrettatosi a consentire, pochi giorni dopo giungeva finalmente in Torino, in quella Torino che aveva tanto desiderata, dove un segreto intuito gli diceva avrebbe avuto importanti avvenimenti la sua vita, si sarebbe deciso un giorno il suo destino. Ma questa volta, egli non vi fece che un breve soggiorno, e la maggior parte del tempo che ci pass, lo visse nella caserma e in piazza darme allistruzione militare. Fu per presentato da Ernesto alla famiglia, ed ebbe la fortuna di vedere tre o quattro volte la figura da Beato Angelico di Albina. La persona di lei non ismentiva il ritratto; la realt non era da meno dellimmagine concepita dalla fantasia. Era qualche cosa di puro, di superiore, di caro, di adorabile. Non era ancora una donna, ma non era pi una bambina: un modello dangelo. Tutto era grazia, tutto candore, tutto serenit intorno a lei: una testina bionda, sopra la quale si cercava involontariamente il nimbo doro, dietro la quale vi pareva veder sempre lo sfondo del pi bellazzurro del cielo. Alfredo non le disse forse pi che una dozzina di parole, non ne ud dalle labbra di lei neppure altrettante; ma limmagine che gi ne aveva incisa nel cuore simpresse pi profonda e pi precisa, ma la soavit melodica di quella voce si stamp per non cancellarsene pi nella pi segreta e sacra parte della sua memoria.
Una persona vi fu che molto si commosse, che molto si spavent della determinazione presa da Alfredo di andare a guerreggiare in Crimea, che tutto fece per levarlo da quel proposito, e questa persona fu Matteo Arpione.
Ma ogni suo tentativo rimase inutile innanzi alla fermezza di volont del giovane. Preg, pianse, invoc la memoria del padre e della madre di lui; nulla pot commuovere Alfredo, che fin per iscacciare di nuovo dalla sua presenza il vecchio e non permettergli pi assolutamente di venirgli a parlare.
Quando il corpo di spedizione dellesercito piemontese simbarc a Genova, si pot notare un uomo, un vecchio, che il giorno in cui part il primo battaglione del primo reggimento di campagna, stette continuamente sul molo, che seguit collo sguardo umido di pianto le barche da cui i soldati erano condotti ai battelli, che tenne fissi gli occhi sul bastimento in cui prese luogo quel battaglione, che stette immobile a contemplarlo finch esso si perdette allorizzonte, che poi si riscosse, si asciug le lagrime che gli calavano lente e come inavvertite gi delle guancie e torn in citt col passo e laspetto duno che abbia perduto il pi caro oggetto dellamor suo.
Quelluomo era Matteo Arpione lusuraio.
Il duca di Parma cadeva assassinato il 26 marzo 1854; la partenza del contingente piemontese per la guerra di Crimea avveniva negli ultimi giorni di aprile del 1855.
Saltiamo a pie pari quasi quattro anni da questultima data e riprenderemo la miglior parte dei nostri personaggi e le fila del nostro dramma nella primavera del 1858.
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FINE.